Cristo sostanza, luce e vita
La sequela Christi nel Testamento di san Francesco d’Assisi
Nel 1465, il Comune della cittadina toscana di san Gimignano, incaricò il pittore Benozzo Gozzoli, discepolo del Beato Angelico, di realizzare nella Collegiata del luogo, quale ex-voto a seguito di una epidemia di peste, un affresco raffigurante il martirio di san Sebastiano. Quest’ultimo, infatti, insieme a Rocco di Montpellier è comunemente invocato dal popolo credente per ottenere la liberazione dal morbo contagioso. Nell’opera del pittore toscano sono rinvenibili due particolari significativi: il primo, nella parte sottostante dell’affresco, riguarda la postura del santo sottoposto al supplizio delle frecce e che balza agli occhi richiamando la medesima posizione del Cristo flagellato alla colonna. Il secondo lega la parte inferiore, dove avviene il martirio, con quella superiore dove l’artista colloca la Vergine e il Cristo, il cui volto ha le medesime sembianze del santo, membro della guardia imperiale. Ci si chiederà: Qual è il messaggio che Benozzo ha voluto comunicare mediante questi dettagli iconografici che costituiscono una breve ma densa “Catechesi per immagini”? La risposta la si ritrova facilmente richiamando quello che l’apostolo Paolo scrive in Gal 2,20 “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”. Il santo è colui che, lasciando spazio nella sua vita al Figlio di Dio e a lui riferendo desideri, progetti, scelte, lavoro, gioie, dolori, conquiste, sconfitte, ne diventa trasparenza. Se questo è vero per tutti i santi, ciò è avvenuto in maniera eminente nella vita e nell’esperienza spirituale di Francesco d’Assisi (1182-1226): egli viene definito dalla fonte agiografica del XIV secolo, Atti del beato Francesco e dei suoi compagni, “alter Christus”. A proposito di questo appellativo, vale la pena citare quanto nel Chronicon di Angelo Clareno viene affermato: «Infatti per lui Cristo era sostanza, movimento, sensibilità, luce e vita; ed era impresso come fuoco nella sua memoria, nel suo intelletto e nel suo affetto, unito in forma di croce e misteriosamente radicato nel più profondo del suo essere. E tutto ciò che desiderava, pensava, diceva e faceva lo riceveva da Cristo; e secondo Lui e per Lui lo disponeva con vigilanza, umiltà e santità, e lo compiva con perseveranza».
Difatti, per amore di Cristo questo giovane, figlio di un ricco mercante della città di Assisi, nella valle di Spoleto, agli inizi del secolo XIII, abbandonò il suo sogno di divenire cavaliere per abbracciare la vita buona del Vangelo e mettersi alla sua sequela. A differenza di altre forme di consacrazione precedenti che si ispirano alla vita degli apostoli e fatta eccezione per Stefano di Muret, Francesco focalizza la sua attenzione sulla seconda persona della Trinità, affermando nel capitolo primo della Regola non bollata: «La regola e la vita di questi fratelli è la seguente, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire l’insegnamento e le orme del Signore nostro Gesù Cristo» (FF 4). Questa sequela è intesa dall’assisiate non come una mera riproduzione di atti (basti pensare che il verbo imitare non compare mai nel Corpus degli Scritti, mentre il verbo seguire ricorre 19 volte) ma come un processo dinamico e costante dove la persona è invitata ad assumere i valori evangelici, di cui Cristo è l’imprescindibile modello, e a calarli nel contesto concreto in cui vive. Il cammino dietro al Maestro comporta la purificazione del cuore del discepolo e il superamento dell’egoismo. L’Assoluto può trovare così dimora nel discepolo che accoglierà la grazia di essere fedele per sempre così come Francesco scrive a Chiara e alle sorelle: «Io, frate Francesco piccolino, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre e perseverare in essa sino alla fine» (FF 140).
Quest’anno ricorre l’ottavo centenario della Pasqua del Fondatore dell’Ordine dei Minori, ma anche della stesura del Testamento, un testo molto prezioso per la sua famiglia religiosa, contenente le sue ultime volontà. Nelle poche righe seguenti, si proverà a mettere in luce come la vita di quest’uomo cristiano si sia configurata a quella del Figlio di Dio, divenendone limpida immagine. In apertura del Testamento, Francesco rievoca gli inizi della sua conversione, riconoscendo Dio come il datore di tutto (dedit michi…), proprio come Gesù afferma in Mt 11,27 «Tutto mi è stato dato dal Padre mio». Quindi descrive il cambiamento della sua vita tramite l’incontro con i lebbrosi ai quali fecit misericordiam, sulla scia del Samaritano descritto in Lc 10,25-37 e che i padri della Chiesa identificano con Cristo. Ancora l’assisiate ricorda la preghiera Adoramus te da lui ampliata e la sua prolungata permanenza presso le chiese, sull’esempio di Gesù che consacra buona parte della notte nel dialogo con il Padre (Cfr. Lc 6,12-19). Segue poi il ricordo del dono dei fratelli da parte di Dio, proprio come Gesù afferma nella preghiera di Gv 17,6 «Erano tuoi e li hai dati a me» e il richiamo, non privo di nostalgia, alla povertà degli inizi che aveva visto lui e suoi primi compagni contenti tunica una, intus et foris repeciata, cum cingulo et braccis non per una scelta sociologica, ma per amore di Colui «che da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Quindi riconsegna ai suoi frati il valore del lavoro quod pertinent ad honestatem e da cui egli non vuole esentarsi, sul modello di colui che svolse l’attività di carpentiere (Cfr. Mc 6,3); lascia quindi spazio al saluto che gli era stato rivelato e che perciò gli era molto caro: Dominus det tibi pacem, riecheggiante le istruzioni di Gesù sulla missione, presenti in Lc 10,5 e che, nel tempo in cui egli visse, ove si moltiplicavano le lotte intestine tra vari Comuni e si praticavano le Crociate, assumeva una rilevanza altamente profetica. Non manca poi il riferimento, nel trattare il tema delle abitazioni povere, alla dimensione itinerante (pellegrini e forestieri) che contraddistingue la primitiva fraternitas, chiamata a camminare dietro a Colui che «non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Successivamente, Francesco raccomanda ai suoi frati per obedientiam di non chiedere lettere o privilegi alla Curia Romana, evitando in questo modo di riporre la propria fiducia negli uomini piuttosto che in Dio, forti della parola del Maestro: «Non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8, 28b-29).
Infine, il tema su cui Francesco pone l’accento con insistenza è quello dell’obbedienza al ministro generale e ai propri guardiani, obbedienza che trova la sua ragion d’essere in Cristo che, venendo nel mondo, dice: «Tu non hai voluto sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,5-7).
Il Testamento contiene i cardini dell’esperienza spirituale del Poverello, manifesta la cura e l’attenzione per il futuro della sua fraternità, chiamata attraverso un’intuizione ben precisa a «osservare la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (FF 109).