Discernimento delle vocazioni maschili alla vita consacrata
Il discernimento alla vita consacrata è un momento altamente impegnativo di mediazione ecclesiale per la verifica delle intenzioni e delle condizioni di idoneità di un candidato, nonché per la formazione continua delle persone affinché possano rispondere pienamente alla chiamata del Signore.
Discernere le intenzioni e l’idoneità dei candidati
La distinzione fra intenzioni vocazionali e condizioni vocazionali è classica nella concreta applicazione del discernimento. Non è sufficiente sentirsi chiamato o avere limpide intenzioni di consacrarsi al Signore; se mancano le qualità requisite dalla Chiesa, comprobanti l’idoneità per la vita religiosa, il discernimento mette in luce queste carenze oggettive là dove possono esserci le migliori intenzioni soggettive da parte di una persona. Viceversa, talvolta ci si può imbattere con persone idonee alla vita consacrata che mancano di quella intenzionalità di donarsi al Signore senza la quale non può reggere a lungo un itinerario vocazionale. Mentre nel primo caso, la mancanza di condizioni di idoneità, è difficile supplire; nel secondo caso, la eventuale iniziale mancanza di intenzionalità, può essere superata mediante una appropriata guida che permetta cogliere in profondità se esiste o meno una chiamata del Signore e come può essere “evocata” ed “esaudita” in un lucido itinerario di approfondimento spirituale.
Per questo è necessario il discernimento dell’autorità ecclesiale, attraverso le mediazioni dei formatori e dei superiori, con la responsabilità di una verifica dell’esistenza dei requisiti proposti dalla legislazione canonica e dalle prescrizioni dei singoli istituti.
Eppure anche l’autodiscernimento vocazionale, benché non possa esprimere il giudizio ultimo sulla reale vocazione alla vita consacrata, è doveroso. Se è Dio che chiama e consacra, e lo fa mediante la concreta chiamata e consacrazione che si realizza per mezzo della Chiesa – a livello pedagogico, giuridico e liturgico – è sempre la persona concreta che si sente chiamata a dover rispondere davanti a Dio e alla Chiesa, sulla base di una chiara percezione delle intenzioni soggettive e delle condizioni di idoneità proposte dalla legittima autorità.
Ci vuole, insomma, il discernimento e l’autodiscernimento; e non nei momenti cruciali e spesso definitivi per una accettazione o un rifiuto della persona a livello giuridico, nelle successive tappe dell’itinerario della consacrazione, ma anche nel cammino formativo vocazionale che praticamente non finisce mai, se la vocazione è in realtà un dialogo di chiamate e di risposte che tende verso la piena realizzazione in una crescente fedeltà.
In questo senso, ad esempio, il c. 646 del CIC parla del noviziato come di un tempo di formazione per “prendere meglio coscienza della vocazione divina”, per esperimentare lo stile di vita proprio di un istituto, per formarsi mente e cuore secondo lo spirito di una famiglia religiosa. Tale tempo è prezioso affinché “siano verificate le intenzioni e l’idoneità” dei candidati alla vita consacrata.
Le condizioni di idoneità, prima di accedere al noviziato, sono proposte in maniera concisa rilevando alcune qualità concrete che permettono una verifica: età richiesta, salute, indole adatta e maturità sufficiente per assumere il genere di vita dell’istituto (cfr. c. 642).
Partendo da queste indicazioni programmatiche possiamo segnalare alcuni segni specifici della vocazione religiosa sulla base dei valori fondamentali richiesti e sulla effettiva assimilazione progressiva da parte dei candidati.
Alcuni valori centrali della vita consacrata
In una stringata sintesi i valori della vita consacrata da accogliere e da assimilare, ma anche da verificare nel discernimento vocazionale sono: la sequela di Cristo e la consacrazione, la vita comunitaria, il servizio apostolico, l’identificazione con un carisma specifico.
– La sequela di Cristo e la consacrazione religiosa.
