Per un salto di qualità nella pastorale vocazionale alle soglie del terzo millennio
Una fase, nella storia della pastorale vocazionale (PV), s’è chiusa ormai inesorabilmente. Ma “se si chiude una porta, si apre un portone”, recita un proverbio popolare italiano, ove “portone” sta a indicare l’uscio d’una grande abitazione o d’un luogo importante, come una Chiesa, o come potrebbe essere la porta santa di questo Giubileo 2000 appena iniziato.
Noi crediamo che in qualche modo questo detto popolare, in cui è forse riconoscibile una saggezza o un ottimismo dalle antiche radici cristiane, esprima anche il passaggio strategico, davvero epocale, che la PV s’appresta a fare, o almeno ha davanti a sé. Soprattutto nel senso d’una transizione da un’animazione vocazionale (AV) in funzione ministeriale speciale a un’AV al servizio di tutte le vocazioni nella Chiesa, dunque offerta a tutti, idealmente da parte di ogni credente, e lungo tutte le fasi della vita. Con tutto ciò che questo significa sul piano della concezione e della prassi d’una certa AV del passato, e che dovrebbe appartenere ormai alla preistoria dell’AV e che è correttamente precisato nel documento del Congresso europeo sulle vocazioni, precisamente laddove si parla d’un necessario “salto di qualità” della pastorale delle vocazioni[1].
Come immaginare oggi, appena entrati come siamo nel terzo millennio, un’AV aperta al futuro? Mi è stata chiesta una relazione “profetica”. E siccome profeta non sono[2] vado a chiedere ai profeti veri, ai nostri padri nella fede, a coloro che parlano in nome di Dio, lo sguardo profondo che ci consenta di vedere oltre, ove non arriva l’occhio umano. Divido la relazione in tre parti, come tre riquadri biblici, che riproducono un’immagine particolarmente significativa per leggervi la profezia dell’AV del 3° millennio.
Abramo e le stelle
Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: “Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”. Rispose Abram: “Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco”. Soggiunse Abram: “Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”. Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia” (Gn 15,1-6).
Questa icona biblica ha uno straordinario potere evocativo per il credente che cerca con fatica un’apertura verso il futuro. Come noi ora: per certi versi siamo simili al nostro padre nella fede, quando se ne sta seduto e sconsolato all’interno della sua tenda a considerare un passato ricco di speranza, che non sembra confermato dal presente e rende incerto il futuro.
“Me ne vado senza figli” (Gn 15,1)
Abramo, 85enne, forse in una notte insonne, ricorda la promessa d’un tempo che sarebbe divenuto “un grande popolo” (cfr. Gn 12,1s), promessa in cui aveva creduto, per la quale s’era pure avventurato in un viaggio difficile e che, comunque, sembrava all’inizio destinata a compiersi (il dono d’una moglie bellissima, la fortuna di beni immensi, una certa supremazia nei confronti dei popoli vicini, la benedizione di Melchisedek…). Ma ora Abram è a corto di speranza, sta cominciando a dubitare di questo Dio. “C’è una prospettiva futura che è venuta meno in lui. Egli, che ha potuto beneficiare di ogni ricchezza, materiale e spirituale, guarda ora al proprio futuro e vi scorge la sterilità di un’età avanzata o, nella migliore delle ipotesi, un futuro generazionale che va nella linea del padrone che si fa sostituire dal servo (Abram-Eliezer). Abram non sa trovare delle prospettive di novità all’interno dei suoi parametri, parametri che provengono dalla materialità della propria esperienza, sempre più orientata al passato e al fin-qui-consolidato. Abram sta rischiando la chiusura di chi non sa più fare spazio a nuovi criteri, alla novità, che non può più essere la semplice rielaborazione di strategie personali o istituzionali già applicate. All’interno dei parametri della moglie, del bestiame, della ‘potenza’ politica o religiosa, per quanto nella più grande benedizione di Dio, Abram non è più capace di vedere soluzione!”[3]. E hanno un sapore fortemente amaro quelle parole con cui egli risponde alla ennesima proposta divina di fiducia (e non è un caso che queste siano le prime parole che il racconto biblico mette in bocca ad Abram!): “Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco” (Gn 15,2).
Così anche noi quando guardiamo con nostalgia a un certo passato che non c’è più, quando ricordiamo l’entusiasmo dei giorni della chiamata, i giorni della nascita o dell’affermazione dei nostri carismi, individuali o istituzionali, o i tempi comunque delle “vacche grasse” (anche se non li abbiamo vissuti personalmente), e fin qui niente di male. Il problema sorge quando vogliamo competere con queste epoche passate, quando ci mettiamo in testa che per forza dobbiamo raggiungere quegli stessi livelli in termini di presenza, di numeri, di forza istituzionale…, e pensiamo di dover progettare una PV che miri alla quantità e riesca a eguagliare quel passato glorioso, e finisce per esser perdente e deprimente. È il …circolo vizioso delle aspettative irrealistiche, delle pretese esagerate, che ci fa sbagliare obiettivo e modalità d’intervento, o – da un altro punto di vista – delle aspettative minimaliste, che ci fa restringere l’obiettivo della PV solo ad alcune vocazioni, o ci fa offrire il servizio solo ad alcuni, come se solo alcuni fossero chiamati; e alla fine entrambe le aspettative non fanno che aumentare il senso del fallimento e la depressione generale.
“…uno nato da te…” (Gn 15,4)
Ed ecco gli fu rivolta questa parola del Signore: “Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede” (Gn 15,4).
Dio entra, anzi, irrompe nei cupi pensieri di Abram. Notiamo che qui non c’è vero dialogo, il testo ebraico non ci riporta uno scambio di battute tra i due interlocutori, c’è come una cesura, qualcosa di inatteso e inedito, di non conseguente e asimmetrico, tra il pessimismo dell’uomo e l’ottimismo di Dio. Il Signore JHWH propone ad Abram un nuovo cammino, una nuova fiducia nell’antica promessa del figlio. Nessun artificio né scambio di ruoli, nessun pasticcio o finzione giuridica, perché “uno nato da te sarà il tuo erede”. Come viscerale è la fedeltà di Dio, così sarà anche la “discendenza” di Abram. Da un lato Dio ribadisce la sua fedeltà alla parola data, dall’altro ribadisce anche la responsabilità dell’uomo nel compimento della promessa, il suo coinvolgimento diretto, l’impossibilità d’alcuna delega da parte sua, la proibizione – per così dire – d’alcuna …tecnica artificiale riproduttiva.
