N.02
Marzo/Aprile 2026

Il Primogenito tra molti fratelli

Santità e conformazione a Cristo

Per incamminarci in un discorso che indaghi il legame profondo tra santità e conformazione a Cristo Gesù, vogliamo partire da un’immagine familiare a ogni casa raggiunta dalla felice nascita di un nuovo figlio. Successivamente sosteremo sulla centralità di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Immagine del Padre e dunque primo di molti fratelli. In seguito, ci rivolgeremo a una riflessione antropologica, attraverso la quale riconoscere come la libertà dell’uomo diventi il crocevia imprescindibile nel quale è accolta (o rifiutata) l’attrazione conformante dello Spirito di Cristo. Infine offriamo alcuni spunti che danno ragione del cammino fatto e mostrano la piena umanità della santità, come appropriazione di quei tratti filiali che il Signore iscrive in ogni Suo figlio, attraverso l’immaginazione che rende pieni protagonisti con un rimando creativo e mai aggirabile alla vicenda di Gesù, le biografie altrui quali luoghi che la echeggiano e infine la conversione che armonicamente accorda la libertà a quella del Figlio primogenito.

 

Gesù, primogenito tra molti fratelli

Quando in una casa nasce un piccolo, è prassi ricercare le somiglianze col padre, con la madre, con i nonni, con i fratelli… Si scrutano i tratti o le espressioni del viso, attribuendola all’uno o all’altro membro della famiglia, spesso senza trovare un accordo.

Lungo gli anni della crescita, i tratti della somiglianza della famiglia d’origine si arricchiscono della cadenza linguistica ascoltata in casa, di interessi condivisi e insieme frequentati, oppure di attenzioni e di priorità trasmesse in quell’articolato processo che è l’educazione. Il tempo, poi, allarga le sfere di influenza oltre le mura domestiche, integrando contesti più ampi, quali la scuola, altri ambiti educativi, sportivi, religiosi, mediatici e culturali, più o meno diretti.

Quanto accade tra il serio e l’allegro in una casa, alla ricerca delle somiglianze fisionomiche con i genitori o in modo più articolato nel tempo della crescita, non vale forse per quella fisionomia filiale che è propria dei figli di Dio? In prima battuta potremmo dire che la santità altro non è che un lasciare emergere quei tratti di somiglianza che rimandano al Padre del cielo (cf. Mt 5,16). Come i figli hanno un rimando ai loro padri e alle loro madri, i figli di Dio hanno una somiglianza col Padre del cielo. Attraverso questa esperienza comune, potremmo avvicinarci al mistero della santità, che appartiene alla vita del Popolo del Signore.

Il problema è che il Padre nessuno lo ha mai visto (cf. Gv 1,18), come poter dunque identificare quei tratti paterni nei figli? C’è la possibilità di vedere il Padre? Dio, nessuno lo ha mai visto, tuttavia il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. (Gv 1,18). Gesù, che è immagine del Dio invisibile (cf. Col 1,15), ci offre la somiglianza-matrice, o meglio è in Lui che trova corpo e storia e dunque volto, agire e sentire, la pienezza della divinità paterna (cf. Col 2,9). È dunque possibile cogliere la somiglianza dei figli di Dio con il Padre celeste, in una compatibilità definitiva con il Figlio Unigenito[1], primo tra molti fratelli (cf. Rm 8,29).

Assomiglia al Padre chi assomiglia al Figlio, e di questo Figlio abbiamo connotati precisi e insuperabili: Gesù di Nazareth. La vicenda biografica concreta e unica di Gesù è il tratto invalicabile che racconta il Padre. È la storia del Gesù dei Vangeli: nato dalla Vergine Maria, cresciuto a lungo nel silenzio di Nazareth, predicatore attento ai poveri e alle vedove, attorno al quale si consolida un gruppo di discepoli, che è condannato sotto Ponzio Pilato alla morte infamante della croce, che risorge al terzo giorno e ascende al cielo. Questo è il volto del Figlio primogenito, e i Suoi fratelli, sono coloro che, ricevendone lo Spirito, ne condividono il sentire, il pensare, il giudicare, il vedere, l’agire (cf. 1Cor 2,16).

