La Chiesa locale: “luogo” naturale per l’annuncio e la proposta della vocazione religiosa
Alcune domande sono ricorrenti tra i responsabili più partecipi della comunità cristiana: “Come annunciare Cristo all’uomo del nostro tempo? Come varcare la soglia dell’indifferenza di tanta gente? Quali, in definitiva, le condizioni perché una comunità risulti significativa agli occhi dei “nuovi adolescenti”?”.
La comunità ecclesiale tra efficienza ed efficacia
Le domande sembrano spostare l’attenzione sulla prassi pastorale. Ma in realtà toccano l’identità della comunità ecclesiale. Sembrano far prevalere la preoccupazione per l’immagine della chiesa: quella che appare e quello che fa. Ma in realtà toccano la sua identità; interpellano il suo modo di essere fedele nell’oggi. Riguardano, insomma, il problema della sua efficacia; non certo dell’efficienza.
Quali dunque le condizioni perché una chiesa sia “madre feconda”? “Ora la chiesa, contemplando l’arcana santità di Maria,… per mezzo della parola accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo, genera ad una vita nuova ed immortale i figli concepiti per opera dello Spirito Santo e nati da Dio” (LG 64). C’è pertanto una fecondità della chiesa madre che si esprime attraverso la parola e i sacramenti. È la proposta conciliare, evocativa della mariologia lucana.
Ma c’è una seconda condizione perché la chiesa sia madre feconda: quella esplicitamente presente negli scritti neotestamentari, con particolare riferimento a Paolo (cfr. 1Cor 12,4-11; Ef 4,11-13) e sviluppata dai padri dei primi tre secoli: “I pastori sanno di non essere istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della chiesa verso il mondo; ma il loro eccelso ufficio è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro ministeri e carismi” (LG 30).
Qui siamo al centro del mistero e dell’essere della chiesa: l’efficacia salvifica si radica nella comunione e nella diversità dei doni.
Una comunità cristiana sfonda anche il muro dell’indifferenza e delle assuefazioni se presenta questa immagine, radicata nel mistero di Dio, attraverso una fede chiara nella comunione, testimoniata da una comunità feconda di vocazioni. Per questo recita ancora il Concilio “lo stato che è costituito dalla professione dai consigli evangelici, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della chiesa, appartiene tuttavia fermamente alla sua vita e alla sua santità” (LG 44).
Solo allora la comunità ecclesiale celebra il mistero della sua perenne vitalità. Le vocazioni diverse sono segno e sono condizioni della sua permanente giovinezza. Lo Spirito ne è il segreto, il vero animatore dei doni e della profezia.
La vita religiosa: “memoria, testimonianza e profezia”
Nella comunità cristiana, sacramento di salvezza, ogni vocazione assume due connotati, apparentemente contraddittori: ogni dono è “necessario” ed è “relativo”.
È “necessario” perché fa parte della vita della chiesa, costituisce il corpo di Cristo. E pur tuttavia ogni vocazione è “relativa” a quella degli altri. Infatti nessuna esaurisce il mistero di Cristo; ma tutte insieme costituiscono il segno della chiesa, sacramento di Cristo. Insieme. Per questo, al di là delle forme storiche delle vocazioni più diverse, soggette a metamorfosi, non potrà mancare il ministero ordinato, né il carisma profetico della vita consacrata.
La consapevolezza di questa “necessità” e di questa “relatività” d’ogni presenza vocazionale, richiede di superare ogni particolarismo pastorale, ogni ripiegamento rassegnato o preoccupato della sopravvivenza, per condividere con gioia e passione l’impegno della comunione e della missione.
Entro questo orizzonte di chiesa si esprime dunque anche il carisma della vita religiosa, provocata in ogni momento della storia a recuperare tutto il valore salvifico del suo essere segno dentro una chiesa “sacramento”. “La vostra missione, scrive Giovanni Paolo II, deve essere visibile” (RD 15).
Pertanto la vita religiosa è, nella chiesa, un segno aperto in una triplice direzione: al passato, e in questo senso è un “segno-memoria” del Cristo pasquale; al presente, e in tal senso è un “segno-testimonianza” dell’uomo nuovo generato dall’evento pasquale; al futuro, e per questo è un “segno-profezia” del Regno.
Un segno-memoria
La vita religiosa ripresenta nell’oggi quella precisa esperienza umana, storica, del Cristo, nel suo modo di relazionarsi con il Padre, con gli uomini e con il mondo.
Gesù ha vissuto l’amore verginalmente; la relazione con le cose in termini di essenzialità e povertà; l’accoglienza della missione del Padre nell’obbedienza. Gesù ha amato con un cuore verginale: ciò significa la profondità e l’ampiezza dell’amore. Gesù non ha amato una persona particolare, ma ha vissuto un amore particolare per tutti. Nei confronti di ognuno il suo amore è “generativo” perché è il dono stesso dell’amore; è immagine vera della misericordia.
La vita consacrata attraverso la verginità è questa “memoria”: questa rinnovata presenza del Signore. È memoria accanto a tutti con il segreto di quell’intimità effettiva ed affettiva, generativa: la persona consacrata è per “un più amore” attraverso un’ascetica di incarnazione, di vicinanza, di presenza: è per “una più vita”.
