N.02
Marzo/Aprile 2026

Questo è il Figlio mio, l’amato! (Mt 3,17)

Così parla la voce dal cielo dopo il riemergere di Gesù dalle acque del Giordano. Innumerevoli altre voci hanno risuonato nella storia per dire l’identità del Figlio di Dio, la sua natura, il suo posto nel mistero della Trinità. Fiumi d’inchiostro per dare forma al pensiero, costruire sistemi filosofici e formule nel tentativo di penetrare più a fondo l’incredibile storia dell’uomo di Nazareth. Eppure, al principio e alla fine di ogni umano dire, sono ancora queste le parole più semplici e più nude per narrare il Figlio, le più essenziali in grado di resistere allo scorrere del tempo. 

Prima ancora del dogma e di ogni definizione, rimane un dato di fatto che i Sinottici riportano unanimi: il Figlio è l’amato, colui nel quale il Padre si compiace. In Mt, diversamente da Mc 1, 11 e Lc 3, 22, la voce divina non si rivolge direttamente a Gesù, il quale conosce bene l’amore da cui proviene e al quale appartiene. Egli, infatti, si nutre e vive di questa relazione di figlio amato sin dall’eternità. Piuttosto, quell’ecco ripetuto ben due volte (3,16-17) che introduce l’aprirsi dei cieli e poi la voce celeste, è il segno che i destinatari del messaggio sono gli abitanti di Gerusalemme e della Giudea lì presenti, i sadducei, i farisei e il Battista. Insieme a loro anche noi, lettori di ogni tempo. Non solo credenti, ma chiunque venga raggiunto da queste parole. La loro eco attraversa decisa i secoli e raggiunge chiunque s’imbatte nella notizia del Figlio di Dio, Gesù, l’uomo di Nazareth. Da qui occorre partire per conoscere il Figlio, il fondamento da cui tutto nasce e sul quale l’intera sua esistenza terrena prende senso: Egli è un’unica cosa con l’amore del Padre.

Quando il Gesù matteano diventa un personaggio attivo nella narrazione evangelica, non intavola discorsi, né opera prodigi. Nemmeno scalza il cugino cominciando a battezzare al posto suo. Gesù inaugura la sua vita pubblica con un unico gesto eloquente: va da Giovanni per farsi battezzare (3,13). Egli lascia che colui che non è il più forte (3,11) lo immerga nell’acqua, al pari della moltitudine lì presente (3,6). Lui, il Figlio unigenito rivolto verso il Padre sin dall’eternità (Gv 1,1), come primo atto pubblico lascia fare gli altri e si rende simile all’umanità. Del resto, l’incarnazione non l’ha reso uno di noi, dandogli carne e sangue? dandogli vita e morte? Il Battista stesso dovrà riconsiderare la sua idea di messia di fronte a un agire di Gesù senza fuoco né distruzione dei peccatori, fatto invece di vicinanza e compassione. Egli camminerà a fianco di ogni uomo e donna per ricevere lo stesso battesimo. In questo vi è la realizzazione di ogni giustizia (3,15), termine che Mt utilizza per indicare la volontà del Padre e l’agire conforme alla sua Torah

Del resto, non era quanto le Scritture annunciavano da sempre? Gesù, il Messia in cui Dio pone il suo compiacimento (3,17) evoca infatti il Servo di Yhwh descritto da Is 42,1, l’eletto in cui Egli si compiace. Costui si distingue per la sua umiltà e per l’assenza di violenza: Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta (42,2-3). Allo stesso modo, la giustizia che Gesù sta realizzando si dispiega nell’umiltà e nella rinuncia a ogni tipo di agire autoritario. La scelta finale di donare se stesso sulla croce non è che l’esito dell’operare inaugurato dal brano evangelico del battesimo, che discende primariamente dall’essere amato dal Padre. Solo la certezza di un simile amore, non vincolato a condizioni, ma radicato nel suo essere, gli permette di sprofondare nella morte e poi di riemergere. Come affiora la terra e la vita dall’acqua del caos primordiale di Gen 1 (Gen 1,6-10), come Israele dopo il passaggio del Mar Rosso (Es 4,22) e poi del Giordano fino alla terra promessa, allo stesso modo Gesù, Figlio di Dio inaugura una nuova creazione, una nuova liberazione. 

A noi divenuti, nel Figlio, figli amati, è data sin d’ora la possibilità di ricominciare sempre perché, prima di ogni nostro fare, vi è lo stesso amore incrollabile da cui sempre sgorga una vita rinnovata.