N.03
Maggio/Giugno 1989

La famiglia educa i fanciulli a valori vocazionali

Dio mi ha regalato una moglie, Maria, e tre figli: Daniela 15 anni, Chiara 12 e Francesco 7. Per non trovarmi sprovveduto sui problemi dell’educazione religiosa ed umana mi sono documentato, insieme naturalmente alla moglie, sui meccanismi e tutti i possibili tranelli delle tappe di crescita della persona umana. Devo però riconoscere che esperimentarle dal vivo è tutta un’altra cosa. Non sono diventato un esperto, anzi conto sulla misericordia di Dio per gli errori immancabili commessi, tuttavia ho una grande consolazione, quella di poter contare sulla grazia di stato perché il mio “collega padre” è lo stesso Dio… e ciò mi dà una invidiabile serenità educativa.

Ho imparato che il “fanciullo” vive di sensazioni e di emozioni alla maniera del bambino, però, più del bambino, si avvia verso il ragionamento.

I genitori pertanto dovrebbero saper offrire, in questa fase, stimoli ed emozioni coerentemente positive in ordine alla vasta proposta vocazionale rispondendo alle domande dei fanciulli con argomenti sensati.

 

 

Messaggio base: vivere la coniugalità come vocazione.

Assodato che il titolare dell’impresa vocazionale è Dio, che a noi compete “pregare” e che occorre saggiamente evitare i due scogli del volersi sostituire a Dio o al fanciullo, la prima considerazione possibile è che ogni risposta verbale alle richieste del figlio deve nascere sul terreno della propria semplice e quotidiana testimonianza d’amore.

Siccome la vocazione è un fatto di fede, ne deriva che la forma incarnata della fede, per due coniugi, è il loro amarsi nel Signore.

L’amore di uomo e di donna come simbolo dell’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la Chiesa agisce per la forza intrinseca del sacramento, ma non in maniera magica; occorre da parte dei coniugi l’impegno di quotidiana interiorizzazione di questo fatto. Non si tratta di sforzo intellettualistico, ma di condivisione profonda del progetto di Dio sulla coppia cristiana.

Tale impegno viene assunto con la promessa di matrimonio e i fanciulli “vedono” immediatamente se l’amore dei loro genitori è qualcosa di artefatto, di abitudinario, di sociologico oppure se è una piccola storia che balbetta la grande storia dell’Alleanza… e quando dovessero fare domande per ottenere chiarimenti si troverebbero nutriti di risposte fruttuose e succose.

 

 

Attenzione specifica: vivere la tenerezza dell’umano redento.

C’è chi ancora pensa all’orientamento vocazionale in chiave di prediche barbose o di accerchiamenti strategici. Dall’incarnazione in poi tutto passa al vaglio dell’abitare insieme (ed abitò in mezzo a noi) e del godere di stare insieme come fratelli (facciamo qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia…; come è bello stare insieme come fratelli…; dove saranno due o tre riuniti nel mio nome lì sarò anch’io…).

 La tenerezza dell’umano può diventare quindi una sorta di ‘luogo genetico’ della vocazione quale che essa sia, visto che, come afferma Giovanni Paolo II, “Cristo sta dentro l’uomo”.

I fanciulli sentono moltissimo il richiamo nascosto dei valori genuini della vita di famiglia e scrutano con gli occhi stupiti dell’anima l’amore reciproco dei loro genitori… anche quando difficoltà ed inevitabili contrasti dovessero momentaneamente offuscare o turbare il clima affettivo. La roccia su cui poggia l’amore di papà e mamma potrà ben subire mareggiate e contraccolpi, ma nulla più.

Tale roccia infatti è il “Gesù domestico”, è quel Gesù che in casa si sente a casa sua, è quel Gesù a cui è normale riservare un posto a tavola, è quel Gesù che è logico pregare anche in chiesa quando la famiglia è “piccola chiesa”.

Come possono i genitori dare tale messaggio ai figli? Con la naturalezza più disarmata del loro essere d’amore, sempre disponibili, come scrive un paroliere ligure di nome Leo Guadagno ad offrire “un bicchiere di speranza per chi ha sete, una ciotola d’amore per chi ha fame, un vestito di sorriso a chi non l’ha”.

 

 

La grande famiglia del ‘Regno’ di Dio.  

Tale attenzione vocazionale rischierebbe di andare persa e di esaurirsi se non venisse costantemente riferita alle esigenze radicali del Regno di Dio. È questo riferimento che da alla famiglia un baricentro nella storia, diversamente essa rischia di ridurre l’azione vocazionale a qualcosa di poco più che una devozione auto-consumistica.

Come dire che i fanciulli dovrebbero poter leggere (magari con un po’ di aiuto esplicito) nei gesti di quotidiano amore dei loro genitori un pezzetto di storia salvifica. È non è impresa ardua spiegarlo loro, se richiesti; basterebbe di tanto in tanto, con semplicità, buttare lì: “Papà e mamma hanno a cuore il vangelo, non fanno quello che fanno per loro interesse, ma per l’interesse di Dio”.

Che i fanciulli credano al bene grande di una famiglia affiatata è bello ed è quello che li aiuta a crescere “umani”, ma che essa non sia il bene più grande gli va insinuato delicatamente in modo da non suscitare nel loro animo alcuna gelosa conflittualità con le esigenze del Regno.

