La vocazione della famiglia: educare a credere e ad amare
Un mio amico Vescovo, all’omelia della sua ordinazione episcopale, ringraziava con queste parole i suoi genitori: “ringrazio papà e mamma, perché mi hanno insegnato a credere e ad amare”.
Mi sembra riassunto in queste due parole – ‘credere’ ed ‘amare’ – il progetto educativo della famiglia cristiana che abbia coscienza di educare i propri figli, accompagnandoli nella maturazione della scelta vocazionale.
Nell’affrontare in questo numero tematico il rapporto ‘Famiglia e vocazioni’- che intende preparare il prossimo convegno annuale, ormai di tradizione nel servizio del Centro Nazionale Vocazioni alla Chiesa Italiana, “Famiglia oggi: quale spazio per la maturazione vocazionale?” – mi sembra opportuno anzitutto un sano realismo cristiano, che non indulga al pessimismo di fronte alla situazione della famiglia oggi.
La condizione socioculturale contemporanea in cui versa la famiglia, attentata giuridicamente e moralmente da ogni lato, stimola anzi gli educatori alla fede presenti nella comunità cristiana a non incrociare le braccia ma a far convergere attorno alla famiglia tutte le attenzioni e le cure possibili, perché la famiglia non venga meno al suo naturale compito educativo-vocazionale.
Propongo due squarci ‘fotografici’ verosimili della famiglia oggi – rispettivamente tratteggiati da un sociologo contemporaneo e da un notista di un quotidiano – che meritano di essere meditati, ma che sono ad un tempo un invito alla comunità cristiana per un deciso e irrinunciabile impegno di evangelizzazione e promozione umana della famiglia oggi.
“… In questo tipo di famiglia ancillare, i genitori sono particolarmente eccellenti nel moltiplicare le loro funzioni: da procacciatori inesauribili di doni ad accompagnatori zelanti e puntuali, per accompagnare i figli alla scuola, alle feste, dai parenti, ai corsi di nuoto, di musica e di danza, al cinema, alle competizioni sportive e teatrali. Da coordinatori dell’organizzazione domestica (la baby- sitter, la ragazza aiuto per i compiti, la colf per i lavori di casa, la nonna per i vestitini) ad orchestratori della campagna di esposizione ai mass media (il posto d’onore per la TV, il giradischi per le fiabe e per Travolta, i fumetti, i libri intelligenti, i video games). Da animatori del tempo libero (il sabato e la domenica di corsa in campagna, in montagna, al mare; d’estate, un mese di montagna e uno di mare; a Natale, la settimana bianca e poi il carnevale) a solerti esecutori di programmi d’avanguardia (l’inglese a Londra, i soggiorni estivi al Club Mediterranée, l’ecologia in fattoria…)”[1].
“Fino a sette anni adoravo la mia famiglia; la odiai a tredici; scappai a 19. Mi feci una famiglia mia a ventuno; l’abbandonai a trentacinque. Desideravo ardentemente tornare alla mia famiglia: lo feci; l’abbandonai a trentasei. Mi feci una nuova famiglia a trentotto: l’abbandonai a quarantacinque. Mi feci una nuova famiglia ai quarantotto: l’abbandonai a cinquanta. Mi feci una nuova famiglia a cinquantacinque: l’abbandonai a sessanta! Ma quante famiglie ci vogliono prima di averne una ‘giusta’?”[2].
Quanto ‘fotografato’ dal sociologo e dal notista, come tutte le fotografie, non è la realtà: possiamo tuttavia rinvenirvi le tracce di alcuni fenomeni che toccano la famiglia oggi, con inevitabili riflessi sulla maturazione e possibilità educative della persona.
In questo contesto culturale, oggi più che mai la famiglia cristiana si ripropone come un vero e proprio laboratorio di ‘controcultura’: favorendo la vita in tutte le sue espressioni e responsabilizzandosi della maturazione autentica della persona – di fatto è il ‘terreno naturale’ per la strutturazione di ‘personalità vocabili’ e per l’unificazione di ‘valori vocazionali’.