La prospettiva che stiamo abbozzando suggerisce di intendere i Vangeli – e per estensione la Scrittura tutta – come orizzonte nel quale iscrivere l’esistenza umana di ciascuno e di tutti[2]. Solitamente, nel confronto orante con le Scritture, si tende a rintracciare nel frangente biografico che si sta attraversando coordinate bibliche capaci di far ritrovare la Parola di Dio dentro la propria storia. La visione fortemente cristologica che stiamo percorrendo suggerisce, al contrario, di riconoscersi già nel mondo evangelico. Nella storia del Figlio incarnato sono comprese tutte le storie,  come l’orizzonte nel quale ogni vicenda trova la propria verità, e il vocabolario più autentico per dirsi.

Il Vangelo non è nella mia vita, ma la mia vita è nel Vangelo. Dunque, il linguaggio più autentico, l’alfabeto capace di esprimere al meglio l’umano è l’alfabeto evangelico. La lingua materna dell’umano è la lingua biblica, meglio ancora è la lingua cristologica. L’alfabeto, la grammatica e la sintassi della storia di Gesù sono i modi più cristallini dell’umano. Pertanto, la santità come conformazione a Cristo è conformazione a Gesù Cristo, e pertanto lo sono l’assunzione libera (anzi liberante, come vedremo) e l’emersione della sua parabola evangelica, nella vicenda personale di ciascuno.

Dunque, l’umanità più umana, se così ci possiamo esprimere, è l’umanità del Figlio di Dio incarnato, Gesù di Nazareth. La sua vicenda evangelica rimane il riferimento costante capace di dare consistenza umanissima alla vicenda personale di ciascuno. Il mistero dell’uomo trova una chiave interpretativa e decisiva (cf. GS 10), verso la sua piena realizzazione – santità – nella luce di Cristo, o più precisamente nella vicenda del Verbo incarnato il quale

ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (Gaudium et spes, 22).

Questo testo permette di specificare l’umanità di Cristo, non tanto in termini generici quanto piuttosto in termini potremmo dire evangelici, e ciò permette di dare riferimenti precisi ai contorni dell’Unico riferimento che si può “vedere” e che è Gesù, così da poter instradare concretamente la somiglianza la Padre.

 

L’antropologia della libertà

Abbiamo finora insistito sulla vicenda di Gesù Cristo quale luogo di origine di ciascuno e dunque quale immagine invalicabile, affinché la somiglianza al Padre posso trovare coordinate umanissime, nell’Umano pieno del Figlio primogenito. Il mistero dell’uomo in Cristo, in quanto comprensiva di ogni vicenda propriamente umana, si presenta pure come destinazione[3]. Il tema della conformazione a Cristo ha un movimento “in avanti”, verso l’emersione della figura del Cristo nella vicenda personale. Pertanto, la storia di Gesù diventa il modo concreto (unico) per dire il progetto sull’uomo della filiazione divina (in vocabolario teologico si parlerebbe di predestinazione), ma è pure la destinazione appropriata per l’uomo.

Da un punto di vista antropologico la riflessione che andiamo facendo chiede di perlustrare il crocevia di appropriazione della vicenda di Gesù, affinché possa essere riconosciuta come la propria Verità e Vita. Tale punto di crocevia è la libertà.

La destinazione cristologica, coincidente con il luogo di origine, si presenta come possibilità di Via da percorrere. Questa possibilità risuona nell’invito alla sequela, che Gesù continua a proporre ai suoi, e la proposta di una “scommessa” di vedere (cf. Gv 1,39) dove termina il cammino.

La proposta del Maestro assume i toni della promessa e così accende la possibilità del cammino, e in esso dell’emersione dell’identità di ciascuno. Tale identità tuttavia non trova se stessa se non in un cammino di sequela di Gesù. La libertà, che corrisponde, si scopre davvero se stessa e al medesimo tempo si ritrova originata e destinata dalla «bella forma» del Cristo[4].