L’AV resterà sempre azione naturale, genuina, non artificiale, del tutto legata al compimento della promessa divina e dunque all’azione del Padre, come del tutto gestita dall’uomo, da una passione per il regno che rende ogni chiamato anche chiamante, ovvero ogni credente padre e madre d’un altro credente. “Si fa AV solo per contagio, per contatto diretto, perché il cuore è pieno…”, la vera catechesi vocazionale si fa “da persona a persona, da cuore a cuore”, è “ricca d’umanità e originalità, di passione e forza convincente, un’AV sapienziale ed esperienziale”; il suo registro comunicativo “non è quello didattico o esortativo, e neppure quello amicale, da un lato, o del direttore spirituale, dall’altro (inteso come chi imprime subito una direzione precisa alla vita d’un altro), ma è il registro della confessio fidei… (…) Proprio per questo l’accompagnatore vocazionale è anche un entusiasta della sua vocazione e della possibilità di trasmetterla ad altri; è testimone non solo convinto, ma contento, e dunque convincente e credibile”[4]. Insomma, l’animatore vocazionale verace è un coltivatore diretto, non affida ad altri il campo che gli è stato affidato, lo lavora con cura e sapienza contadina, ponendo attenzione a tutto, proprio a tutto, “dal terreno al seme…, da ciò che lo fa crescere a quanto ne ostacola la crescita”[5], attendendo con pazienza e tentando e ritentando con ostinazione di seminare, senza pretendere di raccogliere e prima di cercare altrove (all’estero, ad es.) ove il raccolto sembra più facile e chiede minor fatica…
“Guarda in cielo e conta le stelle” (Gn 15,5)
Poi lo condusse fuori… (Gn 15,5)
Abram è fatto “uscire fuori” da Colui che gli parla; non può e non deve rimanere “all’interno della sua tenda”, dei suoi pensieri cupi e delle sue previsioni grame, a piangere sul proprio futuro, a rimpiangere il proprio passato, nella paura di chi può contare solo sulle proprie forze. Lo fa uscire fuori dalla tenda, gli fa guardare e contare le stelle in cielo. “Non è per nulla scontato a 85 anni esser in grado di alzare lo sguardo e guardare il cielo stellato. L’immagine di quest’uomo, che in una notte del deserto ha il coraggio di alzare gli occhi per contemplare il cielo, è immagine che andrebbe gustata in tutto il suo carico di silenzio, di stupore, di meraviglia. È l’immagine della sorpresa infantile o dell’amore degl’innamorati che guardano il cielo sognando il proprio futuro di vita comune. Ma in questa immagine si raccoglie anche la provocatoria contrapposizione tra chi ha il cuore capace di guardare in alto e chi invece rimane con il cuore duro (Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo, Os 11,7)”[6].
Ed è una provocazione forte per tutti noi che abbiamo lo sguardo “strategicamente” rivolto un po’ troppo verso il basso, dimenticando il progetto sempre grande che Dio continua ad avere sulla nostra vita. Secondo una certa cultura che tende ad appiattire e ridimensionare tutto, anche il disegno divino di salvezza dovrebbe subire una qualche riduzione. E siccome stiamo vivendo in tempi di ridimensionamento anche all’interno della Chiesa e dei nostri istituti, rischiamo di subire anche noi gli effetti pericolosi di questa cultura e della sua antropologia, per la quale “Dio non è morto. È vivo, ma sta lavorando a un progetto meno ambizioso”, come dice il solito graffito anonimo apparso di questi tempi su qualche muro, a opera della solita mano ignota. Non è più la cultura violenta del “Dio è morto”, il tentativo è più sottile oggi, di rendere innocuo o più su misura d’uomo il disegno divino redentivo, quasi di vanificarlo piano piano, togliendo alla fede cristiana tutta o quasi la sua forza d’urto, ma pure le sue proiezioni trascendenti, e dunque, in definitiva, impoverendo il modello d’uomo che è al centro di quel disegno, togliendogli – ad es. – la dimensione vocazionale. È la cultura antivocazionale, oppure è quella PV interpretata e portata avanti da uomini che non sanno sollevare lo sguardo, da credenti che non hanno mai visto le stelle o che non hanno mai imparato a contarle, o che non hanno ancora capito che l’universo stellare, con la quantità assolutamente smisurata di stelle che contiene, è simbolo del carattere popolare e universale della vocazione cristiana, dono dato a tutti, chiamata rivolta a ciascuno, perché ognuno è una stella nell’universo di Dio e deve dunque brillare e occupare il proprio posto nel suo disegno cosmico e salvifico.
Entrando nel nuovo millennio la PV ha bisogno urgente d’una spiritualità della visione. In tempi quali i nostri in cui le visioni sono rare (come ai tempi del profeta, cfr. 1 Sam 3,1), sostituite come sono dalle statistiche che ci vogliono perdenti o da realismi lamentosi e deprimenti, è necessario affrontare il problema con uno sguardo illuminato dalla fede, che guardi nonostante tutto in alto proprio per ridare all’AV la sua natura di servizio ecclesiale offerto a tutti per la scoperta del progetto di Dio su ognuno, per liberare la PV da mire meschine e mercantili, per responsabilizzare ogni credente in questo ministero, per non aver paura di seminare ovunque il buon seme della vocazione, per aver il coraggio d’affrontare ambienti nuovi, “i pozzi d’acqua viva” di cui parla il nostro documento[7], laddove è possibile incontrare i giovani d’oggi e la loro sete, per non temere di proporre grandi ideali e le prospettive di vita che solo l’amore del Padre può pensare e predisporre per l’uomo.
Anche oggi non è per nulla scontato alzare lo sguardo e contare le stelle in cielo! Ma è indispensabile farlo per non chiuderci entro le nostre tende a fare conti che non tornano e che alimentano solo “la patologia della stanchezza e della rassegnazione”[8], ovvero disperazione e inedia.
GESÙ E LE FOLLE
Se Abramo conta le stelle in cielo, Gesù, “alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui” (Gv 6,5), in due contesti: uno specificamente vocazionale (Mt 9,37) e l’altro del prodigio della moltiplicazione dei pani (Mt 14,14; Mc 6,34; Lc 9,11; Gv 6,5). Anche questa immagine evangelica, in entrambi i contesti, si presta a una lettura vocazionale, sul piano dei valori di fondo e anche della pedagogia che ne deriva.
Il Vangelo della vocazione come responsabilità
Dinanzi a questa folla, infatti, e di questa folla
1) Gesù si sente lui stesso responsabile, in qualche modo, ed esprime in vari modi la propria partecipazione responsabile alle sue vicende: ne prova compassione (Mt 9,36: “perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore”, cfr. Mc 6,34), e agisce di conseguenza.
2) Gesù chiede immediatamente di volgere lo sguardo al Padre, il padrone della messe, il primo responsabile, Colui al quale va affidato il problema (Mt 10)… Ma poi Gesù condivide subito questa responsabilità con i suoi discepoli, li invia e dà loro “potere” (= responsabilità), si fida di loro, si affida alla loro libertà (tant’è vero che c’è anche Giuda).
3) Così è pure nell’altro contesto, ove ordina ai 12: “Date loro voi stessi da mangiare” (Mc 6,37), e fa loro una domanda per metterli alla prova e coinvolgerli subito nella vicenda (Gv 6,6); ma poi chiede la loro partecipazione attiva, li coinvolge espressamente in operazioni varie, sempre necessarie, li rende non solo spettatori e fruitori, ma protagonisti del prodigio.