Mi chiedo alla luce di queste affermazioni: a quali condizioni la famiglia garantisce la maturazione della persona e la sua educazione vocazionale?
Consapevoli che l’educazione non è un compito ‘tecnico’ ma ‘etico’, un’educazione familiare mirata vocazionalmente non può non rifarsi continuamente a questi punti fermi:
– l’intero processo educativo conosce, nel quadro del rapporto familiare, in particolare di quello padre-madre , il proprio ‘indimenticabile inizio’: solo la coppia tesa a realizzare lungo tutta una vita la vocazione biblica – ‘due in uno’ – è capace di generare costantemente la propria vocazione di coppia e la vocazione dei figli.
– Educare significa comunque e sempre ‘educare alla libertà’ accompagnando gradualmente la maturazione della persona nella ferialità: rispetto dell’altro, sobrietà, capacità critica, povertà, disponibilità, gratuità, sacrificio… sono elementi essenziali, che prendono forma nei piccoli gesti quotidiani, per la maturazione umano-vocazionale della persona in famiglia.
– Educare alla libertà è di necessità educazione etica, la cui forma essenziale ed il cui culmine è l’educazione alla scelta vocazionale: ciò passa impercettibilmente nella quotidiana testimonianza dell’amore dei genitori; nella esperienza di una ‘famiglia in dialogo’ che risponde naturalmente nella prassi quotidiana a tutti i ‘perché’ di chi gradualmente si apre alla vita e s’incontra con le sue inevitabili contraddizioni; nella partecipazione alla ferialità di una famiglia ‘accogliente’, nelle sue molteplici espressioni dall’accoglienza alla vita nascente agli anziani; dall’appartenenza ad una famiglia che vive la vita della Chiesa, aprendosi ai bisogni della concreta comunità ecclesiale a cui appartiene ed in cui vive e condivide il proprio cammino di fede.
In breve: la famiglia è humus naturale per la vocabilità e maturazione vocazionale dei figli nella misura in cui educa a ‘credere’ e ad ‘amare’
– Educare all’amore
Giovanni Paolo II afferma con incisività: “l’amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni esser umano”[3]. La famiglia quindi, la “scuola di umanità più completa e più ricca”[4] alla prova di ogni ricerca pedagogica è universalmente riconosciuta come insostituibile per un’armonica crescita e maturazione della persona.
Nella famiglia “l’amore dei genitori da ‘sorgente’ diventa ‘anima’ e pertanto ‘norma’ , che ispira e guida tutta l’azione educativa concreta, arricchendola di quei valori di dolcezza, costanza, bontà, servizio, disinteresse, spirito di sacrificio, che sono il più prezioso frutto dell’amore”[5].
La famiglia che ha coscienza della propria nativa vocazione-missione di educare all’amore, di esserne la ‘sorgente’, è altrettanto consapevole che questo dono prezioso deve essere l’anima di ogni suo gesto e parola quotidiana che forma e rende, giorno dopo giorno, capaci di amare.
Educare all’amore nella quotidianità, imprevedibile e sempre ricca di novità, comporta dunque da parte della famiglia il tenere sempre vivo quel dinamismo interiore che permette alla persona di realizzare la sua vocazione fondamentale: ‘essere per gli altri’.
La famiglia quindi – dalla nascita di un figlio alla sua prima fanciullezza attraverso la meravigliosa fase della maturazione dalla preadolescenza alla giovinezza – educa all’amore perché essenzialmente educa alla gratuità.
Educa quindi al ‘farsi prossimo’, alla sensibilità ai bisogni degli altri nella quotidianità e nella reale situazione in cui la famiglia vive.
Educa alla castità, come dono di sé e rinunzia allo spirito di possesso, per educare all’amore.
Educa alla responsabilità personale, nei piccoli gesti, quindi alla coerenza personale, alla continuità dell’impegno. Non sono infatti i soli ‘gesti eccezionali’ – in particolare nella fase evolutiva dalla fanciullezza all’adolescenza e giovinezza – che definiscono una struttura di personalità salda e vocabile: soprattutto i ‘gesti quotidiani’ – innervati di gratuità – sono vincenti ai fini pedagogici di una maturazione umana e spirituale.
