N.02
Marzo/Aprile 1989

La donna animatrice vocazionale

Già dal principio (cfr. Gn 1,27-28) la donna nel disegno di Dio è concepita e voluta per una missione di prosecuzione dell’opera creatrice di Dio, sia nell’ordine materiale della generazione dei figli, sia in quello spirituale dell’aprirli al suo disegno di Amore e di salvezza che si manifesta nella storia concreta degli uomini.

“La scoperta di tutta la ricchezza, di tutta la risorsa personale della femminilità, di tutta l’eterna originalità della donna così come Dio la volle, persona per se stessa, e che si ritrova contemporaneamente mediante un dono sincero di sé”[1], la scoperta della “dignità e vocazione” della donna, di tutte le donne e di ciascuna, offuscata fin dal principio dal peccato, diventa consapevolezza nelle parole di Maria di Nazareth “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” e irrompe con forza nel nostro mondo attraverso la Mulieris Dignitatem.

Vengono riconosciute come “soggetto” di questa dignità e consapevolezza: “madri, sorelle, spose, donne consacrate a Dio nella verginità, donne dedite a tanti e tanti esseri umani che attendono l’amore gratuito di un’altra persona, donne che vegliano sull’essere umano nella famiglia, che è il fondamentale segno della comunità umana, donne che lavorano professionalmente, donne a volte gravate da una responsabilità sociale, donne “perfette” e donne “deboli” tutte uscite dal cuore di Dio, in tutta la bellezza e ricchezza della loro femminilità, abbracciate dal suo eterno Amore, pellegrine su questa terra, che insieme all’uomo si assumono una comune responsabilità sulle sorti dell’umanità, secondo le quotidiane necessità e secondo quei destini definitivi che l’umana famiglia ha in Dio stesso nel seno della ineffabile Trinità”[2].

Il carisma specifico della donna nella sua peculiare dignità e vocazione, valore concreto di femminilità, che si traduce in “presenza attiva nella Chiesa e nella società” forse non sempre così nitidamente affermato, si esprime oggi come “segno particolare del nostro tempo” (Paolo VI), così come la consapevolezza di questa “presenza” diventa, oggi forse più che per il passato, “dono speciale del Signore”.

 

 

Il carisma per il nostro tempo

Possiamo considerare queste particolari attenzioni e sottolineature del carisma femminile della donna, frutto di approfondimento teologico, di attenzione ai segni del tempo, di esperienze pastorali, di cammini di maturazione nella fede di vocazioni alla varietà di chiamate che lo Spirito fa agli uomini del nostro secolo.

Pur nella predominante e più appariscente preoccupazione di efficientismo, di razionalità, di acquisizione di potere, di affermazione di sé, si impone come ineludibile la necessità dell’uomo di sempre, ma più specificamente di quello di oggi, di ritrovare l’autenticità del proprio essere, nella verità della sua contraddittoria condizione:

– prepotente, perché fragile e incapace di porre la propria forza in Chi solo la può dare;

– alla ricerca spasmodica di felicità effimera, perché incapace di realizzarsi nel dono di sé;

– aggressivo o violento, perché privo di certezze e di amore gratuito, oblativo e vero, o incredulo e disperato di poterlo ricevere…

Questa ricerca, espressa così contraddittoriamente, crea un clima educativo “particolare” anch’esso segno del nostro tempo, per tutti, ma più specificamente per chi ha necessità di modelli di guida, di orientamento alle scelte impegnative e definitive, alla risposta ai grandi “perché” dell’esistenza.

