Insegnanti e orientamento vocazionale
La scuola, in parte, è come sono i suoi programmi. Chi fissa i contenuti comanda una gran parte del quadro educativo. I giovani vi devono dedicare la loro attenzione.
Viene pure definita dalle sue tecniche didattiche, dai suoi metodi. Ma per un’altra parte, forse la più decisiva, la scuola è come la vogliono e la vivono e la fanno gli insegnanti con ciò che sanno e fanno con ciò che sono.
La loro personalità, le loro profonde convinzioni, i valori e i grandi fini che li ispirano e li muovono ad insegnare hanno la possibilità di piegare sia i contenuti, sia i metodi che le tecniche dove essi vogliono o di annullarne l’efficacia. Così essi danno forma alla materia.
Che la scuola sia un luogo e un tempo d’orientamento vocazionale, dipende profondamente dagli insegnanti.
I ragazzi, i programmi, i metodi sono nelle loro mani e attendono di essere fatti o non fatti strumenti di vero orientamento vocazionale.
Sono queste le tre questioni che ogni volta bisogna esaminare per ogni insegnante in rapporto alla sua attitudine a diventare agente attivo e valido d’orientamento vocazionale.
1. Nella sua motivazione a diventare e ad essere insegnante è presente una componente vocazionale autentica, perciò il senso di una missione, umana, culturale, sociale e anche religiosa e cristiana?
2. Intende la propria attività d’insegnamento come un atto e un processo educativo in senso stretto, come impegno ad orientare da qualche parte l’esistenza, la personalità, la condotta giovanile in rapporto alle scelte decisive e perciò anche la vita come vocazione da orientare nel quadro di tutte le vocazioni?
3. Conosce la virtualità vocazionale insita nelle discipline che insegna? Ne fa occasione e strumento di specifico discorso orientativo vocazionale, sia in senso largo che in senso stretto?
Insegnanti per vocazione e missione
È la prima condizione. Solo quest’esperienza personale permette di capire il tema e il problema vocazionale, in rapporto alle giovani personalità in crescita nelle loro mani.
Purtroppo la situazione è piuttosto problematica. Nel campo laico prevalgono motivazioni di mestiere, di calcolo, d’impegno impersonale, di dedizione a scopi, nei casi migliori, scientifici, tecnici, culturali, estrinseci alla personalità e alla vita globale.
Anche il personale laico delle scuole cattoliche dimostra di dare molto spazio al calcolo. Una prospettiva insegnante “vocazionale” non va al di là di scelte dovute all’inclinazione, al vantaggio, alla soddisfazione personale, all’attrattiva piuttosto vaga per i giovani e per l’insegnamento di qualche disciplina.
Gli stessi insegnanti consacrati per ubbidienza religiosa o secolare alla scuola, presentano spesso gravi lacune. Alcuni presentano limiti di competenza scientifica, didattica, pedagogica; altri non riescono a colmare la separazione quasi schizofrenica tra la personalità e la vita (vocazione) consacrata e la professione scolastica; altri ancora hanno ceduto all’impostazione secolarizzata dell’agenzia educante scolastica, dell’insegnamento e degli insegnamenti, dello stesso compito formativo. Forse questa è la ragione per la quale la scuola, anche cattolica, dà così scarso contributo all’avvio vocazionale, all’orientamento vocazionale.
Diverso è il caso per quegli insegnanti laici o consacrati che hanno riconquistato per sé la natura vocazionale e missionaria del loro essere insegnanti in grado di impostare stimoli e cammini di orientamento e di accompagnamento, anche nella scuola o attorno alla scuola.
Come si vede la loro azione assume tratti orientativo-vocazionali perché vi prolungano il loro modo di intendere come vocazione e missione la propria vita, la propria fede, la propria professione insegnante, i rapporti con i giovani.
La loro disponibilità all’orientamento vocazionale è semplicemente il prolungamento della loro vicenda personale per la quale hanno vissuto a loro tempo la crescita come vicenda vocazionale, sulla base di un dovere che era anche diritto. Ora si sentono personalità umane e cristiane proprio perché hanno scoperto la vita e la fede come valore che chiama, qualifica e invia; hanno assunto i doni qualificanti dell’itinerario sacramentale; hanno sentito la necessità di partire da una base di assoluta chiamata e risposta, di dono gratuito da ricambiare e da ridistribuire. Di vocazione e missione se ne intendono. Possono farsene guida.