Non possiamo tuttavia nasconderci che è urgente superare due interpretazioni riduttive dell’amore, presenti nei messaggi più disinvolti della cultura attuale: la separazione della sessualità dalla persona e la lacerazione tra affettività e progetto di vita.
La famiglia cristiana educa i figli all’amore, quindi alla maturazione e discernimento della vocazione, perché è consapevole che “l’amore vero, secondo il progetto originario, è per ciascuno una chiamata ad esprimere una singolare profezia del Regno. Per questo ogni vocazione, nella comunità ecclesiale, è un segno rivelativo dell’amore del Signore. Due, in particolare, sono le chiamate che manifestano nella storia il volto di Dio amore e comunione: la chiamata all’amore coniugale e la chiamata all’amore verginale”[6].
– Educare a credere
È la missione peculiare della famiglia cristiana. Potremmo anzi dire che l’educazione al senso religioso è la vocazione di ogni famiglia.
Fermando l’attenzione alla famiglia cristiana emerge con evidenza come essa “è la prima comunità ad annunciare il Vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana”[7].
L’educare a credere, come l’educare all’amore, passa attraverso un’unica pedagogia: la vita, ovvero “una testimonianza di vita cristiana adulta, che introduca più efficacemente i figli nell’esperienza viva di Cristo e della Chiesa”[8]. Ritengo, in definitiva, che l’educare a credere trova la sua sintesi in una famiglia cristiana che soprattutto vive quindi educa alla preghiera.
Non è casuale quest’appello, così dettagliato, che Paolo VI rivolse ai genitori: “Mamme, le insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? Lì preparate, in consonanza con i Sacerdoti, i vostri figli ai sacramenti della prima età: confessione, comunione, cresima? Lì abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? A invocare l’aiuto della Madonna e dei Santi? Lo dite il Rosario in famiglia? E voi, Papà, sapete pregare con i vostri figliuoli, con tutta la comunità domestica, almeno qualche volta? L’esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e dell’azione, suffragato da qualche preghiera comune, vale una lezione di vita, vale un atto di culto di singolare merito: portate così la pace nelle pareti domestiche: “Pax huic domui”. Ricordate: così costruite la Chiesa”[9].
Tante vocazioni, per il passato, sono nate in famiglie caratterizzate da semplicità di vita e che, quasi naturalmente, si sono proposte ai figli come ‘luogo’ di esperienza quotidiana di amore e di trasmissione della fede.
Aprendo questo numero di ‘Vocazioni’ voglio augurarmi che le pagine seguenti possano aiutare, direttamente o indirettamente, i genitori, le famiglie cristiane in particolare, pur in mutate condizioni socioculturali, a riprendere coscienza che nessuna mediazione educativa può sostituirli soprattutto in ordine all’educare i figli a ‘credere’, ‘amare’, quindi rispondere alla propria vocazione personale.
C’è davvero una vocazione permanente nella vita dei genitori: “l’impegno di una fecondità che non si esaurisce nel mettere al mondo dei figli, ma nel fare maturare in loro, con le parole e con l’esempio, quella vita piena che fa essere i figli anche figli di Dio. È in questa pienezza che si ritrova la vera realizzazione e la loro felicità”[10].
Note
[1] Tonino Bello, La famiglia come laboratorio di pace, in Maestri della fede n. 189, p. 13.
[2] Dal Corriere della Sera, Opinioni, Martedì 31 ottobre 1989, p. 13.
[3] Giovanni Paolo Il, Familiaris Consortio, n. 11.
[4] C. Ecumenico Vaticano II, Cost. pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 52.
[5] Giovanni Paolo II, idem n. 41.
[6] E. Masseroni, Giovani e Chiesa tra presente e futuro, in Maestri della fede, LDC, n. 191, p. 18.
[7] Giovanni Paolo II, idem n. 2.
[8] idem, n. 26.
[9] Paolo VI, Discorso all’udienza generale, 11 agosto 1976.
[10] E. Masseroni, idem, p. 57.