4) Così verso la folla: pur sapendo, o proprio perché sa che la gente lo seguiva perché aveva visto “i segni che faceva sugli infermi”, per sfruttare – dunque – la situazione e la sua persona, per saziare la fame fisica e ricevere da Lui salvezza e cibo, Gesù adotta lo stesso stile responsabilizzante. Egli cerca tra la folla chi ha qualcosa, lo apprezza e lo valuta, non butta via quel poco, ma lo “benedice e moltiplica…”. E ancora, perché la gente apprezzi quanto Egli ha fatto e non dar l’idea dello spreco, dei doni di Dio da scialacquare, fa raccogliere i pezzi avanzati “perché nulla vada perduto” (Gv 6,12), perché ogni abilità umana divenga talento responsabilmente investito per il regno, segno d’una chiamata specifica, strumento di servizio. Ma poi, soprattutto, a una folla mossa da desideri ambigui rivolge un discorso difficile, duro da intendere, propone la torsione del desiderio, chiede coinvolgimento personale dinanzi alla salvezza, chiede di prender posizione riguardo alla sua persona… rischiando di esser piantato e rovinare tutto. Addirittura questo stesso rischio corre coi suoi discepoli, mostrando una scarsa attitudine a fare l’animatore vocazionale vecchia maniera: “Volete andarvene anche voi?”, ma proprio perché vuole la decisione personale di fronte a lui, l’assunzione personale di responsabilità. Come vedremo.
La pedagogia della responsabilità vocazionale
Se questi due brani sono brani tipicamente vocazionali (come – in realtà – tutto il Vangelo è vocazionale), allora da essi possiamo trarre una autentica pedagogia della vocazione, con le sue indicazioni metodologiche.
Originalità della salvezza cristiana
Il punto centrale che traspare dai due episodi a me sembra questo: la teologia della vocazione è parte integrante del messaggio cristiano quale messaggio di salvezza, e d’una salvezza come dono che viene dall’alto, e salva nella misura in cui colui che è redento si carica sulle spalle la salvezza del fratello; si è redenti, di per sé, solo quando ci si fa carico della salvezza d’un altro, non quando semplicemente si sfrutta merito e dono altrui, per quanto di origine divina. In fondo la salvezza cristiana è esattamente salvezza dall’egoismo, anche da quell’egoismo apparentemente “neutro” e comodo che …non fa nulla di male (e neanche di bene), tanto più è salvezza dalla tristezza diabolica dell’autoreferenza, dalla presunzione dell’autosufficienza, anche e soprattutto da quell’egoismo, autoreferenza e autosufficienza che si travestono dietro aspirazioni apparentemente nobili (come l’ideale della perfezione privata).
La salvezza che Cristo ci ha portato è apertura a un dono che crea libertà, e libertà che al suo apice diventa responsabilità. È fenomeno passivo-attivo, è dono ricevuto che tende subito, per natura sua, a divenire bene donato; è in fondo la personalità di Cristo, artefice della salvezza, che si trasmette alla personalità del cristiano, continuando in lui la sua opera di redenzione. Non c’è frattura tra i due momenti, ma un’unica esperienza di salvezza, come un punto inesteso, che si compie – lo ribadiamo – nell’istante in cui il salvato s’identifica con il Salvatore, e compie salvezza in nome suo, offrendo la sua vita, vivendo la sua storia come storia di salvezza, ricevuta e donata.
Di conseguenza anche la pedagogia vocazionale è tutta costruita su questa logica: la logica del dono, del dono che si riproduce, per così dire, che cioè genera libertà e responsabilità, che fa diventare adulti, adulti nella fede, ossia capaci di farsi carico della salvezza altrui, capaci di accogliere l’appello che viene dal Salvatore, quell’appello che Gesù, come abbiamo visto, anzitutto sente salire dalla folla, e che poi lui stesso rivolge ai discepoli, in vari modi, e poi rilancia alla folla stessa. È questa l’originalità della salvezza cristiana. Come un circolo virtuoso, che dalla gratitudine per la salvezza ricevuta porta alla gratuità della salvezza da donare, perché “la vita non è avventura solitaria, ma dialogo, dono che diventa compito”[9].
Il cristiano irresponsabile (o l’infantilismo spirituale)
È il caso di chiedersi se questo sia davvero il cristianesimo che oggi predichiamo e pratichiamo. È lecito avere dei dubbi al riguardo: il cristiano di oggi non sembra il fratello responsabile di suo fratello. Il peccato delle origini, ovvero l’affermazione con la quale Caino ha definitivamente ucciso Abele (“sono forse il guardiano di mio fratello?”), sembra in pratica sottoscritta da tanti, troppi cristiani; continua a raccontare l’irresponsabilità del credente medio, ovvero il suo stato infantile sul piano della maturità credente. Le nostre comunità parrocchiali quasi mai riescono a testimoniare un clima di reciprocità o a celebrare il sacramento della fraternità come luogo e strumento di salvezza, che viene da Cristo, certo, ma si compie quando l’io s’apre al tu e se lo carica sulle spalle. Perfino le comunità religiose o presbiterali raramente riescono a confessare una comunione tra i membri che porti alla reciproca corresponsabilità nell’ordine della salvezza o della santità da vivere e costruire assieme. La comunione dei santi sembra appartenere a un altro mondo, all’escaton…
Più in particolare, sembrano normalmente mancare nella coscienza del cristiano di oggi due atteggiamenti o convinzioni fondamentali: la presa di coscienza della “grazia a caro-prezzo”, di cui parla Bonhoeffer, e la conseguente assunzione di responsabilità nei confronti della salvezza altrui. Vediamo in ordine.
a – La grazia a caro-prezzo
“La grazia a buon prezzo – afferma con la solita illuminata sapienza D. Bonhoeffer – è il nemico mortale della nostra Chiesa. Noi oggi lottiamo per la grazia a caro prezzo. (…) Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo senza disciplina di comunità, è Santa Cena senza confessione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato. Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va e vende tutto ciò che ha, con gioia; la perla preziosa, per il cui acquisto il commerciante dà tutti i suoi beni; la Signoria di Cristo, per la quale l’uomo si cava l’occhio che lo scandalizza, la chiamata di Gesù Cristo che spinge il discepolo a lasciare le sue reti e a seguirlo. Grazia a caro prezzo è l’Evangelo che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo chiedere, la porta alla quale si deve sempre di nuovo picchiare. È a caro prezzo perché ci chiama a seguire, è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita, è grazia perché proprio in questo modo gli dona la vita; è cara perché condanna il peccato, è grazia perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo (…). È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l’incarnazione di Dio”[10].
Credo che a nessuno oggi sfugga la scarsa percezione, da parte della massa dei fedeli, e la debole proposta, da parte nostra, del “prezzo” della Grazia, nei termini descritti da Bonhoeffer. Credo che potremmo aggiungere quest’ulteriore specificazione: grazia a buon prezzo è grazia senza sequela e vita senza vocazione, o salvezza donata da Cristo che non ha creato alcuna coscienza di responsabilità…
b – Fuga dalla responsabilità
Quando non c’è l’apprezzamento della “grazia a caro-prezzo”, non ci può esser neppure la conseguente decisione di assumersi una precisa responsabilità in ordine alla salvezza. La grazia ricevuta, specie se è costata un certo prezzo, sollecita il credente ad attivare lo stesso meccanismo gratuito, a divenire lui stesso grazia. E non solo per un dovere di gratitudine, ma perché il cristiano è salvato proprio per questo e in questo senso: salvato perché diventi e in quanto diventa lui stesso salvezza. Con il prezzo che questo comporta.
