N.03
Maggio/Giugno 1989

L’itinerario post-cresima educa a valori vocazionali

Siccome oggi è tempo di sana battaglia tra teologi e pastoralisti, tra biblisti ed educatori… dovendo parlare di “post-cresima” l’accento va obbligatoriamente non sul sacramento-celebrazione ma sul cresimando-cresimato. Pastoralmente e formativamente non è questione solo metodologica ma anche contenutistica perché il condizionatore del processo educativo è il ricettore. Quindi anche un semplice “orientamento” indicativo di un itinerario post-cresima non può prescindere da questa relativizzazione che richiede dei “raccordi” molto accorti per non infossare tutto su affermazioni di inutile pessimismo (normalmente rivolte sui “ragazzi” e non sugli “agenti” che i ragazzi rifiutano!)

Il termine “post-cresima”, nella sua formulazione più che bruttina, va letto in senso “traslato” perché svolga il suo ruolo. Infatti nella formulazione “post-cresima” il termine “cresima” significa celebrazione del rito, e non l’essere del cresimato!, e il termine “post” significa il divenire, la consequenzialità che deriva dall’evento celebrato. Quindi il “post” va rapportato all’iniziazione cristiana intesa, dice don Della Torre, come “capacità di personale e libera adesione a Cristo e di responsabile appartenenza alla Chiesa”.

Siccome queste “parole poverette” le sta buttando giù un parroco e in periodo pasquale, il buon lettore sappia che vengono evitate quelle nuove indicazioni che un adeguato studio della “Christifideles laici” faranno emergere per una nuova messa a fuoco di tutta la progettualità pastorale e quindi anche di un itinerario “post-cresima” che, metodologicamente differenziato, deve sempre rimanere espressione educativa di tutta la Comunità (parrocchiale).

 

 

Uno “strano” ma necessario invito

In Romagna corre un’espressione significativa di una mentalità. Per indicare la celebrazione del Sacramento della cresima si dice “passare alla cresima”. È la stessa espressione che si usa per il collaudo di una macchina “passare al collaudo”. Dopo di che può circolare liberamente.

Ancor prima di fare coi genitori gli incontri preparatori della cresima dei loro figli, cioè fin da quando li incontro per la prima confessione (in terza elementare) e l’anno successivo per la prima comunione, faccio una proposta invito che trova difficile accoglienza perché normalmente si dà per scontato proprio l’opposto (e non forse del tutto a torto!). Nell’anno della cresima (prima media) torno ad invitare i genitori a capire che non devono “far passare alla cresima i loro figli” ma assieme (figli, famiglia e parrocchia) possono fare la libera scelta del voler celebrare la cresima.

Coi genitori e coi ragazzi stessi analizzando i termini del “dover celebrare” vengono a cadere tutte quelle motivazioni surrogatorie che tendono alla cresima come una meta, e se si vuole anche come un “ideale”, ma che non reggono alla consapevolezza che la cresima va ascritta nell’ambito dei valori e quindi delle libere scelte. Porto in ballo la loro scelta matrimoniale e la mia scelta sacerdotale per arrivare poi alla conclusione che “la libertà della scelta non significa libertà dalle conseguenze della scelta fatta”.

Fatta, per così dire, questa operazione è già scattato l’itinerario del “post-cresima”. Perché il “dopo” deve nascere molto prima del suo inizio d’attuazione. Questa non è premessa ma è già itinerario. E il termine “vocazionale” in un simile contesto ci sta a pennello. È un’operazione molto delicata e che va condotta con molto tatto e con pari serietà perché non deve sembrare una richiesta facilona di disfacimento ma una vera appassionata ricerca di una pregiudiziale di libertà senza della quale non può prender corpo un discorso su un impegno di maturità umana e cristiana che dalla celebrazione prende avvio e non con la celebrazione si concluda.

L’itinerario “post-cresima” nasce quindi, sotto forma di “carta d’impegno”[1] redatta e firmata sia dai genitori che dai ragazzi con un lungo processo di coinvolgimento graduale) come risposta concreta al progetto del Signore che torna a ripetere: se vuoi…; se qualcuno vuole…

 

 

Dall’isolamento dal vivere all’immersione nella vita

La turbolenza dei 13/14 anni è una forte potenzialità. Non si può accelerare un motore in folle,… sballa! Occorre ingranare una marcia (la marcia giusta!) e questa, secondo gradualità diverse, è l’immettere l’adolescente in ambiti di vita in cui non si senta mortificato, perché non è più un bambino, e non si senta respinto perché non è ancora adulto.

