La proposta della vita religiosa alle nuove generazioni
La vita cristiana è sottoposta oggi al logoramento costante e onnipresente dell’umanesimo “troppo umano”. La dimensione intramondana è praticamente e costantemente veicolata dai mass media e diventa mentalità corrente, erodendo in modo sottile ed efficace la visione cristiana dell’esistenza. E i giovani finiscono per trovarla ovvia e normale, a meno che…
A meno che non ci siano altri richiami forti e insoliti che mostrino il limite e la povertà di questa unidimensionalità.
Una vita religiosa coerente senza compromessi e serena, è uno dei pochi “a meno che”, che possono aprire gli occhi sugli sconfinati orizzonti dell’esistenza cristiana.
In questo mondo che tende a chiudersi in se stesso, individualista e scettico, la vita religiosa rappresenta un richiamo forte alla vocazione divina dell’uomo.
Essa dice che l’uomo è chiamato ad essere qualche cosa di più dell’uomo, a realizzarsi a livelli superiori, a trascendersi, a divinizzarsi. E ciò per una chiamata divina: l’eterno vuol strappare la vita fragile e breve dell’uomo alla decadenza del mondo che passa, per lanciarla negli spazi amplissimi del mondo divino. Senza questa chiamata non si spiega né il cristianesimo né la vita umana destinata a precipitare nel nulla.
Non c’è affatto bisogno di un Dio che si fa uomo, se l’uomo non è chiamato a diventare “come Dio”.
La vita cristiana è assurda senza questa chiamata. L’etica pesa terribilmente sul giovane (e non solo), il modello cristiano è semplicemente anacronistico, la proposta cristiana è incomprensibile: le difficoltà dell’essere cristiano diventano oggi quasi insuperabili.
A servizio dell’uomo
È in questo dinamismo “vocazionale” che si inserisce la vita religiosa, facendo da sostegno alla tensione verso la meta comune, che essa addita e richiama con il fatto stesso del suo “esserci”, come pure mostrando la possibilità e la percorribilità del cammino di risposta, grazie alla sua radicalità. È appunto attraverso questa radicalità che la vita religiosa diventa proposta che attira l’attenzione dei meno distratti dei nostri giovani.
I voti hanno questa funzione in seno alla Chiesa: un segno di radicalità nella risposta alla vocazione divina per provocare e sostenere la risposta del cristiano nelle incertezze e nei meandri della quotidianità.
La vita comune apre gli occhi sulla reale possibilità di domare l’individualismo, di considerare la fraternità cristiana non tanto come un’utopia, quanto come un progetto che può avere diritto di cittadinanza e può essere realizzato anche nel regno del narcisismo.
Il che è conforme alla tradizione cristiana, nei suoi momenti più forti. Il cristianesimo si è imposto all’attenzione prima e all’accettazione poi dei pagani proprio per questi due aspetti, per la serietà della vita, considerata “alta”, “trascendente” e per l’amore fraterno.
Entrambi i segni sono la manifestazione della forza trasformante della divina vocazione che lavora l’uomo e lo rende capace di un livello di vita che si innalza e si impone e finisce per sedurre gli uomini snervati dalla povertà di prospettive convincenti e pacificanti.
Questi due “segni” sono in grado, anche presso le nuove generazioni, di insinuare la trascendenza del cristianesimo nei confronti di ogni progetto puramente umano.
Perché l’uomo è di gran lunga superiore ai suoi desideri e alle sue prospettive. L’uomo sente che non può realizzarsi nel breve segmento di questa vita, l’uomo si sente sconfitto dalla fugacità del suo percorso terreno. La vocazione divina gli dice che il breve segmento della sua esistenza trova senso se è collegato alla retta, infinita, che sfocia e continua nel mondo divino.
La proponibilità di un valore
Ora tale affermazione, sempre meno chiara per lo sguardo obnubilato dell’uomo occidentale pieno di cose che lo imprigionano all’istante che passa, diventa plausibile quando è presentata da una vita evangelica, creatrice di fraternità.
La “strana” risposta cristiana, calata in questo mondo sazio di sé, ma anche stordito e sempre meno soddisfatto, è sostenuta dalla vita religiosa che tiene vivo l’ammonimento paolino: “non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12,2).
La vita religiosa diventa proposta alle nuove generazioni quando si oppone esplicitamente e decisamente al mondo-mondano, alla “unidimensionalità” in cui le troppe cose racchiudono inevitabilmente l’uomo.
Non solo. La vita evangelica e fraterna del religioso, va unita alla capacità di “rendere conto della speranza” che lo sorregge. La provocazione della vita religiosa ha da essere sempre più accompagnata dal desiderio di evangelizzare, dal senso della missione, di esplicitare cioè con lo annuncio, il riferimento unico e irrinunciabile a Cristo Signore, alla cui persona si vuol rendere amorosa testimonianza, la cui realtà di Salvatore si vuole rendere presente in ogni modo e in ogni momento. Il “guai a me se non evangelizzo”, l’inquietudine per il futuro delle giovani generazioni, l’amore a Cristo e ai nostri giovani, non possono non accompagnare ogni forma di vita religiosa.
Se è vero che l’evangelizzazione tipica della vita religiosa viene dal suo stesso “esserci”, è anche vero che spesso la visibilità di questo tesoro unico per la chiesa giunge all’uomo e al giovane attraverso le “opere” tipiche dei diversi carismi della vita religiosa.
Proprio come Gesù che presenta la sua persona e annuncia la sua parola, con e attraverso, prima e dopo, i suoi “segni”, le sue opere, i suoi miracoli.
Da una parte lo scontro con il mondo sembra diventare sempre più aspro: nei confronti dell’esistenza edonistica va presentata l’esistenza evangelica, segnata dalla radicalità dei voti; nei confronti della tendenza individualistica va offerta la realizzazione di comunità fraterne e al servizio dell’uomo, un servizio disinteressato e insolito; nei confronti della relativizzazione di tutto va annunciato Cristo, come solida verità e unico salvatore.
Dentro le domande più profonde
D’altra parte questo mondo, nel quale crescono le nuove generazioni, è percorso da fremiti di religiosità, da un segreto desiderio d’Assoluto, da un inquietudine nella quale il discepolo del Signore vede lo Spirito in azione.
Donde l’immensa carità, donde l’umiltà (il vero fascino del cristiano!), di chi si sa depositario spesso inadeguato di un dono che non gli appartiene e lo trascende e che va diffuso con serena franchezza e con amorosa fortezza.
La proposta della vita religiosa non è altro che la proposta ferma e dolce della divina vocazione dell’uomo, come è risuonata sulle labbra e nella vita del Signore Gesù.
Una vocazione presa sul serio, come assolutamente prioritaria, tale da rendere capaci di “vendere ogni cosa”, per seguire il Maestro che conduce alla meta, per vivere discepolo con i suoi discepoli, per compiere i segni della sua potenza, che sono i segni di un amore dimentico di sé.
Ogni forma di riduzione al solo livello umano della vita religiosa, la svuota del suo dinamismo che sorregge le sue rinunce e la sua gioia. Ogni forma di distacco dai bisogni dell’uomo d’oggi, la stacca dalla pasta nella quale deve essere lievito.
È la tensione divino-umana che la pone alla sequela di Cristo, che la colloca “in questo mondo senza essere di questo mondo”, che la rende degna di interesse anche per le giovani generazioni nelle quali sono seminate vocazioni a lavorare nella vigna del Signore come laici e vocazioni a sostenere con il profumo delle Beatitudini l’impegnativo e sublime mestiere del cristiano.