È proprio in questo clima particolare che emergono e vengono colte come preziosi doni di grazia le virtù tipiche del carisma femminile, interpretato e proposto dalla figura di Maria, riscoperta anche attraverso l’esperienza recente dell’Anno Mariano: la tenerezza, la disponibilità, la capacità di realizzarsi nel dono gratuito di sé, la costanza e la fedeltà, la capacità di vivere in “novità di vita” evangelica, l’attitudine educativa dell’ascolto, della pazienza, della promozione, della valorizzazione, la creatività dell’Amore, la dignità e capacità di sopportazione del dolore, di tradurre l’esistenza in “profezia delle grandi opere di Dio”, la capacità di generare nella carne e nello spirito, di custodire il Mistero…

C’è nei nostri ambiti di vita, nonostante apparenze contrarie, nostalgia di questi valori per chi li ha sperimentati, inconsapevole e contraddittoria ricerca da parte di chi non ne ha fatto o non ne può fare esperienza, per carenza di modelli per inadeguatezza di chi li propone per situazioni particolari di esistenza…

 

 

Necessità di discernimento

Forse non siamo sempre capaci di questa “lettura” delle situazioni che viviamo, né sufficientemente convinti di questa realtà e più facilmente potremmo scoraggiarci mancando:

– nel fare emergere, potenziare, utilizzare valori tipici della femminilità, nel servizio pastorale ordinario e in quello più specificamente vocazionale;

– nell’affinare la capacità di riconoscere dietro “i segni” contraddittori o provocatori del nostro tempo la richiesta che li sostiene, rimanendo più facilmente colpiti dall’apparente superficialità e reattività;

– nel dare risposte adeguate, proprio attraverso testimonianze vive di queste attitudini, espressioni e attuazioni di carismi;

– nel coltivare questi atteggiamenti con lo stile educativo della pedagogia di Dio, anche attraverso la creazione e attuazione di “itinerari educativi” in famiglia, nella scuola, nella parrocchia, nella comunità, nell’ascolto attento dello Spirito.

 

 

Le sollecitazioni del Magistero

Ma non ci mancano strumenti “forti e stimolanti” per consapevolizzare queste “novità dello Spirito” e responsabilizzarci nel mettere a frutto – secondo il cuore di Dio – questi doni.

La Redemptoris Mater e la Mulieris Dignitatem, le lettere pastorali dei nostri Vescovi, sono chiara dimostrazione dell’attenzione del Magistero e della pastorale ecclesiale a questi “segni dei tempi”. Ma sono insieme esplicita richiesta a ripensarci nella modalità di “trafficare” questi carismi che ci sono affidati per il bene della nostra umanità.

È significativa questa particolarissima sottolineatura della presenza femminile nella sua specificità, questa riscoperta della “maternità” di Dio nella pastorale del nostro tempo. Sono riconoscimento del bisogno dell’uomo nella sua radice più autentica, di tenerezza e di amore gratuito, di fedeltà, di silenziosa attenzione, di pazienza, di longanimità e di certezza che il Signore fedele e buono, ricco di amore e di misericordia, osserva e cura la sua vigna e chiama ciascuno a farvi crescere ciò che Lui stesso ha piantato.

 

 

Riflessioni e indicazioni

Possiamo trarre da queste riflessioni e constatazioni alcune ovvie ma utili indicazioni operative concrete. L’attualità del carisma femminile della donna, in ambito civile ed ecclesiale, pur con sottolineature e preoccupazioni diverse, sospinge a interessarsene a conoscerlo ad approfondirlo a metterlo a frutto. Queste risorse ideologiche, dottrinali, ma anche umane e sociali, esistenziali, di cui disponiamo ci impongono di assumerne la portata in forma intelligente e creativa nella pastorale, ma prima ancora nella riflessione, formazione, preghiera personale e comunitaria.

 

Emergono indicazioni di:

– lettura meditata dei documenti, oculata attenzione agli eventi storici del nostro tempo, agli esempi vivi di donne dell’oggi e del passato, serio confronto sulla Parola, del nostro modo di pensare e attualizzare la missione e dignità della donna del nostro tempo;

– promozione di iniziative concrete atte a creare spazi nuovi alle risorse femminili nelle attività pastorali soprattutto dove sono richieste specifiche attitudini educative, materne, di sensibilità, di forza d’animo (catechesi, animazione liturgica, iniziative di orientamento e accompagnamento vocazionali…), ma anche in quegli ambiti in cui una presenza femminile può integrare – secondo la propria specificità – l’apporto e l’impegno dell’uomo;

– orientamento a integrare con una mentalità squisitamente materna la linea educativa della pastorale.

