I giovani di fronte alla vocazione religiosa
L’andamento d’entrata e di perseveranza dei giovani nella vita religiosa non è ancora ritornato a condizioni fisiologiche di ricambio e di sviluppo. Se partiamo dall’ipotesi (da dimostrare e non facilmente dimostrabile) che le espansioni passate rappresentino non un fenomeno storico delle comunità cristiane, ma un’esigenza sostanziale alla quale dobbiamo tornare, siamo ancora in generale in zona d’allarme. Invecchiamento, contrazione, chiusura e morte saranno ancora incombenti per i prossimi anni.
A parte l’andamento numerico, qual’è l’atteggiamento dei giovani di fronte alla vocazione religiosa?
Non vorrei soffermarmi nelle zone dell’estraneità, dell’indifferenza. Vorrei raccogliere dati e indicazioni dalle zone di contatto o almeno di confine, là dove mi sembra che sia in atto una duplice sfida: la sfida dei giovani alla Vita Religiosa e la sfida della Vita Religiosa ai giovani. Vediamo qualche sondaggio.
Indicazioni dall’America del Nord
Le ricavo da Pro Mundi Vita (3/1987). I candidati attuali sono piuttosto adulti, meglio istruiti, più maturi e più conservatori nelle loro opinioni di Chiesa. Un buon movimento si sviluppa quando c’è un animatore vocazionale a tempo pieno. Dove c’è un programma pastorale organico le vocazioni sono più facili. Nelle piccole comunità vengono giovani più tradizionali. Nelle grandi, giovani più avanzati.
Un fattore decisivo per le giovani è l’offerta nella vita religiosa di molta flessibilità e libertà nell’esercizio del loro apostolato.Il personale formato alla pastorale delle vocazioni sembra un fattore essenziale.
L’impegno temporaneo sarebbe più accettabile dai giovani. Potrebbe concludersi così, ma potrebbe essere la via per l’impegno duraturo.
In genere entrano le giovani dotate di forte personalità e consapevoli di ruoli attivi nella comunità cristiana. Non entrano le giovani che non hanno forte personalità e che non hanno sensibilità per un nuovo statuto delle donne nella vita della Chiesa.
Quelle che non entrano fanno più questioni marginali. Quelle che entrano sono più sensibili a fattori sostanziali, come l’azione per la giustizia.
Ma il dato che più emerge nelle recenti ricerche nordamericane è che la ragione più pesante della non entrata dei giovani e soprattutto delle giovani è che “nessuno ha mai incoraggiato a domandarsi se avevano una vocazione”. Soprattutto è mancato totalmente l’incoraggiamento dei componenti della famiglia o degli operatori pastorali.
I giovani e le giovani sentono la difficoltà o almeno la serietà degli impegni per seguire la vocazione religiosa. Ma è comune la convinzione che l’incoraggiamento esplicito unito a una buona educazione cristiana di base potrebbe aiutare a vincere molte resistenze.
Vengono i figli di famiglie di ogni dimensione. Ma prevalentemente con 3 o 4 figli. I giovani della classe media sono i meglio disposti e favoriti. Generalmente sono i giovani che pongono seriamente ai genitori e ai pastori il tema della vocazione.
Da un’inchiesta in Lombardia
Le opinioni e i fatti riguardano i giovani vicini alle vocazioni religiose, o che le incrociano spesso. La maggioranza dei giovani dà dei religiosi giudizi positivi: sereni e felici; aperti ai problemi della gente, disponibili, capaci di dialogo, entusiasti, suscitatori di interessi, testimoni di valori…
Ma c’è anche un’accusa abbastanza pesante di formalismo, legalismo, moralismo, pedanteria, ritualità, esteriorità disciplinare, caduta di spontaneità, di genuinità. Sono tratti che soprattutto le giovani criticano spietatamente nelle religiose.
La comprensione dei giovani per la vita comunitaria è molto alta: esperienza difficile, ma valida e arricchente; testimonianza evangelica di accoglienza reciproca…
Anche per il celibato, la verginità: possibilità di seguire Cristo con una consacrazione più radicale, massima disponibilità per servire gli altri… Il loro lavoro è utile e prezioso per la società… Si può dire che i giovani sanno leggere i valori, i segni, i motivi della vita religiosa.
Ma fino a che punto queste ammissioni sono in grado di coinvolgere personalmente i giovani fino ad accogliere e seguire la proposta vocazionale religiosa?