La promessa di Gesù rivolta ai suoi permette loro già di fare dei passi e tuttavia rimane appesa alla loro libertà affinché possa dispiegarsi davvero nelle loro storie personali. La qualità di quella promessa non è consegnata a monte della decisione di intraprendere l’avventura del discepolato, ma solo nel giocarsi storico della libertà. Così la destinazione cristologica è proposta in quanto grembo originale, ma rimane sospesa alla scelta di ciascuno quanto alla possibilità e al modo della realizzazione concreta.

Più profondamente, la libertà personale è suscitata dallo Spirito del Risorto, che di ogni cosa creata è grembo. Ciascuno si ritrova dunque anticipato e in debito di sé, ma questa emersione originale non rimane conclusa. Infatti, è propria del Crocifisso-Risorto l’opera di attirare tutti a sé (Gv 12,32). La libertà, suscitata nella forma del Figlio Gesù, si ritrova convocata verso una promessa, alla quale può disporsi in modo resistente o arrendevole. Il dramma che si origina è tutto il dinamismo della biografia cristiana, fatta di conversione e lotta spirituale. L’attrazione dell’Innalzato è trasformante, capace dunque di plasmare secondo la propria forma evangelica quanti vi si lasciano coinvolgere.

La libertà rimane pienamente se stessa, non è silenziata né annichilita. Al contrario, essa proprio perché originata da Colui verso il quale si indirizza, scopre la verità di sé, proprio nel decidersi pienamente. Si ritrova nei propri panni più autentici, avendoli voluti e insieme avendoli ricevuti. L’accenno  che abbiamo appena fatto allo Spirito del Gesù Crocifisso-Risorto rilancia la riflessione alla dinamica spirituale della santità, che sarà oggetto, di un prossimo numero.

 

La santità: umanità piena

A questo punto della riflessione, può sorgere la legittima domanda circa il tema della santità. Abbiamo speso parole in merito al riferimento cristologico, grembo e destinazione, che non può non può essere detto se non attraverso la vicenda di Gesù di Nazareth. Abbiamo speso altre parole sulla libertà quale crocevia che dà storia al progetto di adozione filiale e di verità di ciascuno. Ma in che senso tutto questo abbia a che fare con la santità ancora non lo abbiamo sviscerato e neppure abbiamo dato parola a qualche coordinata ulteriore che permetta di ridire la santità come conformazione al Cristo.

Innanzitutto vale quello che abbiamo appena detto: la santità è la conformazione a Cristo e dunque è l’accoglienza (destinazione) della propria umanità più autentica che trova in Gesù di Nazareth il grembo originario per ciascuno. Santità dunque è piena umanità, storia autentica, biografia attraversata da cima a fondo, veramente voluta e pienamente ricevuta. L’umanità piena del Figlio di Dio incarnato non può che rimandare a una piena umanità dei figli di Dio adottivi.

Tutto ciò emerge chiaramente guardando alle figure di santità che la Chiesa addita particolarmente luminose perché in esse è emerso in modo molto nitido un tratto del Figlio di Dio. I santi per i quali nutriamo devozione e affetto sono uomini e donne in carne e ossa, figli del loro tempo e delle loro culture, con le proprie psicologie e personalità. Nelle loro storie riconosciamo un tratto della persona di Gesù, ma non esulando dalle biografie, bensì in esse: in quell’intensità di vita che hanno espresso, emerge simultaneamente l’intensità della vita del Figlio di Dio, non separabile dalla loro, e tuttavia sempre altra, perché mai esauribile.

Ogni santo è diverso dall’altro e in tale diversità propria della molteplicità umana emerge un aspetto particolare della vicenda di Gesù, incarnata in quella biografia. In alcuni santi risplende l’attenzione ai poveri, in altri la cura del pastore, in altri la passione orante, in altri la lotta con l’antico Nemico, in altri la profondità della predicazione, in altri la ricerca della verità, ecc… Tutti rimandi alla vita di Gesù, ma tutti tratti autentici di quell’uomo o di quella donna.