Ma purtroppo non è quello che oggi accade, nelle nostre comunità credenti. Anche per via d’un evidente influsso culturale: com’è vero che oggi viviamo in una società e in una cultura senza padre, così è pure vero che oggi stiamo assistendo a una vera e propria fuga dalla responsabilità, che determina – a sua volta – lo smarrimento della libertà e dignità umane. Oggi tutto concorre a creare alibi, lo psicologo rassicura che tutto dipende dal passato cattivo, dalla mamma immatura e invadente o dal padre debole o autoritario; abbondiamo in analisi rassicuranti che non consolano realmente nessuno e, anche nella direzione spirituale, siamo così condizionati dalla paura di non riaprire certe ferite che non sappiamo poi stimolare alcun atteggiamento libero e creativo né condurre il giovane ad assumere un atteggiamento responsabile di fronte ai suoi limiti più o meno legati al suo passato.
Stiamo ancora trasmettendo – da questo punto di vista – un cristianesimo innocuo, da salotto, fatto di buone maniere e di meriti personali, d’indulgenze private da mettere rigorosamente sul proprio conto (mentre tutto l’impianto indulgenziale è costruito sulla verità della comunione dei santi), un misto di buonismo esaltante e di rassicurante garantismo, di economie autoreferenziali, di santità ancora troppo individuali, di ripiegamenti devozionali, di percorsi troppo finalizzati e circoscritti all’io…, o un cristianesimo ancora troppo poco relazionale, ove la relazione è un accidente, e non ancora il luogo ove si compie il dramma, il dramma della salvezza; o un cristianesimo così figlio d’una certa cultura dell’analgesico da esser diventato esso pure un analgesico….
Di conseguenza è un cristianesimo da consumare, perfettamente adeguato alla società dei consumi, ove ognuno è allegro fruitore d’un prodotto confezionato da altri, va, l’acquista e lo consuma, come un cliente qualsiasi, soddisfatto o rimborsato, o come uno spettatore d’un dramma interpretato da altri che ormai non lo commuove neanche più. Così è molte volte interpretato e vissuto l’esser credenti in Cristo, in modo passivo, infantile e anemico, all’occorrenza rivendicativo e pretenzioso; in tal modo il “consumatore di redenzione” finisce per non apprezzare più il dono e non saperne più il prezzo, il caro-prezzo della grazia ottenuta, ma dimentica che “nessuno è automaticamente trascinato alle porte del cielo dalla calca generale”, come disse una volta H.U.Von Balthasar.
C’è un infantilismo spirituale dilagante oggi, con varie forme di fuga dalla responsabilità nei confronti di Dio, degli altri e, in ultima analisi, di se stessi. C’è davvero una pastorale dei sacramenti che finisce per esser ridotta alla logica dell’usa e getta (vedi la deriva della cresima, la festa dell’addio). Quante messe, preghiere, riti, sacramenti… moltiplicati e semplicemente rovesciati addosso al singolo senza che stimolino alcuna coscienza missionaria, quanta grazia e parola di Dio e beni spirituali sequestrati da singoli credenti, individualisti impenitenti, soprattutto quanta mentalità che esser cristiani significa osservare, non commettere, celebrare culti… per se stessi, e quanto poco siamo capaci di diffondere l’idea che colui che è salvato dalla croce di Cristo deve farsi operatore di salvezza secondo un progetto di vita specifico e responsabilizzante. Quanto poco diamo l’idea che essere amati da Dio non è solo rassicurazione consolante, ma vuol dire esser assunti da lui – non importa se come operai o dirigenti, se alla prima o ultim’ora – a partecipare all’opera della redenzione, o essere resi da lui capaci di amare alla maniera sua, cioè facendosi carico della salvezza altrui. Quanto poco, dunque, riusciamo a creare cultura vocazionale, fin dai primi tempi dell’iniziazione cristiana, o quanto siamo imbevuti d’una cultura vocazionale ancor troppo dipendente da un’antropologia riduttiva e poco relazionale!
Vocazione come autorealizzazione?
C’è, mi sembra, una conseguenza precisa di questo modo meno responsabile di concepire la salvezza cristiana sull’idea di vocazione. Se, infatti, il cristianesimo viene inteso sempre più, in pratica, in modo soggettivo e come rispondente a bisogni ed economie soggettive, è inevitabile che la vocazione – a sua volta – venga interpretata soprattutto con la categoria dell’autorealizzazione. E venga vista alla luce di criteri molto soggettivi. Ovvero, come compimento delle proprie doti e qualità, da discernere alla luce delle proprie valutazioni e inclinazioni, con l’obiettivo di giungere a una situazione di appagamento e benessere con se stessi (il “sentirsi realizzati”)…, e mettendo fatalmente al secondo posto la relazione e l’idea della vocazione come compimento d’un progetto che viene da un Altro e mi realizza nella misura in cui mi apro all’altro (dall’autotrascendenza alla relazione).
È risaputo, come ci dicono recenti indagini sociologiche, che è proprio questa idea di autorealizzazione la normale chiave interpretativa con cui i giovani intendono oggi l’evento della vocazione[11]; e questo è segno abbastanza evidente del clima deresponsabilizzante della cultura attuale, clima che ovviamente tutti respiriamo. Occorre opporsi a questa linea tendenziale involutiva, antitrascendente e antirelazionale, che ripiega l’uomo su di sé; occorre tornare ad annunciare un cristianesimo redentivo e adulto, specie in Italia, ove un certo tipo di rapporto tra Chiesa gerarchica (clero) e fedeli ha prodotto, prima, una inevitabile fuga dalla responsabilità di molti credenti, che hanno delegato volentieri compiti che spettano al cristiano comune a figure istituzionali, e poi una fuga dal cristianesimo in quanto tale, visto, infatti, come la religione dei bambini e delle vecchiette, così si dice, con tutto il rispetto per questa categoria.
Il Giubileo non potrebbe essere occasione d’inversione di tendenza, di uscita dall’involuzione? Il cristianesimo del futuro o sarà di adulti aperti alla relazione e dunque responsabili, ognuno con il suo compito non delegabile, o non sarà.