I giovani ammettono e conoscono la grave crisi vocazionale che li riguarda. Sono lucidi nelle analisi e sinceri nelle confessioni: siamo oppressi e vinti da cause culturali e psicologiche; siamo in larga parte ormai imbevuti di ideali falsi e di modelli illusori di vita, alla scuola dei mass media; è vero, siamo preda dell’indifferenza, possediamo idealità scarsa, non abbiamo il coraggio di un possibile impegno evangelico; seguiamo le proposte più facili, anche nell’ambito della vita cristiana e ecclesiale…
I giudizi degli adulti si dividono, nei riguardi dei giovani, tra il pessimismo e la rassegnazione da una parte e la speranza che invita alla fiducia e alla perseveranza, dall’altra, prevalenti in chi accosta i giovani con nuovo stile, con nuovi contenuti.
Forse la situazione pastorale-educativa di base, il coinvolgimento comunitario, incontri e iniziative come sono condotti non riescono a dare ai nostri giovani la vera libertà vocazionale, che è fatta di verità, di valori, di amore, di nuova profonda esperienza trinitaria, cristiana, ecclesiale, umana, religiosa…
Parecchi giovani si dichiarano esplicitamente disponibili a una chiamata religiosa, in attesa, in clima di gioia e di gratitudine a Dio. Comunque si dichiarano oggi ancora divisi tra l’ignoranza, la paura, il desiderio. Per chi vuol capire significa possibilità e condizione.
La via della contro-cultura
La documenta plasticamente Don .A. Pronzato riferendo un incontro con una giovane francese, in Vita Pastorale 6/1988. Dove nasce in voi giovani questo desiderio di deserto e di preghiera?
È tutto merito della nostra società… Dobbiamo ringraziare questa società materialista, efficientista, consumistica, edonista, secolarizzata, dominata dai miti dell’avere, del possesso, del sesso… Un mondo arido ci ha messo una gran sete. Un mondo chiuso, ci ha fatto spuntare dentro una grande voglia di libertà. Un mondo di orizzonti soffocanti, ci ha insegnato a respirare. Un mondo che ci concede tutto, ci ha costretti a cercare qualcos’altro.
Con la sua presunzione, ci ha fatto nascere il desiderio di buttarci in ginocchio. Col suo vuoto, ci ha obbligati a cercare la pienezza. Col suo scorrere senza scopo, ci ha sollecitati a rintracciare un significato. Con il piacere offerto a buon mercato, ci ha scavato nel profondo un’insoddisfazione tormentosa. Con la sovrabbondanza dei beni, ci ha costretti a cedere alla tentazione di farne a meno. Lo stile di vita della nostra società, che rende impossibile la preghiera, ci ha fatto scoprire la necessità della preghiera.
Sentendoci minacciati di morte, molti di noi giovani siamo fuggiti… verso la vita, verso la preghiera. Il fenomeno è più vasto di quanto si creda. Ci sono dentro tutti i germi di un largo bussare alla vita religiosa. Purché non vi si trovi più di una delusione.
Un gruppo di 155 giovani USA
Hanno chiesto di entrare in noviziato, con fiducia. Perché? Per le qualità personali dei gesuiti che ho incontrato, in termini di efficacia apostolica, di orazione e preghiera, di simpatia (1 solo per gli annunci pubblicitari). Per le relazioni personali con i gesuiti, individui e comunità, allegri, pieni di speranza, uomini di preghiera, creativi, aperti alla confidenza. Per la vita comunitaria condotta con qualità di stile aperto all’accostamento e alla partecipazione, per il coinvolgimento di noi giovani in temi e problemi, in iniziative condivise di collaborazione, di largo inserimento e respiro. Per l’offerta a noi giovani di incontri di preghiera, di ricerca spirituale e vocazionale, fatti con persone e in ambienti della Compagnia, seguendone la spiritualità e le tensioni. Per il fatto che subito mi è stato aperto dinanzi un vasto e interessante campo di lavoro.