 

Forti di queste riflessioni e convinzioni, più facilmente potremmo coltivare nelle giovani il potenziamento delle virtù tipiche della femminilità, influenzare, creando mentalità, le agenzie educative a tradurre in pratica e orientare la “qualità della vita” nella donna di oggi nel senso più autentico che la Bibbia le attribuisce da sempre.

Forse proprio assumendo la materna attitudine attribuita al Dio della Bibbia (cfr. Os 11, 1-4; Gn 3, 4-19) ci si educa e si può educare ad accogliere e lasciarsi accogliere, amare prima che giudicare, comprendere prima di escludere, entrare in rapporto empatico, di condivisione, confronto, personalizzazione con chi inconsapevolmente o inadeguatamente è alla ricerca di valori, o di comprensione, di amore, di accoglienza anche della propria povertà o miseria e manchevolezza.

Per una madre il figlio è sempre oggetto di amore privilegiato, anche a dispetto di evidenze contrarie. Per un cuore di madre (cfr. Santa Monica) è sempre possibile il miracolo della conversione. Quante Moniche, nel silenzio di solitudini anche delle grandi metropoli, anche oggi consumano il dono proprio della loro esistenza e sanno “amare molto come ai piedi della croce, quasi più forti degli stessi Apostoli”!

Siamo chiamati ad animare il nostro ambiente anche con i valori e con l’esempio della femminilità.

Restituire alla donna, nelle forme nuove richieste, la dignità della sua persona, è animare vocazionalmente le nostre comunità ecclesiali perché è responsabilizzare la donna alla sua missione, è collaborare all’azione del Dio che chiama sempre tutti gli uomini di tutti i tempi in tutti gli ambienti e sollecita risposte personali di chi è chiamato in prima persona ma anche di chi è chiamato come mediatore, collaboratore, aiuto nel cammino di queste risposte. Sappiamo quale portata abbia nella storia di una vocazione la figura materna: la sua testimonianza di donna, sposa, di madre, di animatrice della comunità familiare, la sua azione educativa, la sua vita di fede, il dono della stessa sua femminilità, il suo insostituibile accompagnamento. Siamo convinti che il venir meno nel nostro tempo di queste testimonianze, non solo riduce, ma troppo spesso ostacola il nascere e il fiorire di vocazioni.

Sembra ovvio perciò spostare l’attenzione alla radice del problema. Il Signore chiama oggi non meno di ieri, ma forse oggi siamo meno attenti alla Sua chiamata, meno convinti, meno capaci di affinare e preparare gli “strumenti” del nostro ascolto, primo fra i quali certamente quello di chi è più vicino e direttamente coinvolto con il chiamato, come la madre.

Si tratta allora di prestare la dovuta attenzione e di creare opportunità di espressione alla presenza femminile nella Chiesa, riconoscendone le caratteristiche, peculiarità, specificità, affidatele come “profezia delle grandi opere di Dio” che richiedono anche di essere “celebrate” per essere riconosciute, apprezzate, promosse valorizzate in impegno concreto.

Si tratta allora di promuovere e realizzare itinerari educativi alla scuola di Maria non solo per giovani o adolescenti, ma per tutta la comunità cristiana valorizzando l’apporto specifico di giovani, di spose, di religiose, di consacrate secolari, dimissionarie, finalizzati alla assunzione responsabile da parte della donna dei suoi valori di femminilità, della sua dignità e vocazione. E questo non solo nel momento della scelta definitiva di vita, ma nello stesso percepirsi riconoscersi realizzarsi come persona nel piano di Dio. L’essere donna sulla falsariga di Maria è ciò che “qualifica” come speciale carisma l’essere madre, sposa, consacrata, missionaria del Vangelo. Solo chi si vive veramente donna nella peculiarità e ricchezza dei suoi carismi può realizzarsi pienamente nel dono di sé dell’essere o madre o sposa o consacrata per il nostro mondo e per la Chiesa di Dio.

 

 

 

 

Note

[1] Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem, n. 11

[2] ivi, n. 31