N.04
Luglio/Agosto 1989

La pastorale vocazionale unitaria: un itinerario educativo aperto alla vita religiosa

Il tema della pastorale vocazionale unitaria fa parte di quelle realtà che richiedono un continuo approfondimento per la ricchezza che contengono, le stimolazioni che offrono e l’apertura che provocano su sempre più ampi settori della vita ecclesiale. Sua radice è infatti la Chiesa mistero, la Chiesa comunione e missione. Quanto più la coscienza che l’identità cristiana è contemporaneamente un fatto personale e comunitario, che l’essere chiamati per nome ci costituisce popolo e Corpo di Cristo, che l’uomo-immagine di Dio è “l’uomo in comunione” (O. Clément) diviene sempre più un’esigenza di natura operare in una prospettiva ecclesiale e unitaria. Si passa dalle motivazioni contingenti, che spingono alla collaborazione, a fondare l’azione pastorale sulla dinamica della vita “a corpo” qual’è propria della Chiesa, fedeli alle esigenze della sua natura, quale “Icona della Trinità”.

La pastorale vocazionale unitaria non è quindi un “artificio” strategico in clima di carenza di vocazioni o un’operazione che convoglia le energie esistenti verso questa o quella vocazione specifica. È invece espressione di un “organismo vivo”, articolato e diversificato nei doni, negli uffici e nei compiti, “tutti ordinati all’unica comunione e missione del medesimo Corpo”. Infatti, “La Chiesa non è stata istituita alfine di essere un’organizzazione di attività, ma piuttosto quale Corpo vivo di Cristo per dar testimonianza[1]; Gesù Cristo stesso è la notizia nuova e apportatrice di gioia che la Chiesa ogni giorno annuncia e testimonia a tutti gli uomini”[2].

 

 

Prima la Chiesa

Un primo orientamento per una pastorale vocazionale unitaria, che coinvolga la vita religiosa e in cui essa trovi il suo spazio naturale, raggiunge quindi l’impegno di un approfondimento della ecclesiologia di comunione e di missione che porti allo sviluppo di una mentalità e di un sentire profondamente ecclesiale. È l’orientamento che emerge con chiarezza dalla stessa recente esortazione pontificia: “Già sul piano dell’essere, prima ancora che su quello dell’agire, i cristiani sono tralci dell’unica feconda vite che è Cristo, sono membra vive dell’unico corpo del Signore edificato nella forza dello Spirito… Nella chiesa-comunione gli stati di vita sono tra loro così collegati da essere ordinati l’uno all’altro… Tutti gli stati di vita, sia nel loro insieme sia ciascuno di essi in rapporto agli altri, sono al servizio della crescita della Chiesa, sono modalità diverse che si unificano profondamente nel “mistero di comunione” della Chiesa e che si coordinano dinamicamente nella sua unica missione”[3].

 

 

Giovani concreti

Queste realtà nella misura in cui divengono oggetto di riflessione e criterio di scelte operative imprimono una colorazione dinamica alla pastorale e danno senso al lavoro di collaborazione in un clima di fraternità e di rispetto della diversità delle vocazioni. Dinanzi allo sguardo di ciascun credente e della comunità ecclesiale vi è costantemente il giovane, nel suo volto concreto, che compie il suo cammino e fa storia con Dio nella storia dell’uomo di oggi. Nel servizio di pastorale, ogni adulto realizza il suo compito educativo accompagnando il giovane nel suo cammino di crescita e di orientamento, lasciandosi interpellare con lui dalla Parola e dai bisogni di salvezza dell’umanità. La pastorale unitaria è infatti legata alle responsabilità apostoliche della chiesa nel mondo e al modo con cui questa affronta le sfide e i sempre nuovi problemi dell’evangelizzazione.

“Nel vedere la Chiesa che vive in pienezza la sua missione nel mondo, molti uomini e donne, specialmente i giovani, sentiranno la chiamata ad impegnarsi nel ministero sacro e delle diverse forme di vita consacrata”[4].

 

 

La vita religiosa

Si apre conseguentemente dinanzi agli operatori della pastorale vocazionale e dinanzi ai giovani e alle giovani la realtà della vita religiosa. Questa è vista non tanto alla luce delle opere apostoliche e dei servizi in ambito caritativo, quanto per il suo legame intrinseco con la santità, la comunione e la missione della Chiesa, corrispondente alla forma del suo radicarsi in Cristo amato “con cuore indiviso”.

Emerge la sua funzione di segno, di “memoria evangelica”, di testimonianza di comunione e di promozione di comunione. “I religiosi e le loro comunità sono chiamati a dare della Chiesa una palese testimonianza di totale dedizione a Dio, quale opzione fondamentale della loro esistenza cristiana e primario impegno da assolvere nella forma di vita loro propria. Essi, infatti, qualunque sia l’indole propria del loro istituto, sono consacrati per dimostrare pubblicamente nella Chiesa-Sacramento ‘che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini’ (LG 31)”[5].