Educatori e orientatori vocazionali
Non è il caso di quegli insegnanti laici o consacrati che invece mettono al centro, in teoria e nell’intenzione, o anche solo nella prassi e nell’esecuzione, l’insegnamento e l’apprendimento delle discipline, la conclusione dei programmi, la promozione didattica, il buon ordine, l’attitudine scolastica o professionale. La loro può essere scuola di tante cose, con molti scopi. Ma non è certo capace di mettere al centro e alla base di ogni altro obiettivo quello dello sviluppo integrale della personalità esistenziale, sociale, cioè vocazionale del giovane.
Non basta essere insegnanti dotati di vaga prospettiva educante: valori moralistici, socialità conformista e utilitaria, disciplina fine a se stessa, consenso ai canoni culturali, inserimento professionale conveniente… Sono prospettive assai ridotte. Non siamo a livello di vocazione e missione. Purtroppo la scuola soffoca i giovani sotto il cumulo dei programmi definiti con netta ispirazione culturale nominale, sociale conformista, oggi anche professionale strumentale.
Specialmente la scuola di stato rifugge da un chiaro programma educativo delle personalità e delle vite, orienta allo studio e al lavoro, non alla vocazione dei valori. E non può non farlo. Anche se sarebbe suo compito ritrovare per tutti gli alunni livelli di consenso profondo dove definire quadri condivisi di valori e di impegni personali sociali e storici capaci di costituire la struttura portante di una vita come vocazione e missione, almeno laica, ma forse morale e religiosa, perfino cristiana, se posta in rapporto con qualche comunicazione interna cristiana, o almeno con i messaggi cristiani delle altre agenzie esplicite esterne.
La scuola cattolica dovrebbe proporre invece al suo interno le componenti di un’educazione personalizzata chiara, solida, forte, integrale fino alla considerazione delle prospettive religiose e cristiane, fino a un discorso di vocazione.
Comunque è necessario che gli insegnanti si sentano educatori delle personalità e delle esistenze dei loro giovani allievi.
Orientare a scelte diventa un impegno centrale per la scuola educante: scelte di valori che si presentano oggettivi, soggettivi, personali e diventano basi e disegni di progetti di vita, di impegno, di azione, di dedizione; scelte di obiettivi e di modelli di condotta; scelte di adesioni e elezioni dottrinali e pratiche di natura filosofica, antropologica, storica, esistenziale, morale, sociale, politica, religiosa, pubblica e privata; scelte scolastiche (contenuti, metodi, livelli, indirizzi); scelte professionali; scelte vocazionali nel senso stretto dell’indirizzo elettivo dello stato di vita in relazione a Dio e ai fratelli, alla Chiesa e al Mondo, in relazione a una missione di dedizione unitaria, stabile.
Gli insegnanti non sono soli a svolgere un compito così vasto, profondo, delicato, intimo. Però il loro contributo può e deve risultare primario nel clima orientante severo, sistematico, pedagogico e didattico, culturale… possibile nella scuola.
Un certo modo di insegnare
Non è compito diretto degli insegnanti come tali di fare proposte vocazionali, ma piuttosto di usare bene i loro contenuti e metodi di insegnamento per creare le condizioni della libertà e le attitudini oggettive e soggettive della disponibilità vocazionale.
Qualunque sia la disciplina che un insegnante insegna, o forse proprio valorizzando specifiche valenze della propria disciplina, egli deve contribuire ad avviare e a far maturare alcuni passi preziosi per l’orientamento vocazionale.
– Deve saper mettere i suoi giovani in crisi spirituale, intellettuale, morale, in crisi positiva di apertura o riapertura, di interrogativo e di ricerca, di valutazione e svalutazione delle opinioni, dei costumi, delle opzioni dominanti, degli altri, già assunte, proposte. Oggi è la prima condizione per una vocazione.
