Il campo vocazionale punto di arrivo di un itinerario spirituale
Nel giugno scorso, otto ragazze dai 18 ai 23 anni, provenienti da zone diverse dell’Italia, sono arrivate all’Istituto “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone, alla periferia di Milano, per vivere una settimana di formazione alla carità operosa.
Tre suore di M. Bambina erano con loro per guidare e condividere l’esperienza – una di queste appartiene alla comunità religiosa che vive e opera da molti anni all’interno dell’Istituto.
La S. Famiglia di Cesano B. è un grosso centro che ospita minori, adulti e anziani con menomazioni psicofisiche anche di grado grave o gravissimo. Con molta disponibilità e mettendo a disposizione la propria competenza umana e professionale i responsabili dell’Istituto hanno accolto la proposta di questa settimana di formazione.
L’iniziativa è sorta all’interno delle attività promosse dal gruppo di coordinamento della pastorale vocazionale della nostra congregazione quale proposta di approfondimento di altri momenti formativi già offerti alle giovani.
Prima di addentrarmi nella descrizione dell’esperienza, penso sia importante chiarire in che senso essa può dirsi “campo vocazionale” nel significato indicato in questo numero della rivista, e quindi anche “punto di arrivo di un itinerario spirituale” – come dice il titolo.
Campo vocazionale?
Nel progettare questa iniziativa l’intento nostro era chiaramente vocazionale e particolarmente orientato a quella specifica vocazione che noi – come suore consacrate a Dio nel servizio di carità – ci troviamo a vivere e siamo quindi anche chiamate a testimoniare e promuovere.
Proprio in riferimento a questa particolare vocazione ci sembrava non sufficientemente adeguato il proporre esperienze di riflessione sulla chiamata, sia pure su questo tipo di chiamata. Siamo convinte che la proposta vocazionale è tale quando rispetta, nelle sue stesse modalità, le caratteristiche di quella vita di cui vuole farsi promotrice.
Così, per proporre una vita consacrata a Dio nel servizio di carità – e secondo quegli accenti propri del nostro carisma – non bastava un’esperienza in cui se ne parlasse o ci si riflettesse sopra, era necessaria farla in qualche modo provare.
D’altra parte, ci rendevamo conto che non poteva bastare neppure una semplice esperienza di volontariato, sia pure condivisa con alcune di noi. Era necessario pensare a qualcosa che, mentre offriva alle giovani la possibilità di “sperimentare in concreto”, fosse attento anche a quelle esigenze formative che un’attività vocazionale impone – specie quando esce dalla genericità e si sposta sul versante del discernimento più specifico.
Per questo abbiamo progettato una “esperienza di formazione alla carità” che permettesse di “comprendere” e “sperimentare al vivo” un modo di vivere nella chiesa.
Punto di arrivo di un itinerario spirituale?
In certo senso sì. Le giovani che hanno preso parte all’esperienza avevano già alle spalle un certo cammino di fede, già avevano vissuto altri momenti forti di formazione cristiana, di servizio, di riflessione e preghiera. Quel che noi proponevamo era un’esperienza in cui provare a far sintesi esistenzialmente di questi aspetti della vita; ed una particolare sintesi: quella suggeritaci dal nostro carisma. Ci pareva un servizio utile, oggi forse particolarmente necessario: i giovani vivono esperienze forti di preghiera, di vita comunitaria, tempi di volontariato…, il loro quotidiano impegno di studio e preparazione professionale…, ma spesso queste facce della vita non si compongono, non trovano modo di integrarsi l’una nell’altra, non plasmano una personalità cristiana ‘intera’, adulta; restano realtà giustapposte.
Offrire un’esperienza che, quasi “simbolicamente” proponesse una sintesi nell’angolatura particolare della carità, poteva dunque essere occasione rilevante di crescita, sia per coloro che in questo stile di vita potevano riconoscere la loro particolare chiamata, sia per le altre giovani, che potevano essere così provocate a fare unità nella loro persona ed esistenza cristiana.
Vediamo ora più in particolare come si è andata configurando la settimana di formazione.
Ogni giornata era scandita da alcuni fondamentali “‘momenti”:
– la preghiera: liturgica (all’interno del gruppo e con gli ospiti dell’Istituto) e personale;
– l’approfondimento: sul versante della competenza necessaria per un servizio nella carità e su quello del significato, motivazioni e stile del servire;
– il servizio effettuato all’interno dei reparti;
– la presenza nell’Istituto lungo tutta la settimana.
Qualche parola di spiegazione su ciascuno di questi aspetti.