Qui sta l’“arte” del Catechista, del Sacerdote, dell’Educatore, qui la famiglia gioca tutta la sua valenza perché gli adolescenti necessitano di riferimenti concreti, vogliono persone significative, competenti e mature che dimostrino (senza imporre!) che il loro modo di vivere è una scelta libera e bella nonostante…

Gli adolescenti non devono tanto sentir parlare male del male del mondo, ma devono sperimentare la gioia del contrario del male. La persona adulta che vive un valore esistenziale è uno schermo che li attanaglia. Il postcresima che è di per sé itinerario diventa tipicamente itinerario vocazionale non tanto quando si parla con schemini ordinati e parole suadenti del “farsi sacerdote” o “di consacrarsi al Signore” (S. Paolo dice che non sapeva parlare…!), anche se l’annuncio resta necessario, quanto quando gli adolescenti si accorgono che chi è già sacerdote, chi è già consacrato, è significativo per loro.

La testimonianza, quindi il “post-cresima”, (che poi tutta la vita è “post-cresima” in questo senso!!!) deve essere vissuta dal gruppo del “post-cresima” in stretto contatto con persone adulte che per parlare non abbiano bisogno di fare discorsi e che sappiano dimostrare coi fatti che la “scomodità adolescenziale” non li scomoda più di quel tanto e che il loro potenziale (anche se carico di balordaggine!) è di una preziosità incredibile. Saulo diventando Paolo non diventa un agnellino… ma resta un leone!

A questo proposito preti, catechisti ed educatori più che scomodare psicologi (necessari!), esperti in tecniche della comunicazione (necessari!) ecc… devono lasciarsi scomodare dalla metodologia dei santi, cioè dalla loro vita… con tutto quel che ne consegue (anche senza poter essere dei… don Bosco!!!).

Quando un itinerario postcresima, attraverso le persone adulte che lo animano immerge il ragazzo nella vita come il nuotatore nell’acqua (pena l’affogamento!) il tema vocazionale gli “esplode” dentro perché è il momento della più ampia e genuina disponibilità ai valori.

I programmi devono essere “persone” a partire da Cristo ma non per fermarsi a Lui perché “persone” devono essere anche chi parla di Cristo, chi a Lui si è consacrato e “personalizzata” deve essere la Comunità Cristiana nella quale il ragazzo del postcresima deve sentirsi importante (perché lo è!) e valorizzato (perché non lo è!).

 

 

Dal tutto necessario al tutto inutile

Il riferimento al vangelo è ovvio. Dopo essere passati dalle affermazioni di principio allo smontaggio del linguaggio liturgico sacramentale, l’itinerario di post-cresima deve “rimontare” tutto a livello di valori esistenziali. I termini del “necessario” e dell’“inutile” divengono per i ragazzi due campi di sfida con se stessi e con l’ambiente (formazione e testimonianza).

Quando il necessario secondo i canoni dell’oggi secolarista viene prima intuito poi compreso nella sua fascinosa vuotaggine, l’inutile secondo quegli stessi canoni mondani, diviene essenziale. Senza si può vegetare ma non si può vivere. E qui scocca l’incontro personale con Gesù.

L’itinerario qui si ferma. L’azione più propria e la parola più circostanziata, perché azione e parola umana, non può andare oltre. E questo va detto ai ragazzi. C’è una soglia che nessun prete o catechista o …genitore può varcare perché chi entra in contatto diretto col ragazzo è il Signore.

Lo Spirito del Signore tutto permea e tutto sorpassa. E solo lo Spirito del Signore che è Amore porta a far nascere dentro il “sì” vocazionale. Allora e solo allora può accadere di tutto… perché in altra luce quel tutto necessario che noi dobbiamo realizzare come catechesi, come pastorale, come itinerario vocazionale diventa un necessario-inutile. Damasco insegna! (e tutta la Bibbia a partire dai patriarchi…!).

Il tragitto vocazionale diventa così circolare, cioè di approfondimento dei valori e non di conseguimento di ideali. E qualunque sia lo stato che viene assunto come ambito di testimonianza è una vocazione alla santità in atto.

Temo che il discorso vocazionale inteso in senso sacerdotale fatto in termini di urgenza perché “siamo pochi” (ma per “deciderci a cambiare siamo ancora troppi” ha detto un Vescovo della regione Flaminia!) sia poco fecondo. Né l’essere tanti né l’essere pochi sta a base di un itinerario vocazionale soprattutto in ambito di “post-cresima” ma il vivere in pienezza questa vita pone la scelta del Signore nella giusta luce perché la scelta vocazionale non sta tra il bene e il male ma nell’ottimo fra il bene.

A noi sacerdoti render questo “ottimo” palpabile, come dice Giovanni a proposito del “Verbo della vita”. All’“onestà” certissima di Dio… il resto. 

 

 

 

 

Note 

[1] Cfr. Q. FABBRI, La nostra parrocchia dopo Loreto, EDB 1986, p. 87 ss.