 

 

Nella comune missione

Il cammino e il continuo rinnovamento della pastorale unitaria scaturiscono dal dialogo tra le realtà costitutive la Chiesa e l’evangelizzazione del mondo; inoltre, dalla proposta, contenuta nel suo vissuto, del modo proprio della Chiesa di servire l’umanità di oggi secondo il mandato del Signore. Qui si inserisce la varietà delle vocazioni e si illumina il ruolo specifico di ogni famiglia religiosa. L’unità e le differenziazioni molteplici, in cui si articola la carità e si esprime l’amore del Padre per ogni creatura, caratterizzano il rapporto del Popolo di Dio con il mondo. Ed ogni vocazione concentra in sé, in carni vive e consacrate dallo Spirito, la forza dell’amore del Padre che ha mandato il suo Figlio non per condannare alcuno, ma per salvare l’intera umanità. Le figure dei fondatori e delle fondatrici sono altamente significative in tale direzione. Ecco perché la pastorale unitaria è chiamata ad interpellare i religiosi e le religiose; ha bisogno cioè che la loro vita evangelica sia chiaramente manifesta nelle loro scelte, nello stile di vita comunitaria e apostolica e alimenti la creatività apostolica a beneficio della stessa Chiesa particolare. Si viene a costituire in questo modo la base per una proposta vocazionale concreta ed i giovani vedono la vita religiosa nella sua vera natura e funzione, “come all’inizio”, cioè nelle sue radici profonde.

Proprio perché siamo un popolo in cammino che continuamente deve evangelizzare se stesso per poter evangelizzare non possiamo nascondere che c’è del lavoro da compiere a livello di riflessione, di impegno, di rinnovamento. Ma è in questa direzione che lo Spirito spinge e forma in un’epoca in cui individualismi e settorialità, privilegi e cammini paralleli non hanno più senso e posto, nonostante i tentativi e le impennate ai vari livelli della vita civile.

La vita religiosa aiuta o dovrebbe aiutare il Popolo di Dio ad aprirsi sugli orizzonti dell’umanità e a sprigionare, a beneficio di tutti, le energie della sua carità nel dono di sé pieno e umile. Sono poste così le condizioni indispensabili per una mediazione vocazionale propositiva e attraente, dove santità, comunione e missione sono coniugate simultaneamente con la bellezza della Sequela di Cristo in castità, povertà e obbedienza da fratelli e sorelle uniti nel Suo nome.

Gli orientamenti operativi sono quelli propri alla pastorale delle vocazioni e alle mediazioni ecclesiali: dalla vita della comunità, alla missione, all’accompagnamento personale e di gruppo, al discernimento, al progressivo impegno del giovane e della giovane all’interno della comunità e “ad extra”, lungo un itinerario di formazione personale serio, articolato sui valori di fondo secondo un programma di vita “centrato sull’essere”, a respiro ecclesiale.

 

 

Quale itinerario educativo?

Vi sono delle modalità specifiche che aprono sulla vita religiosa e aiutano a scoprire in sé l’appello alla vita consacrata.

Prima tra queste, curare il rapporto con la persona di Cristo come evento che salva e trasforma. La vita religiosa non è altro infatti che una appartenenza totale a Cristo Signore nella condivisione, per dono dello Spirito, della forma di vita che egli abbracciò e che propose ai suoi (cfr. LG 44). È un rapporto che misura la sua profondità nell’apertura sugli altri e nel servizio oblativo. La scelta infatti di una persona da parte di Dio genera un rapporto profondo con lui “di mutuo amore e fedeltà, di comunione e di missione”[6]; “è per il bene degli altri: la persona consacrata è un inviato per l’opera di Dio, nella potenza di Dio”[7].

Una seconda modalità, che diviene fattore prioritario di crescita, è “il fare la verità nella carità” (Ef 4,15), cioè l’accogliere e il vivere la Parola nella comunione ecclesiale, lasciarsi guidare e modellare dalla Parola di Dio. La “povertà di spirito”, inoltre, nel dono di sé semplice e fiducioso. Essa ha il potere di aprire l’animo e rende attenti al messaggio contenuto nelle esigenze e nelle sofferenze dell’uomo di oggi, come nelle sue conquiste e speranze. Non c’è dialogo senza una autentica povertà di spirito e la coscienza del valore della persona umana.

Un’ultima modalità che va messa in luce è la conoscenza di chi sono, secondo il disegno di Dio e nella vita del suo Popolo i Fondatori e le Fondatrici. Sono stati dei costruttori della società con la forza della loro fede e con l’inventiva audace dell’amore. Sono loro e la loro famiglia religiosa l’opera che Dio ha posto tra le genti per ravvivare la vita, edificare le nuove epoche con l’apporto dei valori evangelici espressi nel loro essere, manifestare le dimensioni infinite e concrete del Suo amore. Non sono personaggi storici, ma “carismi” per il bene di tutto il Popolo di Dio e dell’umanità.

 

 

 

Note

[1] Mutuae Relationes, Roma 1978, n. 2.

[2] Ivi, n. 20.

[3] Christifideles Laici, Roma 1989, n. 7. 

[4] Cura pastorale delle vocazioni nelle Chiese Particolari, Roma 1981, n. 3.

[5] Mutuae Relationes, Roma 1978, n. 14a. 

[6] Gli elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa sulla vita religiosa, Roma 1983, n. 5.

[7] Ivi, n. 23.