N.01
Gennaio/Febbraio 1988

La profezia dei consacrata tra istituzione e carisma

La recente riedizione italiana del Diario di un curato di campagna di G. Bernanos[1] consente di inquietarsi, ancora una volta, di fronte alle provocazioni del grande scrittore francese.

 

 

“Sale, non miele della terra…”

“Mi domando – scrive Bernanos – che cosa avete nelle vene, oggi, voi altri giovani preti!… Adesso i seminari ci mandano dei chierichetti, dei piccoli vagabondi che si immaginano di lavorare più di tutti perché non vengon a capo di nulla… Leggono mucchi di libri e non sono mai stati capaci di capire – di capire, intendetemi! – la parabola dello Sposo e della Sposa. Che cos’è una vera sposa?… A una robustona, dura alla fatica, una che tiene per le cose e sa che tutto sarà sempre da ricominciare, sino alla fine. La Santa Chiesa avrà un bel darsi da fare: non cambierà questo mondo in altarino del Corpus Domini…

Una vera donna di casa sa che una casa non è un reliquiario… I vagabondi, al primo assaggio, col pretesto che l’esperienza smentisce il loro piccolo comprendonio, abbandonano tutto. Son dei musi sporchi di marmellata… Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra ma il sale” (pp. 21-24).

Quanto a violenza, verbale e contenutistica, basta e ne sopravanza. 

Quanto a verità, ecco, c’è da pensare, da riflettere. Bernanos scrive nel 1936. Non so dire se allora avesse ragione; oggi, le sue ragioni mi sembrano pertinenti o, almeno, tali da …indurci in tentazione.

 Tentazione, ad esempio, di prendere sul serio la profezia. Com’è noto, profezia e profeta sono termini tipicamente biblici. Il profeta biblico è l’opposto preciso di quella figura di indovino molto comune nel mondo pagano che cercava di anticipare il futuro dimenticando il presente. Il profeta biblico è profondamente immerso nel presente della storia e ne vive drammaticamente le dinamiche e i problemi: “egli è tutto dalla parte di Dio per ciò che riguarda i contenuti della storia [gli imperativi dell’Alleanza], ma è tutto dalla parte dell’uomo per ciò che riguarda l’impegno quotidiano su questa storia… Il profeta vive in unità le tre dimensioni del tempo: dal passato attinge il senso della storia rivelato nei grandi eventi teofanici; al presente si rifà per denunciare gli errori e i traviamenti [ma anche per condividere gioie e tristezze, per ‘prendere su di sé’  il peccato del mondo – verso il futuro si protende per un desiderio di compimento dei disegni di Dio”[2].

 

 

Testimoni credibili? Un po’ poco, quando…

Alla luce di questa memoria – senza cui non si è profeti, oggiè abbastanza semplice delineare i tratti di una non credibilità dei testimoni che si vorrebbe e dovrebbe essere nel campo vocazionale. 

Si è un po’ poco credibili quando si è abituati (l’abitudine può essere il frutto di una distorta istituzionalizzazione) a:

– esaltare il futuro, evocando sempre l’anticipo del Regno di Dio, di cui i “consacrati” ritengono di avere il monopolio, senza una profonda incarnazione nel presente e un solido radicamento nel passato;

– presumere di accogliere il presente con un presenzialismo dissennato, acritico, volgarmente ironico, come se il Maligno non fosse “forte” (cfr. Mc 1,24-27) oppure stupidamente deprimente, come se il male fosse invincibile e come se Gesù Cristo non fosse “il più forte”  (cfr. Mc 1,7.26.34);

– separare il proprio cammino da quello degli altri, da quello stesso della comunità cristiana, risolvendo l’antinomia tra carisma proprio e istituzione ecclesiale in un allegro omicidio dell’uno o dell’altra;

– presentare il futuro come un’alternativa secca tra questa vita e quella eterna, anziché come il compimento (la pienezza, il plèroma) che non consente di perdere nulla di quanto ci è stato donato e di quanto ci è stato affidato (il “dominio”, come dice Gn 1,28).