Possiamo a questo punto raccogliere tre punti che emergono a partire da questo sguardo sulla santità come conformazione a Cristo, in particolare insistendo sulle singole storie dei santi. Sono come tre strumenti di lavoro, adatti ad articolare il lavorio mai concluso della sequela: l’immaginazione, le biografie e la conversione.

 

L’immaginazione

Potremmo approcciare l’immaginazione come un “organo”  che dilata lo sguardo, lo approfondisce, esplora e allarga verso molteplici direzioni offrendo stimoli diversificati per agire. Essa infatti è capace di cogliere alcuni paradigmi ricorrenti, scrutando la situazione, cogliendone finanche i particolari e mettendoli in relazione tra loro. È presente pure una dimensione interpretativa, nella quale a partire dal mondo dell’esperienza presente e quotidiana, e dalle immagini che essa ci fornisce si può osservare indirettamente quanto non è direttamente disponibile.

I nessi che l’immaginazione sa cogliere hanno a che fare con la percezione, con l’immagine, con il pensiero e con la proiezione; non sono solo psicologici, né solo intellettuali; hanno una portata cognitiva e toccano la parola, il gesto e la rappresentazione. L’immaginazione ha piuttosto il tono di un orizzonte intrascendibile e irriducibile nel quale abita la coscienza, e dal quale si muove un’ingiunzione.

Recuperando quanto presentato sopra, individuiamo l’alimento principale dell’immaginazione per la santità nella vicenda dell’Immagine di Dio, Gesù Cristo. È la sua vita, narrata nei Vangeli e nelle Scritture tutte, ma anche vissuta e confessata nella Chiesa, a essere il paradigma da riconoscere nel contesto contemporaneo, affinché la vita personale e comunitaria sia sempre più conforme al suo rivelarsi e si faccia essa stessa rivelazione.

La vita di Gesù è lo “schema” narrativo di riferimento. Egli è concreto, la sua vita rimane invalicabile come riferimento, ma è pure universale, si pone in legame con tutti e così, attirando, muove a una corrispondenza. L’indicazione rivolta al dottore della legge al termine del racconto della parabola del buon samaritano svela il nesso costitutivo dell’immaginazione che andiamo indagando: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,37)[5].

La storia di Gesù è la trama e lo sfondo a ogni esistenza. L’immaginazione rintraccia, nelle vicende di ciascuno, elementi di rimando alla storia di Gesù ed elabora modi di corrispondenza adeguati. Non si tratta di realizzare una copia medesima della vicenda di Gesù, tra l’altro irrealizzabile, ma di alimentare un rimando continuo tra fedeltà e creatività.

Fedeltà perché il termine di riferimento è Gesù, senza il quale si scade in un’irrelazione equivoca che non lascia più trasparire il “come”. La cornice biblica, infatti, ha una propria flessibilità, tuttavia quando non è più rintracciabile un rimando che raccorda con la storia biblica, allora abbiamo una distorsione che non permette un rimando cristologico.

Creatività, perché in gioco c’è la libertà concreta del singolo, la sua volontà e personalità ben definita. Insomma un’umanità piena e vera. Non si tratta di una mimesi fotocopiata della storia di Gesù che tenderebbe a sostituirsi a Lui[6], ma scoprirsi attirati e chiamati e, corrispondendovi, decidersi per quella Voce. La decisione dunque non può mai esimere dal dramma del discernimento e dal coraggio della scelta, che non è mai definita a priori.

Rimangono aperti ampi margini di interpretazione e dunque di immaginazione che mettono in luce due poli. Il primo mostra che il Vangelo comunque resta uno sfondo onnicomprensivo: l’esperienza primordiale è la memoria e la riproposizione continua dell’evento di Gesù. Il secondo, come vedremo nel prossimo paragrafo, è il ruolo delle storie di tanti che ripresentano nelle proprie storie quella memoria fedele e creativa di Gesù, come una Sacra pagina evangelica incarnata nella storia della Chiesa.

