N.01
Gennaio/Febbraio 1988

Giovani e profezia

Non ho modo ed occasione per fare un sondaggio fra i giovani sulla frase “sii profeta tra la gente”, al fine di capire se li attrae di più l’esser profeta o l’esser tra la gente. Ed in mancanza di tale riscontro empirico devo accontentarmi di far solo un personale ragionamento. 

L’attrazione alla profezia è in qualche modo contraddittoria alla tensione sociale a star fra la gente, almeno nell’attuale società, così diversa da quel mondo ebraico in cui tutti vivevano con tutti: re, profeti, sacerdoti, gente comune. Oggi chi vive fra la gente è attratto “dagli altri”, dai loro problemi, dalle loro ansie di liberazione, dai loro bisogni; e rarissimamente può sentire la profezia come attrazione “dall’Altro”, dal continuamente altro che è il Signore. Ed invece il profeta, direbbe Enzo Bianchi, è “il segregato, il sedotto” da qualcosa che sorpassa tutti coloro che ci circondano; per questo è e non può che essere intimamente radicale e totale. 

C’è nei giovani d’oggi un tale anelito alla segregazione nella chiamata di un Dio altro da me ed altro dagli altri? Se la radice della profezia è in tale seducente e segregante chiamata, quanti giovani possono rinunciare non tanto a se stessi ma al rapporto con gli altri? Ci può essere una propensione soggettiva alla profezia?

 

 

 

Andare per diventare

Chi conosce i giovani d’oggi sa che essi sono pesantemente segnati da una cultura ad alta soggettività.

Tutto tende ad avere valore e validazione soggettiva nel mondo giovanile: si studia solo se e nei campi in cui scocca una scintilla di interesse soggettivo; il lavoro deve corrispondere ad una più o meno esplicita vocazione o propensione soggettiva; lo svago ed il tempo libero devono rientrare in una logica di soggettiva esperienzialità; la stessa devianza è un meccanismo di soggettivo tradimento della norma ; la stessa esperienza religiosa deve avere una profonda significazione soggettiva; e perfino il peccato diventa un fatto di giudizio riservato al soggetto (“solo io so se sentivo di peccare”). 

Questo insieme di fenomeni porta ad una cultura giovanile prigioniera dell’esperienza soggettiva, quasi indifferente a valori ed impegni esterni alla sfera del soggetto; viene in mente un recente grande cartellone pubblicitario (di pubblicità di jeans peraltro) che invita i giovani a pensare che “life is your film” , la vita è una breve esperienza soggettiva. 

Non ho scritto a caso che la cultura giovanile è “prigioniera” dell’esperienza soggettiva. Ritengo infatti che la soggettività sia una prigione per i giovani, e che molti di essi comincino a rendersene conto. 

Ed è una prigione su due versanti: anzitutto perché rende sempre più vuota la dimensione personale, non più attivata da stimoli esterni e sempre più appiattita alle sensazioni dell’esperienza (“e dopo mille sbarre il vuoto” diceva Kafka per significare la non consistenza del rifugiarsi in se stessi); ed in secondo luogo perché rende sempre più difficile l’aprirsi alla novità, al gratuito, agli altri (non è malignità, ma quasi cosa ovvia dire che nella cultura media d’oggi la soggettività coincide con l’egoismo). 

I giovani avvertono sempre più, probabilmente, queste due prigionie, queste due sterilità della loro alta e generalizzata soggettività. E con lentezza cercano di uscirne. 

La maggior parte (naturalmente di quelli che si sentono insoddisfatti della loro attuale cultura) cerca di uscire attraverso un rinnovato rapporto con il mondo circostante: cerca di uscire con impegni di novità (nel campo della tecnologia o della professione) ma in gran parte cerca di ritrovare il senso degli altri. Tutta la dimensione di dono ai problemi degli altri che innerva il volontariato sociale, la partecipazione allo sviluppo del terzo mondo, la crescita della dimensione comunitaria nelle varie aree (dalla parrocchia ai movimenti alle unioni territoriali di rieducazione degli handicappati), è la dimensione da cui trapela l’ansia giovanile di andare verso gli altri, vivere tra gli altri, aiutare gli altri a crescere, crescere insieme. Incontro sempre più spesso giovani che rifiutano discorsi generali (di filosofia morale, di etica, ecc.) per cercare nel rapporto con gli altri il risvolto concreto, e per loro “vero”, di tali discorsi. 

Dall’altra parte c’è comunque fra i giovani anche chi vuole sfuggire alla prigionia della soggettività cercando di trovare “dopo mille sbarre”  non il vuoto, ma Dio, cercando cioè di dar base sostanziale intima alla propria soggettività, quasi inconsapevolmente seguendo il Sant’Agostino dell’intimior intimo meo. 

La chiamata dal continuamente Altro, l’uscita da se stessi, avviene nella profondità più intima di se stessi. Certo ci possono essere pericoli di ulteriore tentazione alla sensazione ed all’esperienza soggettive; certo ci possono essere pericoli di misticismo e fondamentalismo banali; certo ci possono essere pericoli di estraniazione dai processi culturali operanti nella realtà; tuttavia anche la profondità dell’essere è luogo di potenziale liberazione dalla banale soggettività di massa di oggi. Anzi la chiamata a profezia, segregante e totalizzante ad un tempo, può avvenire solo in tale profondità. 

Due strade quindi, e quasi radicalmente opposte, di uscire dalla situazione culturale d’oggi, troppo segnata dall’esperienza soggettiva. Personalmente ritengo che i giovani d’oggi siano propensi più alla prima strada che alla seconda, o almeno che credano di poter arrivare a maggiore profondità dell’essere solo attraverso il rapporto con gli altri. “Il volto di Dio comincia dal volto degli altri”, questa fase di E. Levinas corrisponde, a mia sensazione, all’orientamento culturale dei giovani d’oggi. 

“Andate tra la gente e diventerete profeti”. Così, da persona attenta al mondo ed alla cultura di questo periodo, adatterei il titolo di questo numero monografico di ‘Vocazioni’, in parte quindi sovvertendolo. Credo che i giovani lo capirebbero di più e lo sentirebbero più consonante ai loro attuali giri di pensiero, d’incertezza culturale, di impulsi operativi.

 

 

 

Andare oltre

Ragiono naturalmente da osservatore di fatti sociali, lo so e ne sento i limiti. Li sento pensando che la profezia non è fatto sociale, è qualcosa di più misterioso: è accoglienza di una chiamata, è ritrovamento della memoria più antica e radicale, è accettazione della potenza autoreferente di Dio, è partecipazione al messaggio ed all’annuncio; è qualcosa di non spiegabile sociologicamente. 

Ma il mio compito, all’interno di questa riflessione collettiva, è quello di ragionare in termini sociologici; ed in questa prospettiva devo dire che sono abbastanza convinto della tesi che ho prima esposto, che cioè i giovani abbiano oggi più tensione ad andare verso gli altri che a ricercare o attendere una chiamata profetica dell’Altro. 

Forse le due cose nel fondo non sono in contraddizione e si intrecciano in profondità, nella riflessione culturale e tecnologica; ma nella società di massa, quella in cui “sociologicamente” vincono i comportamenti, mi sembra giusto prender atto che i giovani hanno più doti di etica della responsabilità sociale che doti o aspirazioni di profezia. Del resto il profeta non è mai stato un mestiere di massa.