Un segno-testimonianza dell’uomo nuovo
È questo il significato antropologico della consacrazione. All’interno di una cultura che ostenta un progetto di uomo radicalmente mortificante perché decurtato di alcune dimensioni essenziali, il religioso è testimone dell’uomo. Sono note le povertà più drammatiche dell’uomo del nostro tempo: la chiusura alla trascendenza, la riduzione materialistica, l’assenza di relazione, l’uomo senza memoria storica.
Il religioso ripropone un modello di uomo, nato dall’evento di morte e risurrezione di Cristo, profondamente unificato ed aperto: unificato attorno ai valori che contano, nella semplicità e nella verità, capace di pace e di libertà sulle spinte schiavizzanti e laceranti dell’istinto, attraverso un processo di integrazione e di spiritualizzazione; aperto a Dio e agli altri attraverso una relazione oblativa e serena.
Un segno-profezia delle realtà future
Anche questa testimonianza è per un uomo che ha smarrito le prospettive del futuro, assolutizzando il presente. La vita religiosa è il grido più forte della speranza, inscritto nella sua carne, come appello, e attesa dello Sposo, come profezia ed anticipazione di ciò che saremo: segno dunque di quella condizione esistenziale riservata in modo definitivo ai partecipanti al banchetto del Regno.
Non ci saranno più allora né mediazioni di cose, né mediazioni creaturali: Dio sarà tutto in tutti. La profezia della vita religiosa consiste nel realizzare in germe quella esperienza definitiva; consiste nel vivere già l’amore come scelta totale di Dio, come primo valore, dentro l’itineranza faticosa della fede e della speranza.
L’amore verginale, aspetto giustificante e fondamentale, diventa così segno profetico della comunione definitiva, soprattutto attraverso l’amore per quelle persone che Dio mette sulle strade di chi sceglie la vita religiosa. La verginità consacrata non consiste infatti nel scegliere le persone da amare, bensì nell’amare le persone che Dio ha scelto. Ecco il senso più vero di una fraternità di persone consacrate, che si costituisce “segno” nel mondo e pertanto “germe” che cresce dentro il cammino di fede verso la piena comunione, anticipandola.
La pastorale vocazionale tra unitarietà e specificità
La pastorale vocazionale unitaria, attenta alla vita religiosa e rispettosa del mistero della chiesa, interpella tutta la comunità ecclesiale: oltre il perdurante disagio che la contrazione numerica provoca all’interno della comunità cristiana; oltre una visione strumentale della vita religiosa come presenza utile alle opere di lunga storia.
– Anzitutto la vita religiosa domanda “oggi” di essere evangelizzata e di essere auto-evangelizzante. È risaputo che essa figura tra i valori di una facile comprensione agli occhi della gente e della stessa comunità. Né deve stupire questo destino. Se la vita religiosa è una testimonianza precisa del mistero di Cristo, non può che condividerne la sorte: quella di essere segno di contraddizione, ed insieme, di non essere capita, soprattutto agli occhi di chi non crede. E tuttavia, bandita ogni presunzione di essere pienamente compresa, non può rinunciare di porsi come seria ipotesi di vita e come esperienza pienamente realizzante. Per questo, solo una trasparente fedeltà al proprio carisma, un’evidente testimonianza di comunione, a tutti i livelli della vita della pastorale, può rispondere al bisogno di identificazione da parte dei giovani e sta alla base di un cammino di crescita e di proposta credibile.
– In secondo luogo la vita religiosa si colloca come importante “mediazione educativa” nella comunità ecclesiale. È fuori dubbio che in questi anni ci sia nelle nuove ondate generazionali una crescente simpatia per i valori che contano, non senza un bisogno di costruire qualcosa di serio. Ma insieme non manca una domanda piuttosto preoccupata: “Costruire d’accordo; ma come? e con chi?”. Insomma l’efficacia pedagogica dei gruppi o dei cammini formativi dipende dalla presenza di una sapiente mediazione educativa. Oggi c’è domanda di formazione. Ma soprattutto di formatori.
I religiosi e le religiose nella chiesa particolare, pur sempre in comunione con gli altri, hanno questo spazio aperto e non certo in posizione di supplenza: diventare testimoni della paternità di Dio, gli esperti dei valori difficili della sequela, le guide sapienti capaci di ascolto e di discernimento accanto ai giovani in ricerca.
– Ma infine la vita religiosa non può non ricuperare, in fedeltà al proprio carisma, la sua dirompente carica profetica. È vero che tutto il popolo di Dio è soggetto di profezia (cfr. LG 2). Ma le persone, totalmente donate, attraverso i consigli evangelici, sono gli esperti “in profezia”: ne sono la scomodante memoria. La vita religiosa è una presenza silenziosa che sta alle radici del mistero della chiesa: volto orante per una preghiera permanente.
È una presenza accogliente a testimonianza di una vita fraterna, vissuta e vivibile, aperta e gioiosa, perché la chiesa locale la guardi, ne goda, ne fruisca e sia stimolata ad essere ciò che deve essere. È una profezia stimolante sulle diverse brecce del mondo, là dove la chiesa locale non c’è; si trova agli avamposti della missione, per scuotere la stessa comunità cristiana dai suoi possibili e ricorrenti torpori.
Certo, una vita religiosa vocazionalmente interessante e provocatoria, è costantemente sfidata da due impegni storicamente urgenti: quello di essere più dentro il cuore della chiesa e più dentro il cuore dell’uomo. Là dove batte il cuore di Dio: nella chiesa e nel mondo.