 

Le biografie

Sono una parte importante del bagaglio ecclesiale le cosiddette agiografie, che preferiamo chiamare biografie per sottolineare il portato umanamente concreto e dunque valido per ciascuno. Il cammino della conformazione a Cristo non è percorso solitario ma di Popolo e la conclusione della professione di fede lo fa confessare con forza: credo la comunione dei Santi. Sicuramente si tratta del vincolo con il mondo della Chiesa nella gloria ma pure del legame di sostegno di tante vicende quotidianamente prossime a ciascuno.

Riprendiamo un’accalorata citazione di Sequeri che ben può aiutare in questa riflessione, seppure declinata in un ambito di iniziazione cristiana.

Come mai la pratica catechistica, liturgica, testimoniale è così povera di narrazione della comunità? I ragazzi imparano – felicemente – la storia di Gesù nella loro iniziazione cristiana. La storia della Chiesa la imparano al liceo, scoprendola come storia delle streghe, delle crociate, e dell’inquisizione. L’iniziazione alla fede non deve includere la memoria – leale e affettuosa – delle passioni della storia della fede che ci è consegnata? Non è questione di apologetica o agiografia. La domanda è: come ha abitato la comunità umana, dandole forza e speranza, la fede cristiana[7]?

La conformazione a Cristo – non così lontana da una discorso di iniziazione cristiana – trova nelle storie di quanti lo hanno seguito e ancora lo fanno un alfabeto nutriente da non perdere. La comunione dei santi è un accompagnamento efficace, non solo nei termini di modelli, ma pure come serbatoio che alimenta la propria creatività discepolare e come compagnia che incoraggia.

L’attenzione agiografica di Benedetto XVI, il quale ha dedicato centrotrentacinque catechesi sui santi, è un metodo che offre un contenuto ben preciso: la conformazione a Cristo è cammino di comunione reale, che ha volti e nomi ben precisi. A conclusione di quel lungo percorso Benedetto XVI rilanciava sul vissuto di tante figure nascoste e non canonizzate, ma che, rivelando, rilanciano la sequela personale:

In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede[8].

Similmente si può interrogare con successo l’esortazione apostolica di Francesco, Gaudete et exsultate[9], che già dalle voci della prima sezione illumina il discorso che stiamo facendo, parlando di santi che incoraggiano e accompagnano, santi della porta accanto, e della santità come questione di essere più vivi, più umani.

 

La conversione

Come già accennato, la descrizione secondo la logica dell’attirare, presenta la possibilità duplice della resistenza o della resa. Lo Spirito di Cristo non inibisce la libertà ma la attiva nella responsabilità, così che il cammino della conformazione possa dirsi veramente “mio”. La possibilità della resistenza, esperienza condivisa, così come i passaggi di resa, e dunque di maturità spirituale in un progressivo formarsi in noi di Cristo (cf. Gal 4,19), rivelano un dinamismo di accordatura che le biografie dei santi, così come le storie, che possiamo dire di conoscere più da vicino, ci rivelano.

L’immagine dell’accordatura di uno strumento può sostenere la rimessa a fuoco della conversione come termine affine alla santità e alla conformazione a Cristo. I santi hanno passaggi di conversione continua, che permettono loro di addentrarsi più profondamente nel cammino di sequela, così che la loro libertà si accordi all’Immagine dalla quale provengono e alla quale sono destinati.

La conversione porta in sé un momento negativo di morte alle proprie pretese, rigidità e peccati, e un momento positivo di intensificazione di vita in Cristo[10]. Come lo strumento si allontana da armoniche stonate, forzando le chiavi o i grimaldelli che tengono in tensione la corda, così la biografie personali, in un orizzonte provvidenziale, si ritrovano a fare i conti con una rigidità distonica rispetto alla forma del Figlio.