La proposta fondamentale della vita consacrata mira alla realizzazione della sequela di Cristo mediante i consigli evangelici, confermata con la consacrazione religiosa. La verifica fondamentale quindi si compie sulla attrattiva vocazionale che questo ideale evangelico esercita sulla persona che vuole consacrarsi a Dio, e sulla effettiva capacità di rendere evidente nella propria esistenza la scelta di Cristo e la conseguente sequela mediante i consigli di povertà, castità ed obbedienza. Cose ovvie, naturalmente, dal punto di vista degli ideali da proporre, eppure sempre da verificare, affinché l’intenzionalità raggiunga sempre più un grado di convincente esperienza di tali valori, in maniera che il soggetto possa essere idoneo a suggellare l’impegno di una consacrazione definitiva. Dovrebbe essere chiaro fin dall’inizio, come prospettiva pedagogica, che la scelta fondamentale deve orientarsi verso la persona di Cristo. L’ideale, attorno al quale si annodano come in un fascio tutto l’impegno e tutte le conseguenze della consacrazione religiosa, deve essere personalizzato al massimo. Il “Vieni e seguimi!” è altamente esigente e chiaramente riferito ad una persona che deve seguire un’altra persona: Cristo. Solo a partire da questo stupendo personalismo della fede e della esperienza cristiana si possono tessere le trame assolutamente necessarie delle esigenze di fondo della vita religiosa, dai consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza fino alla stessa identificazione con un certo carisma. Si sceglie prima Cristo, dopo la famiglia religiosa che Cristo stesso indica nell’itinerario vocazionale, come il normale approdo per vivere la propria consacrazione.
In questo valore fondamentale bisogna diffidare dai facili entusiasmi come bisogna stare in guardia da comportamenti che non garantiscono una sufficiente personalizzazione della fede e della vocazione attorno alla persona del Signore. Un entusiasmo senza progressi concreti nella esperienza evangelica è pura illusione; una freddezza, anche se accompagnata da un comportamento coerente, potrebbe essere insufficiente nel momento della prova.
Il formatore e colui che intende la meravigliosa avventura della vocazione alla vita consacrata deve sempre misurarsi con questo primo valore e criterio di discernimento: la personalizzazione del proprio ideale, verificata con i segni concreti di una effettiva sequela di Cristo secondo le esigenze della povertà, della castità e dell’obbedienza. Cristo infatti rimane il motivo, la misura, il modello ed il maestro della consacrazione religiosa.
– La dimensione comunitaria
La sequela di Cristo vissuta in comunione qualifica la consacrazione religiosa. Chi intraprende il cammino vocazionale deve dar prova di condividere i valori della comunione, della solidarietà, del lavoro e dello studio, della familiarità nuova che esige rapporti schietti, collaborazione, capacità di identificazione e relazione. Spesso la stessa capacità di vivere con normalità questa dimensione comunitaria della vita consacrata fa emergere nella concretezza dei fatti e nella visibilità delle azioni quella idoneità che suppone capacità di camminare insieme con i formatori e con gli altri compagni di avventura vocazionale; apertura e disponibilità per accogliere ed assimilare valori; progressiva identificazione con una famiglia religiosa della quale si intende far parte; effettiva partecipazione in tutte le vicende della comunità dove viene educata e verificata la scelta vocazionale. Oggi, spesso, la socialità dei nostri giovani, la loro precedente partecipazione in esperienze comunitarie di gruppi, movimenti o parrocchie, favorisce questo aspetto. Ma la verifica e la crescita per ciascuno dei candidati deve essere portata specialmente sulla effettiva capacità di vivere in comunità nella dimensione dei consigli evangelici; cioè, in un crescente equilibrio affettivo – per il quale anche la comunione è scuola e ascesi quotidiana, in una dipendenza dai superiori attorno ad un ideale condiviso – comunione nell’obbedienza! – in una crescente generosità di partecipazione e trasparente comunione di beni e di lavoro – la comunione nella povertà! E su questi valori e nel dinamismo della vita comunitaria con i suoi alti e bassi, con le sue prove e le sue giornate grigie, con la necessarie dimensione di perseveranza, che l’iniziale socialità acquista lo spessore di un valore autenticamente evangelico. Sono realtà che i formatori possono verificare con una certa capacità di osservazione e di dialogo con le persone. Sono valori che ognuno dei formandi può costatare se riesce a viverli, affinché nel futuro sappia superare gli aspetti reali negativi che possono presentarsi nella vita comunitaria e mettere in crisi scelte vocazionali che sembravano irreversibili.
– In comunione con la Chiesa e con la sua missione.