– La preghiera: un’attenzione particolare è stata quella di “riempire” di vita la nostra preghiera, di ridarle la sua funzione di “grido” dell’esistenza, di “ascolto” del suo significato più profondo, di “incontro” con Colui che è Fonte, Pane, per ogni servizio. La realtà che stava sotto i nostri occhi ci faceva veramente “gridare”, ci provocava a domandarne a Dio il senso vero – al di là delle troppo facili risposte – la forza di assumerla nell’amore.
Le celebrazioni eucaristiche vissute con gli ospiti ci hanno ridato – con una forza espressiva inattesa – il senso della festa attorno a Cristo e grazie a Lui. Quella realtà che ci appariva tanto segnata di morte ci si rivelava lì straordinariamente capace di far esplodere la vita (e questo grazie anche all’animazione delle comunità religiose presenti in Istituto). Riscoprivamo così che Cristo è salvezza per ogni uomo, per tutto l’uomo.
– L’approfondimento: abbiamo dato ampio spazio ad interventi che, da diversi punti di vista, aiutassero a comprendere la situazione delle persone con cui ci trovavamo ad operare e a porsi di fronte ad essa in modo adeguato. Questo, nella consapevolezza – a cui il nostro stesso carisma ci educa – che il servire nella carità chiede la messa in atto di tutte le possibilità umane, secondo la fede.
Da una prima riflessione, che provocava a lasciarsi personalmente interpellare dalla realtà incontrata, rivedendo il proprio quadro di valori, si è passati all’affronto di alcuni problemi psico-pedagogici, relazionali, clinico-sanitari e riabilitativi, per giungere poi ad interrogarci – alla luce della fede – sul “senso” della situazione con cui eravamo venute a contatto, sulle motivazioni che possono reggere un servizio nella carità. Abbiamo guardato a Cristo, il ‘Servo’, a ciò che in Lui ha permesso la regalità del servire per amore e abbiamo poi considerato la maturazione personale che il servizio richiede.
A conclusione della settimana, in una tavola rotonda su “ la scelta di servire”, è stato presentato il servizio vissuto all’interno delle diverse vocazioni ecclesiali.
Come già accennavo sopra, hanno dato un notevole contributo, nell’affronto delle tematiche formative, anche responsabili e operatori dell’Istituto S. Famiglia.
– Servizio: metà giornata era dedicata alla presenza in alcuni reparti del Centro. Il servizio reso era molto semplice (imboccare, portare a passeggio, stare vicino agli ospiti…). La situazione clinica (in genere grave o gravissima) delle persone presso le quali siamo state mandate ha posto le giovani di fronte ad alcune problematiche importanti del servizio, quali, ad esempio, la fatica fisica e psicologica che alcune situazioni comportano, la scarsità di gratificazione personale, la noia di compiti di routine, etc. Tutto questo è stato molto prezioso per riflettere insieme sulle false concezioni di servizio che portiamo in noi, sulla necessità di motivazioni profonde e di una forza d’amore che non ci diamo da soli.
– Presenza: la scelta che abbiamo fatto non è stata quella di “andare” alcune ore al giorno in un istituto per handicappati, ma di condividere – se pure per brevissimo tempo – la situazione di vita di coloro che vivono all’interno della S. Famiglia (ospiti, operatori, comunità religiose). Questo ha aiutato le giovani a confrontarsi più seriamente con la realtà che stava loro davanti, nei suoi diversi aspetti. Ha permesso di cogliere gli ospiti non solo come destinatari di un servizio, ma “compagni” (con alcuni di loro passavamo le serate, il tempo libero…); ha permesso di accostarsi direttamente alla vita delle comunità religiose lì presenti (oltre alle suore di M. Bambina, vivono in istituto le Ancelle della Divina Provvidenza e i Padri Francescani); ha provocato a pensare al servizio non come ‘cosa da fare , ma modo d’essere da assumere.
La presenza che abbiamo vissuto con le giovani aveva una caratteristica: era presenza di comunità. Anche se solo per pochi giorni, le giovani hanno colto che essa chiede un ripensamento del proprio modo di concepire e gestire sé ed ogni aspetto della vita.
Concludendo
Credo che una singolare funzione della vita religiosa apostolica sia quella di visibilizzare la profonda unità che esiste tra l’appartenere a Dio, l’essere comunità nel nome di Cristo ed il servire il Regno operando per la pienezza di vita di ogni uomo.
È questa unità che abbiamo voluto proporre alle giovani, convinte che così si realizzava in qualche modo l’incontroconfronto con la vocazione religiosa-apostolica.