Laici: vocazione e vocazioni
Con queste parole: “Solo all’interno del mistero della Chiesa come mistero di comunione si rivela l’identità dei fedeli laici, la loro originale dignità. E solo all’interno di questa dignità si può definire la loro vocazione e la loro missione nella Chiesa e nel mondo”[1], la recente esortazione apostolica “Christifideles Laici” invita a leggere l’esperienza dei laici nella prospettiva del mistero della Chiesa e della sua realtà di comunione in cui anche i laici sono immersi per il battesimo che hanno ricevuto.
Il Battesimo, per il quale anche i laici diventano parte viva del Corpo di Cristo[2] è la sorgente della dignità di ogni cristiano, qualunque ne sia la responsabilità, la vocazione, il ministero. Ricordando l’insegnamento del Concilio, il Papa nella “Christifideles Laici”, presenta tre aspetti della vita laicale come derivanti dal Battesimo: il diventare in esso figli di Dio, l’esser uniti al mistero della pasqua di Cristo come membra della Chiesa; il divenire templi vivi e santi dello Spirito.
Per il Battesimo, il cristiano è reso partecipe dell’ufficio profetico, sacerdotale e regale di Cristo perché è diventato parte del popolo di Dio.
“È solo cogliendo la misteriosa ricchezza che Dio dona al cristiano nel santo battesimo – afferma il Papa – che è possibile delineare la figura del fedele laico”[3].
Nel mistero della Chiesa
Nel mistero della Chiesa, nella quale i battezzati sono stati inseriti, tutti hanno una responsabilità, un ruolo, una funzione, anche se ciascuno in modo diverso perché la Chiesa si configura come un corpo con molte membra; il corpo vive se le membra assolvono, ciascuna per la sua parte, alla propria specifica funzione. Se per esaltare la comune dignità si giungesse a livellare le diverse funzioni e a mortificare le diversità, tutta la Chiesa risulterebbe impoverita.
La ricchezza del volto della Chiesa può risplendere se in essa varie vocazioni, nella loro originalità e nella loro unità, vivono l’unica vocazione all’amore: facendo risplendere nel mondo e accanto ad ogni uomo la grandezza del dono di Dio; innalzando continuamente davanti a Dio quella lode in cui si riassume l’offerta della vita di quanti sono chiamati ad essere “adoratori del Padre in spirito è verità” (cfr. Gv 4,23-24).
Le vocazioni particolari “sono modi differenti, ma tuttavia complementari, di realizzare la chiamata alla santità, alla comunione e al servizio del Regno, rivelando ognuna un particolare aspetto della novità cristiana e manifestando nel loro insieme la pienezza del volto e dell’opera di Cristo”[4].
Una Chiesa in cui manchino i sacerdoti è una comunità in cui manca chi predichi autorevolmente la Parola, chi favorisca l’incontro tra la Parola e la coscienza delle persone; manca chi presiede all’Eucaristia e alla comunione, promuovendo la crescita della comunione e l’espressione ordinata e corale dei vari carismi e ministeri; è una Chiesa in cui manca chi crea comunicazione tra l’offerta della vita dei credenti e l’offerta che Cristo ha fatto di sé sulla croce.
Se in una comunità manca la vocazione religiosa, manca la testimonianza di chi, vivendo costantemente con il volto rivolto verso Dio, testimonia i valori del Regno e richiama il significato di esperienze quali la contemplazione, la ricerca dell’Assoluto di Dio, il dono totale di sé.
La vocazione laicale
Una comunità, per essere se stessa, deve avere al proprio interno anche originali e intense vocazioni laicali. Quella dei laici normalmente non è intesa come una vocazione necessaria alla vita della Chiesa, e spesso non è intesa nemmeno come vocazione. A lungo si è pensato e talvolta ancora si pensa che i laici sono “coloro che non hanno la vocazione” e dunque che la loro condizione sia quella di una generica e indeterminata vita cristiana.
Il Concilio ha invece insegnato che i laici hanno ricevuto una chiamata del Signore a rendergli gloria operando nel mondo secondo il suo progetto; essi dunque devono far risplendere nel mondo la bellezza della creazione e rendere così testimonianza alla grandezza di Dio.
Proprio la loro collocazione esistenziale – nel mondo – può essere la prospettiva dalla quale leggere anche la qualità della partecipazione ecclesiale, della spiritualità, della partecipazione alla missione della Chiesa.
La CfL dedica un’ampia riflessione all’indole secolare dei laici, per la quale essi “sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno, a modo di fermento, alla santificazione del mondo…”[5]. La vita del laico cristiano deve operare la trasformazione del mondo, continuando nel tempo la risurrezione di Cristo, portando nella realtà la vita nuova che è dono del Signore Risorto e contribuendo a far recuperare alle cose, nel mistero della redenzione, la bontà, l’armonia, la bellezza che esse avevano quando sono uscite dalle mani di Dio. La vocazione del laico è quella di far “risorgere” il mondo attraverso la sua personale, quotidiana partecipazione alla pasqua di Cristo, anche per il laico mistero di annientamento, di morte, di dono di sé. Dice il Concilio che il laico è colui che cerca “il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”[6]. Ordinare il mondo a Dio significa amare il mondo, e amarlo con lo stesso cuore di Dio; rendere leggibile la bellezza delle cose create, perché sono uscite dalle mani di Dio; significa partecipare alla fatica della rigenerazione della realtà, del mondo, della società, della vita delle persone, perché possano accedere a quella dignità che il Signore ha voluto per loro finché tutti possano dar vita, un giorno, ad un mondo risorto. Ma a questa fatica occorre che il laico aggiunga quella del far risuonare nella comunità cristiana l’eco della sua quotidiana esperienza del mondo, perché la comunità tutta si apra con maggiore disponibilità ai problemi del nostro tempo e si creino così le condizioni di una nuova evangelizzazione. Anche questa esige una presenza matura e creativa di laici che sappiano, nei luoghi comuni della vita, far risuonare la parola, provocare interrogativi, accompagnare una ricerca; dare comunque la testimonianza di un’umanità piena e realizzata, disponibile al dialogo e alla solidarietà.
