Valori in cammino nei giovani d’oggi
Se è vero che i giovani sono delle antenne sensibili di quel che sta avvenendo e può avvenire nella cultura collettiva (ed in parte nel variare dei valori) della nostra società, allora non è inutile cercare di andare in profondità nella ricerca di quel che oggi i giovani pensano e sentono.
Naturalmente nel magma della cultura giovanile occorre selezionare fra vari elementi, altrimenti ci si perde. Ed in questa prospettiva credo di dover escludere da questa breve riflessione tre gruppi di elementi: anzitutto quello dei comportamenti giovanili legati alla loro “dipendenza” dal mercato culturale (gli spettacoli, i concerti, i riti collettivi, ecc.) perché non mi sembrano portatori di grandi e nuovi valori culturali; in secondo luogo quello degli atteggiamenti giovanili in materia di collocazione sociale, perché mi sembra che essi, anche quando sembrano innovativi (lo spirito d’iniziativa, la ricerca di alta professionalità, la competitività, ecc.) non si discostino molto dalla forte carica di soggettività che contraddistingue tutti i settori della vita sociale; in terzo luogo quello dei faticosi tentativi giovanili di ricercare nuova etica (di giustizia, di solidarietà, di redistribuzione, ecc.) non perché non attribuisca loro forza d’innovazione valoriale, ma perché essi si inquadrano in una più generale collettiva tensione al recupero dell’etica.
Semi nascosti
Verrà naturale a qualche lettore domandarsi cosa resti alla fine da dire se selezioniamo ed escludiamo così duramente il panorama dei comportamenti, degli atteggiamenti, dei valori culturali dei giovani d’oggi. Posso rispondere che resta ancora qualcosa, restano i due semi segreti, e forse più capaci di fermentazione, della cultura giovanile: la propensione a far dono senza contro-dono; e la propensione a riconoscere la diversità dell’altro, degli altri. Devo spiegare queste due affermazioni, che altrimenti risulterebbero ermetiche.
Capacità oblativa
A mio avviso la cosa più importante nel panorama culturale italiano attuale è che i giovani esprimono una forte tensione al dono. L’esplosione recente dell’associazionismo e del volontariato di vario tipo è frutto di tale tensione: si dedica tempo a problemi collettivi; si dedicano energie per impegni di protezione o innovazione della vita collettiva (dagli impegni ecologici a quelli di socializzazione intermedia); si dedica umanità e parte di se stessi alle zone di marginalità sociale (gli anziani, i lavoratori stranieri, i portatori di handicap, ecc.); si dedica attenzione e tempo ai problemi di integrazione sociale di fasce più o meno vaste di devianza (i minori disadattati, i tossicodipendenti, ecc.). Sono tutti spazi di dono, nella consapevolezza che la società, nel suo funzionamento quotidiano e nella sua vocazione razionalistica, non riesce a risolvere i problemi più squisitamente umani dell’evoluzione sociale.
Accettazione dell’altro
Il valore del dono è quindi un valore in crescita, forse quello a maggiore carica di mobilitazione emotiva. E si salda con l’altro “seme” sopra indicato: l’accettazione dell’altro e della sua diversità. Il dono, infatti, si rivolge oggi a soggetti che per molti anni sono stati “diversi” ed “altri” rispetto alla nostra “normalità” quotidiana: il drogato, l’handicappato, il negro o il marocchino, il vecchio inutile e stizzoso, il piccolo delinquente (uso volontariamente le parole più correnti, proprio perché rendono lontani da sempre i diversi). E la carica di dono può esercitarsi perché si esce dalla “alterigia” e si accetta la diversità degli altri, il valore dell’altro, la grande verità giudaico-cristiana che “il volto di Dio comincia dal volto dell’altro”.
Valori autentici e proponibili?
Ma proprio questa radice religiosa, giudaico-cristiana, della cultura del dono agli altri deve richiamare la nostra attenzione critica. Può una coppia di valori religiosi (il dono e l’accettazione dell’altro) essere una coppia di semi valoriali per tutta la società, una società chiaramente in via di secolarizzazione? Non rischiamo con tali valori di innervare solo una parte della società (non a caso la “società che si dona” coincide sostanzialmente con il volontariato cattolico) senza far fiorire valori complessivi, di tutti? Non è opportuno confrontarci con la cultura non religiosa?
Se rispondiamo positivamente, come è giusto, a quest’ultima domanda, dobbiamo ricordare due livelli di dialettica possibile rispetto alla crescita dei valori del dono e dell’altro (e del dono all’altro): il livello della cultura corrente, che in fondo ci appiattisce tutti alla soggettività individuale; ed il livello della più sofisticata riflessione antropologica, che indica i pericoli distorcenti della propensione al dono senza contro-dono.
A livello di cultura corrente, non si può non rilevare che essa è segnata profondamente dal riferimento spesso egoistico a se stessi, cosicché tutto è sotto il soggettivismo, dal lavoro allo svago, dalla cura del corpo alle ferie, dal gusto estetico alla religiosità. In questa situazione il pericolo è quello, già indicato, della divaricazione: da una parte una minoranza che fa dono, ma come testimonianza etica e religiosa; e dall’altra parte una maggioranza che vive beatamente ed acriticamente un’offerta di stimoli culturali tutti orientati alla soggettività. Si deve poter parlare alla soggettività della maggioranza silenziosa e forse inerte, anche per farla uscire dalla prigionia in se stessa; e non contentarsi solo di sottolineare gli aspetti positivi del fare dono.
Un rischio culturale
Ciò è importante anche perché altrimenti la tensione al dono può creare sospetti più sottili, come dimostra la più sofisticata riflessione antropologica, che vede in ciò come un pericolo per la naturalezza dei rapporti sociali ed interpersonali. Il donare senza contro-dono può, in-fatti, significare un’assunzione di potere (di anche inconscio ricatto alla dipendenza psicologica di chi ha ricevuto) da parte di coloro che donano e si donano; e può significare una loro inconscia tendenza a gratificarsi con il sacrificio (sacrificarsi è un po’ sacralizzarsi). Due pericoli che la società moderna non può e non vuole correre, visto che nessuno ha il diritto di esercitare un potere sacrale sull’altro, anche se in forme minimali ed anche se con le migliori intenzioni di prossimità e partecipazione. Meglio, dicono gli antropologi, quel “potlac” (l’immediata concatenazione del contro-dono al dono, il ricambiare che libera dalla eventuale dipendenza psicologica dal donatore) che rendeva volutamente semplici i rapporti interni alle comunità primitive. E se noi, giudaico-cristiani portatori della filosofia del dono senza controdono (perché riteniamo giustamente che “senso è impulso non reciprocità”), non stiamo attenti ai possibili pericoli che tale filosofia può portare nella società moderna, rischiamo di esser considerati portatori in fondo più di potenziali tensioni che di vera solidarietà all’altro e di liberazione dell’altro.
Dono ed attenzione all’altro, in conclusione, sono due grandi valori in crescita lenta nella società, ed i giovani ce ne danno i sintomi reali; ma dobbiamo curarli come alberi da far crescere bene e dritti, con le “potature”, e le attenzioni a non strafare, che ho cercato qui di evidenziare.