Una serie di conflitti, da vivere e risolvere
La ricavo da letture recenti. Di fronte alla prospettiva della vita religiosa questi conflitti dividono i giovani d’oggi, e ci spiegano perché qualcuno neppure si avvia, altri partono e desistono, altri faticano, ma, se ben aiutati, risolvono con vantaggio la severità della sfida. Questa è: tra l’ansia di libertà, la paura di possibili condizionamenti psicologici e morali e la bellezza dei richiami all’essenziale, al valido, al vero, al giusto; tra l’egocentrismo giovanile e l’esigenza di apertura e di dono a Dio e agli altri; tra l’impulsività emotiva psicologica e la necessità di spiritualità costante e volitiva; tra l’intensità dell’esperienza affettiva sensuale, intima e consumativa, e le prospettive d’una castità che chiede di amare molto e molti, ma di non strumentalizzare nessuno; tra la debolezza della volontà e dell’impegno lungo e la fedeltà totale e radicale; tra la facilità al compromesso, alla mediocrità e l’esigenza d’essere coerenti, altri; tra l’idealismo fantasioso, il radicalismo verbale e emotivo e il realismo operativo; tra l’infatuazione per i personaggi ideali, suggestivi, di esito e la necessità di mettere in primo piano il servizio secondo il bisogno e la domanda, di dare spazio alla ubbidienza, dove spesso ci si salva solo operando nel nascondimento, nell’apparente distruzione di sé; tra il bisogno di possedere e di dominare e le esigenze della povertà che richiede di liberarsene per vivere di ben altre ricchezze spirituali, di largo dono di sé, di spoliazione, di uso distaccato, di semplicità di rapporti, di accoglienza; tra l’ipersensibilità che dà eccessivo peso ai problemi privati e il primato della solidarietà sociale, esistenziale , morale, apostolica, caritativa…
Che cosa piace ai giovani migliori nella Vita Religiosa
Lo ricavo ancora da letture e da incontri frequenti personali e di gruppi. Piace la contestazione e la denuncia nel nome del Vangelo di Gesù; la capacità di lotta e perfino di martirio per la verità, la bontà, la giustizia, la fede; la volontà e la capacità di vivere il Mistero Pasquale di Morte e Resurrezione a novità di vita; il possesso di un progetto di Vita comunitario e apostolico, perciò anche personale che discende dai fondatori, attraversa la tradizione, s’incontra nella attualità di situazione e di tensione verso un futuro migliore, cui si è invitati come forza giovane; l’assolutizzazione dei valori ideali della sequela di Cristo, del prolungamento di Lui e dei suoi Misteri nei ministeri e carismi dei quali è densa la Vita Religiosa; l’accento sulle persone e sulla libertà dello Spirito più che sulle istituzioni; la tendenza al piccolo gruppo o almeno sempre alla comunicazione interna profonda e semplice, verticale, orizzontale verso l’esterno, con vero spirito evangelico; la ricerca della felicità delle beatitudini; la capacità di idealismo, di sapienza, di profezia, di miracolo, lo spazio offerto allo Spirito…
Alcune battute raccolte personalmente
“Cercavo che mi volesse bene, mi desse fiducia, mi ascoltasse, mi aiutasse, mi guidasse, chi mi accettasse per quello che ero, che a sua volta fosse coerente… L’ho trovato, ed eccomi qui”.
“Stavano insieme in modo diverso dagli altri gruppi. Sono spontanei, simpatici, affettuosi, sinceri. Danno possibilità di contatto. Ci vogliono bene”.
“È gente molto semplice, eppure vivono una vita intensa. Mi hanno accolto nella loro vita, nel loro ambiente. Mi hanno presa sul serio. Finalmente. Poi mi è venuta la voglia di cambiar vita, di diventare come loro, per restare con loro”.
“Ascoltano, capiscono; parlano poco e mi sorridono quando capisco da sola. Mi basta”.
“Cosa vogliamo da loro? Che siano autentici. Onestà evangelica. Che siano coerenti con quello che dicono e ci credano”.
“Voglio che ascoltino anche le mie piccole o grandi cose che non sono simpatiche per loro”.
“Voglio poter dire: ho incontrato l’amore. Anche se entrerò lì dentro, da subito”.
“Per me i religiosi devono ripetere l’esempio di Gesù, l’intuizione profonda di Lui che uscì fuori da quello che rappresentava strettoia nel tempio, nella legge, nelle autorità e gerarchie, per essere vicino all’uomo, alla gente”.
“Deve finire ogni immagine minorata del credente, del chiamato, del consacrato, del virtuoso”.
“Mentre uno parla, gli altri ascoltano, se ci si ama”.
“È vero che abbiamo paura degli impegni stabili. Ma vale sempre la pena?”.
Portandoli sul difficile, i giovani avrebbero potuto rispondere usando grandi parole. Ma forse è stato più utile lasciarli al livello delle confessioni immediate e vere.