Le tappe della responsabilità vocazionale
Responsabilità è davvero la parola chiave. Etimologicamente vuol dire “capacità di risposta”, che, su un piano puramente umano, afferma H. Jonas, attiva “la cura per un altro essere, riconosciuta come dovere e capace di trasformarsi in apprensione nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quell’essere… È una paura racchiusa nella domanda di base da cui scaturisce ogni responsabilità attiva: Che cosa capiterà a quell’essere se io non mi prendo cura di lui?”[12]. Commenta A. Paoli: “quando l’alba ci porta questa domanda, cominciamo la nostra giornata vicini a Dio”[13]. Sul piano della fede, infatti, responsabilità significa “attitudine e vocazione a stare dinanzi a Dio che interpella nell’intimo: non come ‘sudditi’ – passivi e tremanti, oppure sospettosi e ribelli, non c’è poi una gran differenza quanto alle disposizioni interiori -, puri ricevitori e fruitori del suo dono che coincide con l’insieme del suo essere per noi; ma come partner, chiamati a cooperare con Dio nella creazione e nella redenzione, nell’umanizzazione del mondo”[14]. Fare AV significa oggi, in buona sostanza, evocare questo senso di responsabilità, attivare la capacità di risposta nei confronti di Dio, del Dio che chiama, che non ha creato automi e robot, ma esseri liberi, liberi di assumersi le loro responsabilità di fronte all’opera della salvezza e di fronte ai fratelli da salvare. Come attivare tale responsabilità?
Io credo che potremmo riprendere proprio il “Vangelo della vocazione”, cioè l’atteggiamento di Gesù, il vero animatore vocazionale (seminatore, educatore, formatore, accompagnatore, nei termini di NVNE) con le folle, prima appena intravisto. Propongo dunque quei momenti, brevemente esposti prima, come spunti pedagogici vocazionali in funzione della evocazione della responsabilità.
“Gregge senza pastore” (=“Uomo senza vocazione”)
Gesù, anzitutto, “prova compassione” per chi sembra sfinito e stanco. Io credo che l’animatore vocazionale debba esser anzitutto persona capace di grandi sentimenti, capace di empatia, di patire con. È impossibile evocare responsabilità negli altri se non a partire da un cuore grande, capace d’ospitare l’altro con la sua sfinitezza e di farsene carico.
E oggi credo che la situazione non sia così dissimile rispetto ai tempi di Gesù: le pecore senza pastore, le folle sfinite e stanche, gregge disperso ed errante sono l’uomo di oggi “senza vocazione”[15], ovvero, ciò che dà stanchezza e sfinimento e che di fatto è disorientante è proprio il non sentirsi chiamati da un Altro, perché se nessuno mi chiama io non conto niente per nessuno, vuol dire che nessuno mi ama. Vocazione è, all’origine, espressione di quel Dio che, quando ama e poiché ama, chiama. L’assenza d’un progetto significa anche un vuoto d’amore. Di conseguenza l’uomo senza vocazione è anche l’uomo deresponsabilizzato, privato del suo diritto-dovere a sentirsi responsabile, non riconosciuto come capace di rispondere, di accogliere e restituire amore, privato – cioè – della sua capacità di risposta di fronte a chi lo chiama perché lo ama.
L’autentico animatore vocazionale è capace di provare compassione per questo, non solo nel senso di saper provare pii sentimenti, ma perché sa farsi mediazione di una voce amorosa, di quella voce amorosa che è Dio, sa esprimere interesse e attenzione al singolo e proprio per questo può sperare di evocare responsabilità, di ridare voce all’altro; non è il rappresentante di commercio che piazza i suoi prodotti e cerca di convincere e di estorcere un qualche assenso. La compassione è sentimento delicato e forte al tempo stesso.
“Pregate il padrone della messe”
Gesù chiede immediatamente di volgere lo sguardo al Padre, il padrone della messe, il primo responsabile, Colui al quale va affidato il problema. Non si tratta solo di pregare per le vocazioni, cosa che normalmente facciamo già, ma di capire che il primo comando, la prima consegna, nell’ottica missionaria di Luca, al momento dell’invio dei discepoli, è esattamente la preghiera, a ricordare e confessare che la vocazione è dall’alto, da Dio per Cristo, nella potenza dello Spirito santo: Dio è il soggetto che plasma le chiamate e solo lui le può svelare e sostenere. “Non è il soggetto individuale che sceglie, non è neppure soltanto la Chiesa che chiama (cioè la risposta ai bisogni della Chiesa) e non sono neppure i bisogni del mondo (o dell’istituto) che suscitano vocazioni, o che dovrebbero sollecitare la preghiera per le vocazioni. Insomma, Dio è il principio della chiamata e ne è il fine (il télos), ma questi due poli si possono tenere insieme solo pregando”[16]. La vocazione non può essere ridotta all’assolvimento d’una funzione, ad un servizio, ma è anzitutto un modo d’essere generale della creatura, anzi, è quel modo d’essere che il Creatore ha pensato per la creatura, e che dunque solo il Padre può rivelare: per questo preghiamo per le vocazioni, perché il Padre sveli il suo progetto, perché solo una comunità orante può scoprire il dono preparato da Dio, perché solo la preghiera abilita il credente a riconoscere il suo dono. Non so quanto la tanto raccomandata preghiera per le vocazioni esprima questa macrothymìa, quest’ampiezza di vedute, questo senso di responsabilità e universalità che unisce l’attenzione al singolo alle prospettive del regno, e non si limita ai bisogni e alle congiunture contingenti, magari finendo per esprimere soprattutto la paura e l’affanno di chi vede le cose solo a partire dal suo orticello (e non ha imparato a guardare in alto e contare le stelle…). C’è tutta una pastorale vocazionale figlia della paura e concepita secondo logiche paurose che dovremo stare attenti a non portarci dietro nel secolo che s’apre.
La seconda osservazione è un po’ l’altra faccia della medaglia di quanto ora visto: la preghiera è un fenomeno responsabilizzante per natura sua, crea responsabilità perché pone in sintonia con l’amore del Padre che vuole tutti salvi, altrimenti non è vera orazione cristiana; così, in particolare, la preghiera per le vocazioni diventa gesto responsabile quando non diventa delega e scaricamento d’ogni responsabilità sul Padreterno. La preghiera autentica aumenta il proprio senso di responsabilità, fa sentir ancor di più l’esigenza di coinvolgersi in ciò che si rimette nelle mani del Padre. Altrimenti è alienazione e fuga, è compensazione e falsa rassicurazione, al limite è tentativo di manipolazione nei confronti del divino. Forse potrà sembrare eccessivo, ma potremmo dire che non tutti possono pregare per le vocazioni, ma solo chi vive fedelmente e con senso di responsabilità la sua vocazione e si prodiga per quella altrui[17].
La pro-vocazione
Abbiamo già visto prima, commentando soprattutto il brano della moltiplicazione dei pani, come Gesù coinvolga e responsabilizzi i dodici, ma anche chi nella folla può dare un contributo, per quanto minimo. C’è qui una serie di provocazioni.
a – Il rispetto
Anzitutto, nel brano dell’invio, Gesù dà loro vari poteri, e credo che possiamo intendere quei poteri come ministeri, come responsabilità ministeriali. È il caso di chiederci quanto la nostra pastorale sia concepita e di fatto articolata e gestita come pastorale davvero vocazionale-ministeriale, cioè che chiama, chiama per nome per una vocazione assolutamente personale, affida un incarico per la comunità, con ciò che questo significa sul piano della fiducia, del riconoscimento d’una dignità intrinseca all’esser credente e di abilità particolari dei singoli, anche sul piano del potere da condividere, perché no? L’immagine del prete fac-totum o del religioso che s’è appropriato in esclusiva della vocazione alla santità è un’eredità che lasciamo molto volentieri al secolo appena trascorso, zavorra ingombrante e fardello non solo inutile, ma addirittura pericoloso.
