Giovani d’oggi in noviziato
Nell’ambito della sessione interdisciplinare del dipartimento di Spiritualità e Vita religiosa del Centro Sèvres di Parigi sul tema “Gioventù e Vita religiosa”, J. d’Huiteau, fratello delle scuole cristiane, è intervenuto per tracciare alcuni tratti comuni che caratterizzano i giovani entrati nelle case di noviziato di diverse congregazioni religiose francesi. La sua non è una ricerca che abbia il sapore del lavoro rigoroso del sociologo. Semplicemente tiene conto dei giudizi di maestre e maestri dei novizi e degli elementi sorti nel dialogo con i giovani stessi, alla ricerca di una risposta ad interrogativi come questi: da dove vengono? cosa cercano? cosa sperano? cosa domandano? Vediamone i tratti più interessanti.
La loro età
Un primo elemento interessante è l’età, dei giovani novizi francesi. Nella maggioranza, sia uomini che donne, “hanno superato lo stadio della prima giovinezza e hanno già acquisito una esperienza umana affermata” da un punto di vista professionale, ecclesiale o dell’impegno sociale. L’età media dei novizi degli ultimi 4/5 anni è intorno ai 28 anni. Ciò denota un lungo cammino per arrivare a compiere la scelta vocazionale: un cammino che per diversi è passato anche attraverso l’esperienza di una vera e propria conversione religiosa di Dio. Quali sono le caratteristiche di questa scelta per la vita religiosa a quest’età? L’aspetto più interessante è che “la loro decisione è il frutto di un lungo travaglio interiore durante il quale hanno avuto il tempo di mettersi davanti a se stessi, alla loro fede, alla Chiesa come vive oggi, al mondo come è, con le sue ricchezze e le sue difficoltà”. Inoltre sono giovani che hanno avuto l’occasione di confrontarsi con altre forme di impegno possibile (professionale, sindacale, cristiano “militante”), e molti di essi hanno conosciuto diversi tipi di vita religiosa. A questo proposito d’Huiteau ha potuto constatare che molti di questi giovani hanno scelto una determinata congregazione solo dopo aver fatto la scelta fondamentale della consacrazione a Dio; segno questo di una notevole libertà nell’impostare la ricerca vocazionale. La libertà di cui danno prova questi giovani ha qualcosa da insegnare anche alla pastorale vocazionale dei religiosi. Dice perlomeno che essa non deve seguire la logica del “reclutamento” da cui, purtroppo, non sembra tanto facile distaccarsi. Al contrario la pastorale vocazionale “non può essere che una lettera con i giovani e per i giovani della chiamata del Signore nella loro vita”.
Il loro cammino
Per quanto riguarda l’ambiente familiare di provenienza dei novizi, d’Huiteau non ha notato particolari differenze tra giovani che provengono da famiglie numerose e da famiglie nucleari, come pure da famiglie praticanti o no. Spesso anzi vi era l’esperienza della separazione all’interno delle loro famiglie. Invece, di particolare interesse, è la verifica di quanto la vocazione religiosa trovi la famiglia del giovane, anche praticante, non ben disposta: vi è spesso indifferenza, se non ostilità dichiarata. Ciò pone evidentemente degli interrogativi sul modo di intendere la vita religiosa nella famiglia cristiana. “Che sforzo fanno i religiosi per essere meglio conosciuti dai cristiani e percepiti secondo verità e non secondo gli stereotipi veicolati dai media? Lo sforzo di rinnovamento intrapreso dopo il concilio non sembra affatto compreso”. A proposito dell’esperienza cristiana dei novizi, d’Huiteau sottolinea tre elementi che permettono la maturazione della fede:
1. l’impatto con la non-credenza di una società largamente secolarizzata che non si ferma fuori dall’uscio di casa loro o delle agenzie educative (scuola, associazioni). “Paradossalmente, per un certo numero, questo incontro, e talvolta questo scontro, li aiuta a prendere coscienza che nella loro vita la fede in Dio, il desiderio di conoscerlo e di annunciarlo occupano un posto importante”;
2. la partecipazione a un movimento strutturato o a un gruppo informale, sia esso la parrocchia o un gruppo carismatico, è un occasione di approfondimento della fede e un luogo in cui si è continuamente rimessi in questione, sollecitati nelle proprie scelte di fede. Diversi giovani hanno ricoperto posti di responsabilità in questi gruppi, e queste sono esperienze che lasciano il segno;
3. il contatto con povertà e sofferenze, con esperienze dirette nel terzo mondo, o nel “quarto mondo” dell’emarginazione metropolitana. Si nota invece una certa lacuna nella conoscenza della dottrina sociale della Chiesa, che motiva, a detta delle maestre e dei maestri dei novizi, una forte esigenza di approfondimento, alla luce del quale verificare anche le esperienze precedenti. Anche questo contribuisce ad un apertura maggiore sulla fede e sulla Chiesa.
La scoperta della propria vocazione religiosa è avvenuta per questi giovani prevalentemente attraverso due direttrici. La prima è l’esperienza di week-ends organizzati da congregazioni o centri vocazionali diocesani. Va detto che sono pochi coloro che sono giunti ad una scelta tramite i centri vocazionali diocesani, per cui la domanda che nasce spontanea è: quale posto occupa la chiamata alla vita religiosa nello sforzo dei centri vocazionali diocesani? La seconda direttrice è il fascino determinato dalla figura di un fondatore. Il caso di S. Francesco è emblematico. “Certo non tutti i fondatori di ordini hanno un tale splendore, ma pure quelli che sono meno noti, quando i giovani li scoprono, suscitano o confermano spesso il desiderio di incarnare il Vangelo nel loro modo”.
La decisione
La decisione di entrare nella vita religiosa solitamente segna il riconoscimento di una coincidenza tra un progetto di vita personale e una forma di vita religiosa. Gli elementi di questo progetto di vita spesso ricordati dai novizi sono: la coerenza tra una radice culturale e l’apertura della congregazione a questa forma di cultura; la coerenza tra una radice sociale di cui il giovane ha percepito i valori e l’attenzione della congregazione a questo ambiente; la coerenza tra una esperienza umana e spirituale forte e la possibilità di vivere nella congregazione questa esperienza come cammino di fede e di ricerca di Dio; la coerenza tra un impegno sociale apostolico e una spiritualità che doni senso e profondità a questo impegno. È assolutamente interessante il notare quanto i novizi attendano una esperienza spirituale forte, soprattutto di preghiera, che stia alla base dell’impegno apostolico, diffidando di un’eccessiva valorizzazione dell’azione come tale. Percepiscono la vita apostolica come un “vivere con”, una presenza significativa, regolata dalla qualità più che dalla quantità, delle relazioni interpersonali. Infine, i novizi considerano il futuro della vita con fiducia e ottimismo, anche se non nascondono le loro inquietudini. Ad esempio notano il carattere minoritario dei giovani nelle comunità, l’assenza di una generazione intermedia tra essi e gli anziani, con la quale rapportarsi. Anche per questo, forse, si sente la necessità di incontri più frequenti di carattere intercongregazionale. Ed è presente anche l’interrogativo sui “per sempre” della propria scelta religiosa: sarò capace di vivere questa chiamata per tutta la vita? Un interrogativo, questo, di grande importanza, dal momento che rende testimonianza della consapevolezza dei giovani circa la serietà di un tale impegno di vita. E testimonia, altresì, la coscienza che entrare oggi nella vita religiosa è un atto di grande libertà.