La ecclesialità della vita religiosa comporta una chiara visione della necessaria comunione con la Chiesa e con la sua missione. Il valore della ecclesialità emerge chiaramente quando comporta interesse, attenzione per la Chiesa e la sua vita, i suoi problemi, la sua dottrina, il magistero, al di là della superficialità anedottica e delle curiosità clericali su fatti e persone, avvenimenti e promozioni. L’amore e l’interesse per la Chiesa si nutre di ben altre cose che non sono certamente il facile chiacchierio. E certamente si manifesta in atteggiamenti e specialmente in opere concrete di collaborazione apostolica nella misura che i tempi della formazione lo permettono. L’orizzonte ecclesiale della partecipazione alla liturgia, della preghiera, dello studio deve essere il punto di riferimento di una crescita vocazionale, un criterio di discernimento dell’autenticità di una vocazione. Ma è anche il motivo fondante di una vita che si apre per una donazione intera al servizio di Cristo nei fratelli, ma con la Chiesa e nella Chiesa. Santa Teresa di Gesù già nel secolo XVI riteneva fondamentale criterio di discernimento del valore di una vocazione e del profitto spirituale questa apertura sul mistero, sulla realtà e sulla missione della Chiesa. Anche oggi, ad evitare forme larvate di integrismo o atteggiamenti di subdola contestazione – l’uno e l’altro modo possono oggi trovarsi nei cuori dei giovani! – occorre la verifica di un forte, sincero, coerente amore per la Chiesa e per i suoi Pastori, ad incominciare da un vero, sentito, cordiale senso di comunione con la persona, la dottrina e l’opera del Successore di Pietro. È la necessaria verifica di una ecclesialità che si traduce in docilità e fervore di partecipazione nella missione della Chiesa.
– Identificazione con il proprio carisma
La vita religiosa ha un volto ed una concretezza nella appartenenza ad una famiglia religiosa, nel riferimento ad un carisma, nella identificazione con un Fondatore, nella condivisione con un progetto concreto di vita e di servizio apostolico. Non esiste una vita religiosa allo stato puro, ma nella concretezza dei diversi istituti. La necessaria mediazione della famiglia religiosa e del suo carisma, dei suoi membri, della storia dell’istituto e dei problemi attuali, deve essere accettata dal candidato. Con una volontà di identificazione progressiva, capace di superare nel momento opportuno tutte le negatività che possano sorgere anche all’interno di questa scelta. In realtà solo chi ha sofferto per la propria famiglia religiosa è capace di amarla e di dare la vita per essa. Appartiene alla grazia della vocazione anche questa misteriosa capacità di identificazione con questa realtà, nei piccoli come nei grandi istituti. Sarà quindi criterio di discernimento e valore da nell’autodiscernimento il modo di rapportarsi concretamente a questo elemento vocazionale: identificazione con il carisma del Fondatore, con il progetto della famiglia religiosa, con la realtà storica, la capacità di integrarsi totalmente anche in vista di condividere con il carisma la responsabilità di viverlo in pienezza ed arricchirlo con la propria storia.
Una accoglienza progressiva e sincera
Nella verifica concreta dei quattro grandi valori o costellazioni di valori che abbiamo prospettato, si possono evidenziare quelle che abbiamo chiamato all’inizio le “intenzioni” soggettive e le condizioni oggettive della chiamata vocazionale. Certamente non vanno qui proposti tali valori nella loro fase avanzata di assimilazione viva con la quale formano ormai parte della personalità di un consacrato. Vanno però misurati come semi che devono crescere o come segni che devono manifestarsi. Su questi valori si deve coltivare la formazione e su questi grandi atteggiamenti si dovrà in definitiva esercitare un discernimento personale, compiuto sempre: non dall’esterno o in maniera impositiva o all’ultimo momento quando si dichiara che tali segni non ci sono e quindi la persona non ha vocazione…; ma piuttosto mediante un dialogo paziente, una pedagogia illuminata da persona a persona, con tempo sufficiente per costatare in diverse tappe l’opportunità di una crescita, con le necessarie correzioni ed incoraggiamenti da parte dei formatori. Da parte del candidato che, se non è cieco o illuso, dovrà pur misurarsi nella verità con questi valori, si richiede capacità di accoglienza progressiva, docilità nell’apprendere ed assimilare i valori, disponibilità a dialogare con i formatori sull’effettiva crescita in questi valori spirituali senza i quali la vocazione è pura chimera anche con le più sacrosante intenzioni, e la volontà di continuare in un progetto di vita consacrata, senza la sicurezza di questi segni, è semplicemente il preludio di un fallimento vocazionale a breve o lunga scadenza.
Per questo, deve rimanere assolutamente chiara e senza pregiudizi la missione ecclesiale di discernimento vocazionale da parte delle legittime autorità che rappresentano la Chiesa. Se Dio chiama e sceglie concede pure anche le grazie necessarie per una vocazione ecclesiale. Il discernimento allora è un atto squisitamente pervaso di “carità ecclesiale”, fatto per amore delle persone e per il bene della Chiesa. Dove si manifestano con chiarezza i segni della sequela, della vita di comunione, della comunione ecclesiale, della identificazione del carisma, sulla base di una sincera maturità umana per un dinamismo di crescita, si può ritenere che Dio chiama e si ha la sicurezza che la risposta da darsi non è una illusione ma un impegno che darà frutti abbondanti nella Chiesa.