Un’autentica pastorale è profondamente rispettosa dell’originalità del singolo credente, non può esser di massa, ma deve necessariamente portare all’individuazione del modo personale con cui ognuno è chiamato a rispondere a Dio. Non ci sono qui ministeri grandi e piccoli, perché ogni modo di servire la comunità è anche un modo di preparare e affrettare la venuta del regno: per questo Gesù cerca il ragazzo che ha “solo” due pani e cinque pesci, valorizza l’apporto d’ognuno, anche di chi deve “solo” dispensare il cibo, raccoglie gli avanzi “perché nulla vada perduto”, perché i doni dei singoli servano per edificare la comunità, perché ogni frammento d’umanità risponda positivamente alla chiamata.
b – La sproporzione
Ma proprio per giungere a questo obiettivo la pastorale deve essere giustamente pro-vocante. Ossia non può essere appiattita sul semplice riconoscimento delle competenze d’ognuno. Le nostre comunità non sono gruppi terapeutici preoccupati di rassicurare ognuno sulla sua dignità e positività e ove ognuno può trovare la sua comoda nicchia, non abbiamo niente in comune con la logica ingenua e ingannevole dei gruppi Dianetics o di certi gruppuscoli dell’arcipelago New Age, ove tutti allegramente cercano il loro privato benessere e realizzazione, commisurata rigorosamente sulla loro taglia (e le loro paure), e niente più. Perché la vocazione viene dall’alto, e non è mai esattamente commisurata alle doti della persona, ma va sempre oltre, le supera, chiede l’impossibile, non è subito tranquillizzante e rassicurante, non propone cose facili e di rapida esecuzione, non suppone previi tests attitudinali, è sempre sproporzionata alle forze del singolo… Anzi, ribadiamo qui quanto accennato più sopra: la vocazione cristianamente intesa non è neppure finalizzata, come suo obiettivo finale, all’autorealizzazione della persona. Sarebbe troppo poco. Non che la realizzazione di sé sia un male, ci mancherebbe, ma diviene possibile solo come conseguenza non intenzionale d’una intenzionalità vocazionale relazionale e autotrascendente, che cioè supera i confini del singolo, proiettandolo verso l’altro, verso il compimento di qualcosa che supera il soggetto e che egli non avrebbe mai avuto il coraggio di scegliere come ideale punto d’arrivo del suo cammino, e che implica sempre il dono di sé e della propria vita per gli altri.
È la lezione che ci viene da Gesù che sfida letteralmente, non per gioco, i 12, quando intima loro: “Date loro voi stessi da mangiare”. Ecco le “misure” della vocazione cristiana: 5 pani e 2 pesci per sfamare 5.000 uomini, e avanzare 12 ceste piene… Ovvero, la messe è molta e gli operai sono pochi, sempre pochi (Mt 9,37). Ovvero “vi mando come pecore in mezzo ai lupi…” (Mt 10,16), “piccolo gregge e grande missione”[18]. C’è sempre un’insuperabile sproporzione “perché risalti meglio che la vocazione è iniziativa di Dio”[19]. Una pastorale vocazionale intesa come semplice lettura del proprio intimo e attuazione dei propri talenti è un’altra delle eredità intriganti ed equivoche del secolo passato di cui facciamo molto volentieri a meno sbarcando nel 2000.
c – Il dramma
Il discorso vocazionale, di conseguenza, è per natura sua discorso drammatico, non solo perché non è facile e non nasce dall’accordo spontaneo tra sentimento umano e volontà divina, tra doti naturali e progetto trascendente, ma perché pone l’uomo dinanzi a una decisione che non può delegare a nessun altro, e che riguarda non un segmento di vita o una parte di sé, ma tutta l’esistenza, in qualche modo sottratta ai calcoli e alle previsioni della logica solo umana o alle attrazioni e ai gusti delle tendenze del momento, ma letta e interpretata secondo la logica di Dio, in vista d’un progetto di salvezza. “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito….” È questo il senso del discorso sul pane di vita che Gesù propone a una folla che invece lo stava seguendo semplicemente perché era stata da lui sfamata e voleva per questo farlo re. Gesù vuol fare uscire dall’equivoco e butta lì una parola dura e difficile da intendere, che ripropone nella sua crudezza il dramma della redenzione (“io sono il pane della vita…, se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue…”, Gv 6,51.53), e chiede a tutti una decisione personale, una posizione responsabile. Chiede di entrare nel dramma, non di fare solo lo spettatore, lo sfruttatore, il consumatore di redenzione…
Credo che qui ci sia un’indicazione pedagogica di capitale importanza. Siamo tutti contaminati da una certa cultura dell’analgesico, per cui tutto oggi deve essere somministrato in porzioni minime e a basso costo, in modo da non risultare troppo amaro e difficile da digerire, così da sembrare attraente e subito realizzabile, da non urtare troppo le varie sensibilità, da non incutere timore… Così nell’educazione in famiglia, a scuola, perfino nelle nostre case di formazione. Col risultato, mi pare, che stiamo perdendo il senso del dramma nel modo di presentare la nostra fede, dalla predicazione alla liturgia, dalla catechesi alla formazione più in generale. Non si tratta, sia chiaro, semplicemente d’un problema di comunicazione estetica, ma ciò vuol dire soprattutto che stiamo progressivamente smarrendo e facendo smarrire il senso della grazia a caro-prezzo, come accennavamo prima, da cui poi deriva il senso drammatico d’una inevitabile decisione personale dinanzi alle parole dure e alla proposta difficile di Gesù. “La nostra pastorale dovrà… essere una pastorale più pro-vocante che consolante; e capace, in ogni caso, di trasmettere il senso drammatico della vita dell’uomo, chiamato a far qualcosa che nessuno potrà fare al posto suo… O la pastorale cristiana conduce a questo confronto con Dio, con tutto ciò che esso implica in termini di tensione, di lotta, a volte di fuga o di rifiuto, ma anche di pace e gioia legate all’accoglienza del dono, o non merita questo nome”[20]. Anzi, a forza di smussare gli angoli e addolcire le asperità finirà per edulcorare e snaturare la realtà cristiana, di farle perdere proprio la sua originale bellezza e la sua capacità d’attrazione.