Come lo strumento docile all’opera dell’accordatore squilla secondo le armoniche volute, pur risuonando con il timbro inimitabile che gli è proprio e che gli è stato dato dal liutaio, così l’uomo assume i propri tratti più autentici che sono quelli che lo Spirito imprime, per rivelare sempre di nuovo e da capo il volto del Maestro.

La fatica insita nella conversione è spia preziosa dell’umanità coinvolta che ha i propri ritmi e i propri attaccamenti. L’accordatura “tira”, soprattutto se non è compiuta da un po’ di tempo. Le incrostazioni presentano una resistenza il cui cedimento provoca dolore. È segno di vitalità, è segno che la santità ha il suo peso di vita vera e vissuta. Anche qui, rivedere le storie dei santi più noti, rende manifesto come la sofferenza della conformazione a Cristo non sia apologia del dolore, ma dramma di autentica libertà che si confronta con un cambiamento, mai conosciuto completamente a priori e che sempre pone la sfida di passi inediti. È «l’avventura della libertà viva»[11], propria dei discepoli del Signore.

 

Conclusione

«Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cf. Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo»[12]. Questo passaggio dell’omelia pronunciata da Papa Leone XIV all’indomani della sua elezione è stato ripreso spesso. Il contesto più proprio riguarda l’esercizio dell’autorità nella Chiesa e l’orizzonte è chiaramente l’evangelizzazione. Non ci pare fuori luogo riprendere queste parole in riferimento al discorso sulla santità come conformazione a Cristo.

La testimonianza cristiana, canonizzata o meno, è rivelativa del Maestro, Gesù, che la muove e la orienta, e proprio perché rivelativa allora è pure luogo di annuncio. Quello che abbiamo voluto sottolineare in queste pagine è come la santità porti in sé la persona di Gesù, che è matrice di ogni storia personale, e di tutta la storia comune. Vivendo la santità rimane, dunque, Cristo, come si augura Papa Leone. Lo sparire, tuttavia, non è al modo del vuoto, non è al modo dell’inconsistenza, ma, come abbiamo visto, al contrario, è secondo il movimento dell’umanesimo realizzato in ciascuno. Rimanendo sempre più Cristo, allora la storia personale diventa ancora più umana, e proprio in tale biografia che, con libertà piena, approda al progetto originario, brilla in modo multiforme l’unico volto del Signore Gesù.

 

 

[1] Cf. G. Biffi, Approccio al cristocentrismo. Note storiche per un tema eterno (Già e non ancora 255), Jaca Book, Milano 1993.

[2] Cf. G. Lindbeck, La natura della dottrina. Religione e teologia in un’epoca postliberale (Theologica), Claudiana, Torino 2004.

[3] Cf. F. G. Brambilla, Antropologia teologica. Chi è l’uomo, perché te ne curi? (Nuovo corso di teologia sistematica 12), Queriniana, Brescia 2005, 207-212.

[4] N. Cabasilas, La vita in Cristo (minima), Città nuova, Roma 2017, 127.

[5] Cf. W. C. Spohn, Go and Do Likewise. Jesus and Ethics, Continuum, New York – London 2007.

[6] Cf. R. Girard, Il capro espiatorio (Saggi 37), Adelphi, Milano 1987.

[7] P. Sequeri, «Uscire dalla nevrosi ecclesiogena: raccontiamo la Chiesa com’è», in Αvvenire, 5 febbraio 2024.

[8] Benedetto XVI, Udienza generale (13.04.2011).

[9] Francesco, Gaudete et exsultate. Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19.03.2018).

[10] Cf. A. Fumagalli, Spirito e libertà. Fondamenti di teologia morale (Biblioteca di teologia contemporanea 210), Queriniana, Brescia 2022, 400-417.

[11] Domanda rivolta al Santo Padre Leone XVI nella Veglia di preghiera del Giubileo dei Giovani (02.08.2025).

[12] Leone XIV, Omelia nella messa Pro Ecclesia (9 maggio 2025).