Oggi il sospetto e il dubbio sono di moda contro ciò che è fede, religione, seria vocazione, impegno generoso di missione. È tempo che un’educazione alla critica rigorosa e spietata, appresa nell’ambito di ogni ramo e metodo del sapere e della ricerca, insegni a verificare la banalità, la superficialità, la gratuità delle visioni del mondo, dell’uomo, della vita, messe in giro dalla pseudo-scienza, dal pregiudizio, dalla mancanza di buon metodo.
Freud, Marx, Darwin, Russel… e altri loro epigoni minori, assertori dell’antireligione, perfino i venditori di ignoranza e dell’immoralità, devono a loro volta essere messi in dubbio e sospetto, oltre che dall’esperienza e dal buon senso, anche dall’apprendimento scolastico del buon metodo della informazione, della prova, della ricostruzione storica, del buon confronto delle opinioni.
Ma i giovani nell’insegnamento devono essere messi in crisi nelle loro sicurezze personali troppo precipitate e assunte alla leggera perché in consonanza con le vie brevi dell’istinto, con la forza violenta delle passioni, con le facilitazioni della pigrizia, del disimpegno, delle condivisioni tanto allettanti quanto gratuite e perfino disoneste.
La scuola può fare moltissimo. Deve riaprire le ricerche, le indagini, gli approfondimenti, le comparazioni.Dopo aver distrutto e relativizzato le false o deboli sicurezze, deve guidare a ricostruirne di nuove e di valide.
– È il momento nel quale ogni insegnante fa il proprio insegnamento luogo di scoperta e di esperienza di valori: realtà, verità, giustizia, libertà, onestà, impegno, bontà, amore, bellezza, maturità… in ogni ordine di tematica scolastica.
La scuola, infatti, possiede occasioni uniche per distogliere e liberare dalla logica dell’effimero, dell’apparente, del non valido…, dell’emotivo e dell’utile immediato e parziale, per immettere nella logica del razionale, del globale, dell’universale, dello storico e geografico, del valore per tutti e di tutti.
Lo studio aiuta a passare, attraverso l’informazione oggettiva e corretta, alla passione partecipante, da qui alla compassione che invita all’intervento, concludendo nel dovere legato sia al giudizio della coscienza morale che alla risposta di amore per i fratelli nel bisogno e nell’invocazione, alla risposta di amore per l’affermazione dei valori, per la loro riaffermazione se offesi o mal distribuiti.
L’insegnante diventa educatore di visioni progettuali organiche, dinamiche, storiche, cioè di mentalità e di proiezioni progettuali. È proprio quello che manca ai giovani d’oggi e che li rende incapaci di concepire e programmare una vita come vocazione e missione unitaria, stabile, complementare.
Dipende dalla capacità dell’insegnante di essere abile per far cogliere la natura sia della realtà che della vita, sia del presente che del futuro. Dalla sua mentalità e scelta linguistica dipendono il tono impersonale dell’insegnamento della sua disciplina o il tono personalizzante che pone il soggetto al centro di un processo orientante impegnato a esplorare, a interpretare e capire, a ricostruire sistemi e progetti. Segue l’invito esplicito a integrare la propria identità umana e cristiana con le appartenenze che derivano dalle relazioni esistenziali con ogni ordine di realtà (natura, società, cultura, storia, regno di Dio…), concludendo con la percezione di “voci” che chiamano a esaminare le condizioni e poi a scegliere le vie delle partecipazioni impegnate. Giocano i motivi della realizzazione di sé, della difesa e della promozione dei valori inerenti a quelle realtà, della soluzione dei problemi di varia natura con i quali si presentano la situazione e la prospettiva di quei valori amati.
– Un momento altamente decisivo per creare condizioni vocazionali si ha quando l’insegnante coglie ogni occasione nel suo insegnamento per guidare i suoi ragazzi a incontrare Dio e Cristo, la loro realtà e vita, la loro presenza carica di amore, di progetti, di proposte, di vocazioni e missioni nei campi della realtà, della storia d’ogni realtà e cultura.
Tutti saranno portati a includere il riferimento religioso entro i propri quadri interpretativi e entro i loro progetti impegnativi. Quelli che Dio chiama avranno l’intelligenza e il coraggio di definire la loro vita e il loro impegno proprio partendo da Dio e dal Cristo, con varia stabilità e totalità applicata agli ordini della realtà, dei valori, dei problemi.