Non sto invocando il ritorno a certa radicalità d’un tempo (pur essa ha formato generazioni di cristiani depressi e deprimenti, o rigidi e indisponenti), ma sto semplicemente dicendo che il livellamento in basso, oltre a esser operazione dubbia sul piano etico, è operazione normalmente scadente sul piano estetico e controproducente sul piano dell’attrazione. E pure è il rischio che stiamo correndo con un certo modo di presentare il nostro credo; ed è il rischio anche di certa ingenua pastorale vocazionale che ha risentito di questo clima zuccheroso, usando argomentazioni da pubblicità di agenzia turistica (“Vieni con noi, girerai il mondo”) o pretendendo nascondere una certa realtà (“Chi sceglie Cristo sceglie tutto e non rinuncia a nulla!”), o finendo per restringere il progetto di tutta una vita donata al Signore a progetti limitati nel tempo, simili a un contratto pieno di garanzie che qualcuno chiama “volontariato”, e che poco o nulla cambiano nella vita di chi in tal modo s’impresta più che donarsi. Una predica, una catechesi, un’animazione di gruppo, un incontro, una celebrazione eucaristica o penitenziale ecc. dovrebbero sempre concludersi come si concluse il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste, quando tutti “si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare?” (At 2,37; cfr. anche Gv 6,28), se non provoca questa domanda non è pastorale cristiana, ma vuoto e inutile intrattenimento[21]. E d’una pastorale vocazionale simile a un’innocua ipotesi di lavoro non sappiamo che farne, e la lasciamo volentieri nel museo degli oggetti e utensili fuori uso della preistoria vocazionale.
d – Il rischio
La provocazione di Gesù è davvero totale, fino al punto di correre anche dei rischi, il rischio che la gente che prima lo voleva re ora lo pianti, con quel discorso duro e misterioso, ma che anche i suoi discepoli si tirino indietro e non vadano più con lui (cfr. Gv 6,66). Gesù no, lui non si tira indietro e anzi provoca i dodici: “Volete andarvene anche voi?” (6.7). Lo si direbbe un atteggiamento pericoloso e non intelligente per un animatore vocazionale; verrebbe da dire che Gesù non lo sapeva fare bene questo ruolo. Quanti animatori vocazionali, al suo posto, avrebbero cominciato a fare distinzioni, a rassicurare, a ridimensionare e precisare…
Eppure l’autentica pro-vocazione corre questo rischio, è libera e liberante, pone l’individuo di fronte ad alternative precise, e proprio perché non fa sconti chiede al giovane di fare una decisione limpida e del tutto personale, senza l’ombra d’alcuna pressione, giocandosi fino in fondo la sua autonomia, quasi sfidando la sua libertà. Un vero cammino vocazionale è sempre anche evocatore di libertà, o la vocazione cristianamente intesa è e-vocazione, appello alla libertà della persona perché scelga di essere se stessa, di realizzarsi secondo la sua verità. È questo processo che Gesù vuole attivare in Pietro, nei discepoli di allora come in chiunque lo seguirà nella storia.
Ma non solo. Gesù, con questa domanda che sa di sfida, vuol verificare la qualità del rapporto coi suoi. La sua, infatti, è una provocazione più che a lasciare Lui, in realtà, ad andarsene da se stessi, è una sfida a decidere della propria vita escludendo e abbandonando Lui che è il Maestro, la verità, la via e la vita, e finendo per allontanarsi anche dalla propria verità, dalle proprie radici. La risposta di Pietro lascia invece intuire che il rapporto dei discepoli con Gesù occupa un posto centrale nella loro vita, mostra che Gesù è riuscito a far capire ai suoi discepoli che solo in lui troveranno se stessi, perché solo lui ha le parole della vita.
La pastorale vocazionale deve arrivare a formulare questo tipo di provocazione, non può accontentarsi di chiedere o attendere decisioni senza far prima cogliere la centralità nella vita del rapporto con Cristo come fonte di verità, della verità personale di ogni chiamato, né può dare per scontato che tutti coloro che sono chiamati siano in grado di afferrare la posta in palio e di esser liberi di scegliere: una verace AV cerca soprattutto di far emergere il rapporto tra identità e vocazione, e di portare il chiamato a percepire se stesso, la sua personale verità d’essere, il suo io ideale nella proposta vocazionale. Il guaio di certe strategie vocazionali è, da un lato, quello di bruciare la proposta vocazionale, anticipando eccessivamente la domanda decisiva o formulandola in modo riduttivo; dall’altro è l’errore di non arrivare mai al dunque, attendendo all’infinito una decisione che non arriva mai e facendo il gioco di certi giovani d’oggi incapaci o paurosi di decidere, o che procrastinerebbero chissà fino a quando la scelta decisiva della vita, e intanto partecipano a tutti i campi-scuola vocazionali per concludere che… ci devono pensare ancora. In entrambi i casi viene smarrito il nesso tra libertà di scelta e capacità di riconoscere la propria verità nell’ideale vocazionale: il nesso da cui deriva il senso di responsabilità nella persona. Nessuna nostalgia, dunque, per questo modo di fare pastorale vocazionale poco responsabile.
PIETRO E LE RETI
Concludiamo con un’altra icona vocazionale, quella di Pietro che, invitato da Gesù dopo una notte fallimentare, decide di obbedire al suo Signore gettando le reti (cfr. Lc 5,5). Pietro aveva già rinunciato alle sue reti di pescatore; ma Gesù gli aveva detto che sarebbe divenuto pescatore di uomini; in questa scena Pietro appare in tutta la sua dimensione di chiamato che sta imparando a fidarsi totalmente del Signore, facendo una cosa che sul piano professionale gli doveva sembrare del tutto sciocca. Due indicazioni pedagogiche.
Dalla paura alla certezza
La prima riguarda la personalità interiore dell’animatore vocazionale, e fa appello alla sua fede, anzi, alla sua speranza, resa forte dalla certezza che è il Signore che lo invia a chiamare (cioè a seminare, educare, accompagnare, formare, discernere); è sulla sua Parola che egli ha il coraggio d’imbarcarsi in questa avventura, è da essa che gli viene la forza d’affrontare le difficoltà, è a partire da essa che può concepire una strategia adeguata, intelligente e rispettosa, ben articolata e incisiva; è questa Parola che gli dà la certezza, in particolare, di fare un lavoro indispensabile, che ne vale la pena.
Un segnale del salto di qualità che il documento del Congresso europeo sulle vocazioni chiede e indica alla pastorale delle vocazioni è proprio questo: se un tempo “l’attività vocazionale nasceva in buona parte dalla paura (dell’estinzione o di contare di meno) e dalla pretesa di mantenere determinati livelli di presenze o di opere, ora la paura, che è sempre pessima consigliera, cede il posto alla speranza cristiana, che nasce dalla fede ed è proiettata verso la novità e il futuro di Dio”, e ancora: “se una certa animazione vocazionale è, o era, perennemente incerta e timida, da sembrar quasi in condizione d’inferiorità rispetto a una cultura antivocazionale, oggi fa vera promozione vocazionale solo chi è animato dalla certezza che in ogni persona, nessuno escluso, c’è un dono originale di Dio che attende d’essere scoperto”[22].