Laici oggi nella Chiesa e nel mondo
Le riflessioni del Concilio e del recente Sinodo costituiscono una grande novità rispetto alla mentalità e alla pratica pastorale del passato; tuttavia la realtà ecclesiale stenta a modificarsi nella linea conciliare.
In questi anni in misura crescente i laici hanno capito che con il battesimo entrano a far parte di una grande famiglia alla cui vita devono partecipare responsabilmente con la riflessione e l’impegno concreto. Dal Concilio in poi la presenza dei laici nella vita delle comunità ecclesiali è cresciuta sempre più: nella catechesi, nei consigli pastorali, nella liturgia…
Questo fenomeno tuttavia non è privo di problemi: è un fatto certamente molto positivo la crescita di responsabilità nei laici, ma occorre anche guardare alle motivazioni, alle modalità, alla qualità dell’impegno laicale nella pastorale.
L’impegno pastorale dei laici non è positivo se, ad esempio, sottintende un’intenzione di fuga dalle proprie responsabilità temporali, spesso complesse e difficili; se è una generica ‘prestazione d’opera’, senza sforzo di riflessione, senza creatività, senza l’acquisizione delle necessarie competenze pastorali. E ancora: non è positiva la presenza dei laici se essa non nasce dal desiderio di valorizzare un’originale vocazione, ma semplicemente risponde a una necessità; non si può certo dire che i laici devono partecipare alla vita della Chiesa, perché vengono meno le vocazioni dei sacerdoti e dei religiosi!
Una presenza “laicale” dei laici è oggi un altro difficile problema e forse anche uno di quelli meno avvertiti; i laici infatti hanno ancora poca consapevolezza dell’originalità della loro vocazione e stentano a viverla con maturità; le comunità sono ancora scarsamente sensibili allo spessore laicale delle presenze dei laici, anche per la povertà con cui spesso vivono il loro rapporto con il mondo e con i problemi che riguardano la società.
Anche il tema dei ministeri, pur così vivo e attuale, non è privo di ambiguità; il problema più rilevante della partecipazione laicale alla vita della Chiesa non riguarda tanto il conferimento di ministeri ecclesiali ai laici, quanto piuttosto l’accoglienza dei laici come tali, nella ricchezza, varietà e complessità della loro esperienza del mondo: sarà questa esperienza, pienamente laicale, ad arricchire le comunità di capacità di dialogo con la società di oggi e con i suoi problemi. Sarebbe proprio un brutto segno se i laici, per partecipare alla vita della Chiesa, dovessero in qualche modo rinunciare alla loro laicità.
L’accoglienza della vocazione laicale come tale è oggi resa difficile anche dalla tendenza pragmatista presente nelle nostre comunità: si è molto più attenti alle iniziative, alle attività, più che al significato delle presenze che nella comunità si esprimono. Per questo rischiano di sfuggire i significati più intensi e più originalmente cristiani di alcune vocazioni, tra cui quelle alla contemplazione, alla verginità e anche il dono cristiano del matrimonio e della vocazione laicale, quando esse non si esprimono in servizi immediatamente funzionali alla vita concreta della comunità.
Un’ultima osservazione, tra le moltissime che ancora si potrebbero fare: nelle comunità cristiane oggi è troppo scarso l’interscambio tra le vocazioni; c’è troppo poca comunicazione tra chi vive secondo doni diversi la stessa vocazione cristiana; è troppo scarsa la rielaborazione che si fa del proprio essere cristiani vissuto secondo doni diversi; per questo alla lunga possono venir meno la comprensione, la stima, la possibilità di promuovere veramente vocazioni che siano per il bene della comunità, che supera gli interessi di ciascuna persona e di ciascuna categoria. Certo il dialogo e la collaborazione, come promuovono la crescita di un’esperienza comunitaria più ricca e una conoscenza più vera delle diverse vocazioni, suppongono anche disponibilità, umiltà, capacità di apprezzare e di stimare ciò che è diverso e che viene ugualmente riconosciuto come dono dello Spirito.
Per questa crescita della comunione ecclesiale occorre un cammino di formazione che comporta la conoscenza delle vocazioni; rispetto per ciascuna di esse nella sua originalità; valorizzazione delle diversità: solo una Chiesa in cui ciascuno è pienamente e umilmente se stesso può vivere in modo ricco e intenso la sua testimonianza e far risplendere tutta la ricchezza del suo volto.
Note
[1] Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, n. 8.
[2] Cfr. Lumen Gentium, nn. 11 e 31.
[3] Christifideles Laici, n. 9
[4] CEI, La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, n. 21.
[5] Lumen Gentium, n. 31.
[6] Lumen Gentium, n. 31.