L’anno liturgico: itinerario vocazionale e scuola permanente per l’accompagnamento vocazionale dei giovani
Non è facile raccogliere in poche note la ricchezza di contenuti e di provocazioni offerta dall’anno liturgico nell’ottica suggerita alla presente riflessione. Mi sembra tuttavia opportuno contribuire portando l’attenzione sull’unità di contenuto dell’anno liturgico e sui suoi riflessi in ordine al cammino vocazionale.
Il Mistero è uno solo
Il centro è la Pasqua del Signore, resa presente dall’Eucaristia, con la quale celebriamo e partecipiamo alla morte del Signore. Se da un lato la molteplice articolazione dell’anno liturgico è sempre riconducibile al mistero dell’unica Pasqua, celebrata mediante il rinnovarsi dell’ identica Eucaristia, dall’altro tuttavia il susseguirsi delle molteplici feste e tempi liturgici rivela e consente di fare nostra l’insondabile ricchezza dell’unica Pasqua, che il divenire dell’anno liturgico scompone e rifrange, così come un prisma scompone e rifrange l’unico raggio di luce in mille sfaccettature.
L’anno liturgico inserisce così i misteri di Cristo nella nostra vita quotidiana non solo come avvenimento del passato o come esempio da imitare, ma come qualcosa che accade qui e ora misteriosamente sotto il velo dei segni, per accadere nel cuore di ciascuno, trasformarlo, modellarlo nel Cristo, comunicare la sua vita di Risorto.
“La via di Gerusalemme”
Se il centro è il mistero della Pasqua, allora l’anno liturgico disegna e tratteggia l’itinerario del discepolo che, pur variegato nel suo dispiegarsi storico, è riconducibile ad una sola prospettiva di fondo, senza la quale, esso stesso diventerebbe una “bella passeggiata” e il discepolato di Cristo perderebbe la sua profonda originalità: la via di Gerusalemme che Cristo indica come unica strada a chi vuol stare con lui. Slegando i diversi momenti da quest’unico centrale momento tutto perde di significato: la via maestra del discepolo è condividere la Croce. È a questo livello che l’anno liturgico assume tutto il suo valore di scuola permanente per la comunità cristiana e per l’accompagnamento vocazionale dei giovani, perché consente di superare e di chiarire una precomprensione in agguato nella cultura giovanile e nella comunità cristiana come tentazione: l’impressione cioè che il camminare con Cristo e dietro a Cristo sia sì un progetto generoso, ma forse dubbiamente umano, o perché non fa più vivere in pienezza (bisogna dire no a se stessi) o perché fa vivere, ma non secondo se stessi, secondo la propria coscienza e libertà individuali, ma secondo un Altro che si chiama Gesù.
Ecco allora che la Parola proclamata lungo questo itinerario esige la rottura dei legami familiari quando questi contraddicono la méta assoluta che è la méta del cammino di Gesù; esige di saper sfidare le contraddizioni degli scribi e dei farisei (il mondo che oggi sta intorno a noi); esige il rinnegamento di noi stessi, dell’uomo cioè che è dentro di noi e che non vuol credere; esige in fondo che noi viviamo nella logica della fede non per il gusto di un’inutile mortificazione, ma perché si ha una meta, c’è una direzione, la fedeltà fino in fondo al disegno di Dio e il dono di se stessi per la salvezza degli uomini. E tutto questo animato dal dono della fede-fiducia nel Padre nelle cui mani affidiamo la vita e che la Pasqua di risurrezione ci invita a sperare come pienezza.
Certo, se la via di Gerusalemme, la Croce ci mettono davanti agli occhi questa esigenza, lo fanno però come dono di grazia; sono l’amore di Dio, il suo Spirito che rendono possibili queste cose e che perdonano, fanno nuove tutte le cose e soprattutto, il cuore dell’uomo.
La Parola del Signore che ritma l’anno liturgico è lì per dire al discepolo che prima c’è lui, il Signore, la sua fedeltà: Io sono con te. Poi c’è il Vieni e seguimi. A volte, spesse volte, questo cammino sembrerà costare una vita, ma, in fondo, è per dare la vita, per ritrovare la ragione vera e autentica di vivere.
“Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”
Alla luce di quanto appena detto non è impossibile vedere la profonda unità del cammino tracciato al discepolo lungo l’anno liturgico: ogni mistero, che richiama alla Chiesa il Suo Signore e lo fa confessare anche nella sua concretezza storica, trae senso e dice riferimento alla Croce gloriosa del Signore: Natale, Pentecoste, Maria, i Santi sono realtà pasquali e richiamano in fondo alla grande missione di riconciliazione della storia degli uomini con Dio per la quale Cristo ha dato la vita e che ora ha affidato come ministero ai suoi discepoli (è la celebrazione eucaristica che dà senso alla festa!). Ecco che allora la vita, guardata dalla prospettiva di questo traguardo finale, si rivela al giovane come grazia, come dono, come compito perché il Regno venga: e questo non sottrarrà il cammino del discepolo dal lamento e dalla tentazione, né arriverà a suggerirgli un ideale storico di vita, ma lo provocherà a una risposta assoluta, consegnando tutto se stesso al Padre: è la risposta della fiducia in Dio: “Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro dare a voi il suo Regno…” (Lc 12,32).
In definitiva il vivo dispiegarsi dell’anno liturgico pone non solo davanti agli occhi come memoriale, ma mette nel cuore del discepolo l’unica realtà necessaria: la memoria della Croce, il dono dello Spirito del Risorto che conduce la Chiesa e i credenti là dove è giunto Cristo.
Vissuto alla luce di questa principalità e di questa unità il cammino storico della Chiesa diventa il segno e il luogo del permanente costruirsi di una chiamata, nella linea del giudizio unico e definitivo della Croce, segno e luogo del ritorno a Dio di tutte le cose.
A questa condizione l’anno liturgico non è un puro susseguirsi di avvenimenti, ma è storia di salvezza per noi (si pensi quanto moralismo, legalismo o pietismo dovrebbe venir meno, per fare posto a Lui).
I discepoli di Emmaus
La vicenda dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24) è emblematica e significativa in proposito e ci consente, per il suo annodarsi attorno alla Pasqua, di rileggere il senso del cammino odierno delle nostre comunità, diverse nel tempo, ma non nella sostanza. I due, dimissionari nei confronti del loro passato di discepoli, chiusi in se stessi, incapaci di ascolto, capaci solamente di parlarsi addosso lasciano “la via di Gerusalemme”: sono per molti versi il ritratto somigliante a ciascuno di noi. Ma un misterioso compagno di viaggio li apre all’ascolto delle Scritture, li conduce a scoprire un’iniziativa che li precede e una presenza che li interpella, apre loro gli occhi con il gesto dello spezzare il pane (= memoriale della Croce), ricomponendo così il loro passato disarticolato e senza senso e facendo loro ritrovare il coraggio del discepolato e della missione (la ripresa della via verso Gerusalemme).
Da quel giorno e come in quel giorno i tempi delle nostre stagioni sono chiamati a riconoscere Lui, la sua presenza e la sua azione. È questo il senso profondo e ultimo dell’anno liturgico e della sua proposta vocazionale.