Quanta gioia intima provai (e con un fulmineo sguardo commosso incontrai quello di mia moglie che abbassava furtiva le palpebre…) quando il figlio piccolo (7 anni) abituato talvolta a condividere questa nostra vita coniugale di nomadi per il vangelo alle prese con incontri, conferenze e feste qua e là per l’Italia, forse cogliendo in quel momento il messaggio di quanto fosse bello “habitare fratres in unum…”, se ne uscì con questo desiderio: “Papà, noi abbiamo tanti amici dappertutto; non si potrebbe fare una festa con tutti, ma proprio con tutti, tuttissimi, anche con i loro amici che non conosciamo e anche con gli animali?”.

Quel “tuttissimi” non sta sul dizionario, pur tuttavia è fiorito nello spazio linguistico dell’anima…

 

 

Una precisazione sul metodo

Qualcuno giustamente afferma che bisogna variare strategia educativa adattandola all’età. Non bisognerebbe però dimenticare che il tempo familiare del figlio costituisce già di per sé questa “variante” nel senso che quand’anche i genitori persistessero in questo loro messaggio vocazionale allo stesso modo, avrebbero comunque con i figli un impatto differenziato dovuto proprio al repentino variare d’età dei figli…

È un po’ quello che succede, ad esempio, quando in casa ci si accorge di un particolare dopo molto tempo che ci si vive, oppure è come fare tredici al totocalcio dopo anni che si gioca la medesima schedina…

Una volta acquisita un po’ di dimestichezza con il mistero ed un po’ di discernimento dei cenni di Dio nella propria vita coniugale non dovrebbe essere difficile allargare ai fanciulli l’area delle spiegazioni pur restando tenaci nella volontà di vivere il miracolo dell’amore nella consuetudine del giorno dopo giorno… al modo del sole che sorge senza troppe prediche, del fiore che si offre alla vista senza troppe chiacchiere, della sorgente che silenziosa si lascia accostare…

 

 

Su quali valori di fondo far leva.

Non voglio tentare un elenco. Se ne potrebbe fare sempre uno migliore. Tento invece una proposta congeniale alla maniera coniugale della testimonianza: offrire ai fanciulli una specie di occhiali con i quali possano scrutare l’orizzonte della propria vita “in profondità”. È risaputo che con un occhio solo si riduce la percezione della “profondità”.

Le due lenti attraverso cui abituarsi a guardare il sistema di impostare la propria vita sono: vita e stupore.

– Vita-avventura-dono: i fanciulli devono poter ‘dedurre’, leggendo la storia coniugale dei propri genitori, che la vita vale in quanto spesa. Essere e essere dono coincidono, sembra una legge di natura; un po’ come una barzelletta che esiste in quanto raccontabile o un sorriso che esiste in quanto offribile a qualcuno. Pericoloso ridere per proprio conto…

La vita non è una proprietà privata e pertanto va messa nel conto una certa spregiudicatezza nell’affrontarla per il Regno. La coniugalità missionaria non è un optional, ma una esigenza intrinseca dell’aver sposato nel Signore… e questo i fanciulli devono poterlo scorgere limpidamente. Calcoli umani e possessività, pettegolezzo e meschinità sono i fattori che possono appannare questa lente…

– Stupore contemplativo: la dissipazione dell’epoca moderna non favorisce quanto sa di contemplazione e di estasi: il bussare dell’aurora, il quieto sospiro del tramonto, il discreto richiamo di vicende apparentemente “casuali” sotto cui vigile è appostato Dio possono diventare una sorta di caccia al tesoro quotidiana per lo spirito avventuriero del fanciullo…

E da ultimo una provocazione. I religiosi fanno i voti di povertà, castità, ubbidienza. Una giovane suora clarissa di clausura mi confidava che questi voti sono tenuti insieme dalla volontà di vivere in “fraternità”… Torna il “fratres in unum”… Perché non tentare allora in famiglia, fraternamente, una lettura esistenziale di tali voti?

In tale senso, per due coniugi e poi per i loro figli, vivere la povertà potrebbe equivalere ad accettare se stessi senza sentirsi delusi per ciò che non si è e per ciò che si ha e conseguentemente accettare il partner e i figli senza sentirsi defraudati per quello che non sono o non hanno. Essi sono un dono. Vivere la ubbidienza potrebbe equivalere a sposare Dio come Partner in modo che la Sua volontà progettuale sulla propria vicenda coniugale e familiare sia sempre rispettata e stimata come prioritaria. Vivere la castità può significare, al di là di risonanze puramente sessuali, l’attenzione a vivere tutte le relazioni umane che Dio mette sulla nostra strada coniugale, con la medesima entusiastica gioia e con la fantasia creativa “della prima volta”…

Questo clima “religioso” dovrebbe fare trovare più a suo agio il Dio che chiama.

 

 

 

 

 

Note

Per un approfondimento della tematica si possono consultare: G. AVANTI, Pianeta amore, EP 1988; Un Dio sprecato, EP 1982; Sessualità: un dono per amare, EP 1987; Ragazzo, Ragazza, EP 1989.