Le esemplificazioni si affollano alla mente. Ma a che servirebbe esemplificare quando sono i fatti a denunciare il poco richiamo, quando non è addirittura rigetto, che esercitano le nostre modalità di essere poveri, obbedienti e vergini per il Regno? Sarebbe una drammatica illusione, ancor più sarebbe tradimento concludere che non si debba essere poveri, obbedienti e vergini. La conclusione legittima è che lo si debba essere meglio, forse di più.

 

 

Tutto è sempre da ricominciare. Anche i nostri modi di essere testimoni vocazionali.

Un primo passo è quello di vedere lucidamente quanto un eccesso di istituzionalizzazione soffoca il carisma e quanto una superficiale concezione del carisma conduce a non avere più il senso dell’istituzione – Chiesa, come popolo di Dio e come comunità di comunione. I rischi del massimalismo sono sempre incombenti (ma anche più facili da evitare, a causa della loro enormità); meno facile è trovare il quotidiano equilibrio tra l’essere sempre portatori di una vocazione originale e l’essere partecipi della vocazione generale, comune a tutto il popolo di Dio. Il prete, il religioso la religiosa, l’animatore vocazionale, i coniugi che riducono e appiattiscono la loro identità sul voler apparire uno/una come tutti, rinunciano in partenza a mostrare uno dei tanti tratti di cui è ricchissimo il volto di Cristo. A chi e a che serve? La stessa domanda va posta a neofiti odierni di un separatismo di vecchia memoria, che si vuole risuscitare negli abiti, in alcuni comportamenti e in una serie interminabile di divieti o di prescrizioni anacronistiche.

Un ulteriore passo che a tutti viene chiesto è espresso nella singolare frase di G. Bernanos, già citata: “Una vera sposa tiene per le cose e sa che tutto sarà sempre da ricominciare, sino alla fine”. Non c’è mai profezia autentica senza “sporcarsi le mani” nell’incredibile contenitore che è la storia umana, il “mondo” come si ama dire; non c’è profezia autentica senza un profondo “Spirito d’Avvento”. 

Che oggi i portatori di vocazioni di speciale consacrazione si “sporchino le mani” è fin troppo evidente; resta da chiedersi se troppi dei numerosi impegni non appartengano a quella specie di compiti superflui e sofisticati che accarezzano le orecchie di alcuni elitari decadenti ma lasciano indifferenti e insoddisfatti i molti che la vita la soffrono sul serio.

Preti che vogliono essere sempre più esegeti raffinati dei testi biblici, psicoterapeuti ovviamente trasgressivi delle (poche) acquisizioni di tali discipline, direttori spirituali a tutti i costi, oranti nella propria stanza nei  tempi in cui la gente chiede di essere ascoltata, ecc. Religiosi o religiose sempre più specializzati in raffinatezze cultiche (loro dicono: liturgiche), attratti dal mistero delle apparizioni e delle guarigioni più che dalla presenza reale del Cristo nell’Eucaristia, nella Chiesa, nel povero, propositori di una verginità che ha tutti i segni dell’aridità di cuore o, al contrario, di disonesti pasticci sentimentali, cultori instancabili di vie di spiritualità falsamente mistiche e esoteriche, ecc. Catechisti sempre più “professori”; coniugi sempre più imbambolati dalla “programmazione” dei figli, ecc.: a chi possono dire: “venite”? E se lo dicono, quanta risonanza suscitano? 

Alla radice sembra esservi una difficile accoglienza di quella “secolarità” che il recente Sinodo dei Vescovi ha confermato essere “indole” peculiare dei cristiani laici ma anche dimensione comune di tutta la Chiesa, quindi costitutiva per la sua parte di ogni vocazione. Per la verità, siamo ancora all’inizio di una novità ecclesiale che è grande e bisognosa di tempi, di crescita, di tentativi, oltre che di corretta accezione. La profezia – come il sacerdozio e la regalità – è anche secolare. Se questa è una vera ragione scusante, non siamo scusati invece dall’inventare la profezia vocazionale, di cui siamo portatori e testimoni, prendendo coscienza che ogni giorno è Avvento, che tutto è sempre da ricominciare. Per esempio, servendo meglio Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. Senza affanni, perché “Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!” (1Ts 5,24).

 

 

 

Note

[1] GARZANTI, Milano 1987.

[2] E. MENICHELLI, La profezia in Israele, in “Orientamenti Pastorali” n. 10/1987 p. 14. Le parentesi sono mie.