Il diacono permanente a servizio della animazione vocazionale
Pur non appartenendo al laicato, perché al diacono è connaturale il servizio di animazione vocazionale?
Già il Card. Pellegrino, il Vescovo che mi ha ordinato nel 1975, diceva che il diacono è come una “cerniera tra il laicato e la gerarchia”, e recentemente il Card. Ballestrero ripeteva in un ritiro ai diaconi torinesi: voi siete “sociologicamente laici” e “teologicamente chierici”.
Dunque non già una sorta di vocazione a metà strada o indefinibile, bensì una realtà ministeriale che si inserisce nel tessuto della vita sociale, con la forza dell’incarnazione nell’esperienza di tutti i laici, ma con la grazia del sacramento dell’ordine che condivide col Vescovo e con i Presbiteri, pur nel grado terzo del sacramento.
Il diacono, dunque, partecipa del ministero di Cristo “capo”, “sacerdote” e “servo”; strettamente unito ontologicamente ma anche affettivamente al suo Vescovo e traduce praticamente tutto questo nella comunità a cui è destinato, generalmente la Sua parrocchia, vivendo a contatto cordiale con i Sacerdoti responsabili di quella comunità e con tutti i fedeli che ne costituiscono l’humus sociale.
Sotto un certo profilo è favorito nel Suo ministero dal fatto che, condividendo l’esperienza di vita familiare e lavorativa (con i suoi risvolti positivi e negativi che il mondo di oggi pone all’attenzione di tutti), è facilmente accettato dalla gente. Lo sentono, infatti, più autenticamente vicino, più capace di comprendere le loro situazioni e leggerle alla luce del Vangelo, perché tutto questo è frutto anche della sua personale e familiare esperienza e perciò stessa autentica e credibile.
Per troppo tempo la parola “vocazione” è stata sinonimo di “sacrestia” e di “abito talare o religioso” (non più ora, certamente!). D’altra parte oggi parlare di “chiamata” a chi va così di fretta, in un mondo che cambia mentalità e interessi dalla sera alla mattina, che parla un linguaggio ad immagini televisive e agisce su proposte pubblicistiche a mezzo di spots rapidi e accattivanti, non è certamente facile… eppure, partendo dal fatto (molto concretamente vero) che non deve esserlo mai stato nel tempo passato, dobbiamo scoprire “insieme” un modo nuovo di proporre ciò che il Buon Dio non cessa di dire: “vieni, seguimi e vedrai”.
Una risposta me l’hanno suggerita gli amici che incontro nelle case quando ci si riunisce periodicamente per il “centro d’ascolto” ed è questa: non si tratta di fare altre cose, ma di fare le stesse cose in un modo diverso. Il “modo diverso” è quello che già i Vescovi avevano intuito e suggerito nei documenti istitutivi del diaconato: evangelizzazione capillare di casa in casa, là dove la gente ha un volto, una voce; dove con tanta fraternità e umiltà si può esporre la propria difficoltà e immergerla nella fede – speranza – carità di Gesù, aiutati dai fratelli che ne condividono gioie e dolori.
E lì il diacono porta il proprio convincimento di fede, pagato nelle difficoltà di tutti i giorni, ma ricco di entusiasmo e di “innamoramento a Gesù Signore e alla Chiesa” di cui si sente “dono e servo” senza riserve.
E la seconda risposta: essere modelli nella propria contentezza di essere divenuti strumento di un Dio che ti è “entrato dentro”, nonostante le tue miserie e incapacità, per farsi comunicare ai propri fratelli attraverso questo tuo entusiasmo che non annulla facilonamente le spine della vita quotidiana, ma che ti fa gridare al mondo “non sono le rose che hanno le spine, sono le spine che hanno le rose”.
Se questo mondo che produce, spesso, paura e morte e sembra non avere più speranze al di là delle ventiquattro ore, ha bisogno di un sole che illumini le menti e scaldi i cuori, noi cristiani possediamo questo Sole e dobbiamo farlo sorgere dalla nostra vita, spalancando le finestre delle nostre titubanze e dei nostri rispetti umani!
Questo può avvenire nelle case, negli uffici, nelle fabbriche, nei luoghi dove si prendono le grandi decisioni o in quelli dove la solitudine e la sofferenza regnano sovrane, ma sono distruttibili con l’amore.
Tutti noi siamo invitati a comportarci come Andrea, il quale senza indugi, con un entusiasmo che sprizza da tutti i pori, corre dal fratello Pietro e gli grida senza fiato, dopo una corsa che sembrava non terminare più: vieni, abbiamo trovato il Messia!
Ma allora dove sta l’animazione vocazionale del diacono (e di ogni cristiano)?
Penso proprio che si possa così dire: aiutare tutti nel rispetto più delicato di ogni coscienza, a scoprire in se stessi i grandi tesori (talenti) che Dio ha nascosto; invitare a “mostrarli” per la gioia di tutti, non nasconderli per paura dei ladri; far scoprire che Dio può fare tutto anche l’impossibile, ma non fa nulla senza di noi!
Il Concilio Vaticano II dice ai cristiani (e il povero diacono cerca di ricordarlo, come fanno il Sacerdote e il Vescovo): più corresponsabilità e più complementarietà significano darsi da fare tenendoci per mano. Così insieme ridipingeremo il nuovo volto di, Cristo, riempiremo il mondo di gioia nuova e ritorneremo a far spazio (nel Silenzio) a chi potrà dire di “sì” al Signore che chiama. Tutti siamo dei “votati”; a ciascuno spetta la risposta purché sia nell’amore: Dio ama chi sa amare!