Preparando i bagagli per traghettare verso il 2000 ricordiamoci di lasciare a terra tutta quella paura e incertezza che ci hanno impedito per lungo tempo di fare un coraggioso e universale annuncio vocazionale, e prendiamo con noi e teniamoci ben stretta quella convinzione solare e tenace che nasce dalla fede, più forte di tutte le depressioni notturne in cui c’è sembrato di non aver pescato nulla. L’animatore vocazionale che getta le sue reti con la fede di Pietro e la certezza conseguente di cui abbiamo ora detto può stare sicuro che non gli basteranno le reti: i pesci saranno come le stelle nel cielo di Abramo…
Dal calcolo alla consegna di sé
Lo stesso atteggiamento, e la medesima certezza, vanno provocati-attivati nel giovane o in colui che si accompagna nel cammino vocazionale. Il giovane d’oggi, in modo del tutto particolare, è espressione e sintomo d’una società teoricamente supergarantista che in realtà ha riempito la nostra vita di bisogni (artificiali) e di paure (immaginarie). La paura del futuro è uno dei segnali più emblematici di questa sindrome contraddittoria e che comunque ha pesanti ricadute nell’animazione vocazionale. Ecco perché quest’ultima deve diventare sempre più educazione alla fede[23], e le tappe dell’accompagnamento vocazionale devono sempre più identificarsi con le tappe fondamentali dell’itinerario credente[24], ed ecco perché l’animatore vocazionale non è un semplice orientatore o esperto di problemi giovanili o di tests attitudinali, ma è vero e proprio formatore all’adesione credente. Che aiuta in particolare chi sta decidendo della sua esistenza a non commettere l’errore di muoversi entro orizzonti piccoli, di pensare al futuro in termini riduttivi, di semplice sistemazione (economica o sentimentale) o di meschino sfruttamento delle opportunità più convenienti, di fare calcoli sulla misura delle proprie doti e progetti (e in definitiva delle proprie incapacità e paure), ma di porsi da credente dinanzi a quell’Unico che gli può dire la verità e svelargli il posto che ha da occupare nella vita, posto unico-singolo-irripetibile. Quell’educatore alla fede che è l’animatore vocazionale forma, in ultima analisi, alla consegna di sé, alla libertà di mettere la propria vita nelle mani di Uno più grande di lui, nella certezza che ne farà qualcosa di grande, secondo la grandezza del suo cuore e della sua volontà di salvezza.
Anche qui, allora, abbiamo da fare la nostra cernita nel disporre cosa portarci dietro nel nuovo millennio: non ci porteremo certo dietro quell’animazione vocazionale che è in funzione dei buchi da riempire e dei vuoti da colmare, quell’animazione vocazionale che va all’estero a fare caccia (grossa) vocazionale dove il mercato rende di più o dove un certo tipo di sollecitazione è ancora ambiguamente seduttiva. A parte l’ambiguità di questo neo-colonialismo vocazionale e la contraddizione di fondo implicita in questi progetti di “fondazioni vocazionali” miranti ai propri interessi, diciamo di no, assieme al documento NVNE, a queste strategie che sono solo delle toppe nuove su vestiti vecchi, perché muovendosi ancora dentro schemi obsoleti (la vocazione è in pratica solo quella religioso-sacerdotale e l’AV è concepita in modo mercantile), non hanno il coraggio di affrontare la radice del problema, o di agganciare il problema della crisi vocazionale al problema più radicale della crisi di fede e di maturità cristiana nel contesto culturale del mondo occidentale. È su questo che si deve intervenire, e non necessariamente andando all’estero, ma lavorando anzitutto con nuovo entusiasmo nelle nostre comunità cristiane, nella certezza che “il Signore continua a chiamare in ogni Chiesa e in ogni luogo”[25]. La nuova evangelizzazione in questo tempo giubilare all’ingresso nel nuovo millennio non potrebbe proprio esser l’occasione per farla finita con questi sistemi ormai superati e controproducenti? La cultura vocazionale è il cuore pulsante della nuova evangelizzazione in questi nostri paesi di vecchia cristianità! O l’idea di vocazione è al centro d’un progetto culturale che voglia esser cristiano, come sta cercando di delinearlo la Chiesa italiana.
Quando un credente arriva a dire: “Signore, sulla tua parola getterò le mie reti”, lì si sta compiendo non solo la storia d’una vocazione, ma pure un disegno di salvezza, che va regolarmente oltre una singola vicenda esistenziale, e riguarda tutta la comunità credente. Noi non sappiamo come sarà questo 2000, ma sappiamo per certo che Dio continuerà a chiamare ancora, e noi a essere responsabili dinanzi alla sua chiamata!
Note
[1] Nuove vocazioni per una nuova Europa [In verbo tuo…], Roma 1998, 13c. (D’ora in poi NVNE).
[2] Recentemente la rivista “Jesus” e il quotidiano “Avvenire” si domandavano: “ma non nascono più profeti?”, pur rilevando nella cultura e nella sensibilità attuale una notevole “nostalgia di profeti” (cfr. R. Beretta, Sos, i “profeti” invecchiano, in “Avvenire”, 16/XII/1999, 18).
[3] V. Liberti, Relazioni generazionali nella vita consacrata. Strategie di comunicazione e di governo da parte dei Superiori maggiori, XXXIX Assemblea generale della CISM, Cagliari 8-12 novembre 1999, p.7, p.m.
[4] NVNE, 34c.
[5] Ibidem, 33d.
[6] Liberti, Relazioni, 8.
[7] NVNE, 34b.
[8] Ibidem, 13c.
[9] Così affermano gli Orientamenti sulle vocazioni emersi dai lavori dell’Assemblea generale della CEI del maggio ‘99 (cfr. M. Muolo, La “chiamata” più forte delle distrazioni, in “Avvenire”, 3/I/2000, 22).
[10] D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1975, pp.21-23
[11] È quanto sostiene il sociologo Castegnaro attingendo dalla rilevazione da lui stesso effettuata tra i giovani impegnati in un cammino vocazionale del nord-est d’Italia (cfr. A. Dall’Osto, Il divario generazionale, in “Testimoni” 21 (1999), 24).
[12] H. Jonas, Il principio di responsabilità, cit. da G. Ravasi, Responsabilità, in “Avvenire”, 22/XII/1999, p.1.
[13] Ibidem.
[14] L. Sebastiani, Infantilismo spirituale, in “Rocca”, 24 (1999), 44. Secondo un’altra definizione la responsabilità è “quel particolare atto esistenziale che istituisce un rapporto e che solo nel mantenimento di questo rapporto ha il suo senso. Il tempo della responsabilità non è l’istante puntuale, ma l’instaurazione di una tensione del presente verso il futuro, è durata” (E. Baccarini, La persona e i suoi volti, Roma 1996, cit. in P. Raciti, Responsabilità e cittadinanza, “Ore undici” 10 (1999), 7.10).
[15] NVNE, 11c.
[16] E. Bianchi, Che senso ha pregare per le vocazioni? Bose 1992, p.7.
[17] Cfr. NVNE, 27a; 35d.
[18] Ibidem, 13d.
[19] Ibidem.
[20] Ibidem, 26b.
[21] Ibidem, 26g.
[22] NVNE, 13c.
[23] Ibidem.
[24] Ibidem, 28.
[25] Ibidem, 13c.