Don Milani, un prete, fedele a Dio e agli uomini
Don Lorenzo Milani morì a Firenze in casa della mamma la sera del 26 giugno 1967. Intorno al letto c’erano i suoi ragazzi. Non si trattò di una morte improvvisa, ma lungamente attesa da lui e temuta dalla sua gente. Aveva solo 44 anni e fu stroncato dalla leucemia che aveva preso il sopravvento su un terribile linfogranuloma.
La sua tomba è l’ultima (in ordine di tempo) che sia stata scavata nel piccolo cimitero di Barbiana, qualche decina di metri sotto la chiesa.
Già, Barbiana! Non è neanche un villaggio, ma solo una chiesetta alla quale fanno capo 26 case sparse, isolate nel bosco, adesso disabitate. Alcune sono state ristrutturate dai signori di città per trascorrervi i fine settimana.
Il silenzio di questi luoghi è impressionante.
Sono passati vent’anni, ma le idee, gli insegnamenti e la splendida testimonianza di questo prete vivono ancora. Lo si è potuto costatare anche dall’eco che hanno avuto le celebrazioni in occasione di questa ricorrenza.
Aveva giusto vent’anni quando il giovane Milani cambiò radicalmente e improvvisamente la sua vita. Abbandonata la pittura e la famiglia colta e borghese, il 9 novembre 1943 entrò nel Seminario Maggiore di Firenze.
Ai familiari, che dovettero soffrire molto per questa decisione, indirizzava frequenti e affettuosissime lettere. Per cercare di tranquillizzarli descriveva la nuova vita come una vita bella e piena di piacevoli sorprese.
Insisteva nell’assumersi tutta la responsabilità della scelta fatta, come in questo brano tratto da una lettera alla mamma alla vigilia della tonsura: “Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela. Chi regala la sua libertà, si libera dal peso di portarla”. Se ti dicono: “Oh il suo povero figliolo non può neanche andare al cinematografo o prender moglie o prendere il sole”, gli devi rispondere: “No, non è che non può, non vuole. Non è libero di non volere?”.
In Seminario s’impone subito un’osservanza scrupolosa del Regolamento, preoccupato di rendere ogni suo atto coerente con il Vangelo. “Io ero un fanatico dell’osservanza della regola. Come lo sono stato poi da prete fino a oggi e spero lo sarò fino in fondo in maniera ineccepibile”.
Qualche mese dopo l’ordinazione, il 9 ottobre 1947 fu mandato a San Donato a Calenzano come cappellano del vecchio proposto che non ce la faceva più a reggere la parrocchia.
Iniziò il suo ministero con tanto entusiasmo come uno che abbia finalmente trovato il senso della propria vita.
A Calenzano, che a due passi da Prato stava in pieno processo di industrializzazione, don Milani fondò una scuola popolare per giovani e adulti.”La scuola è il bene della classe operaia, la ricreazione la sua rovina” . Con le buone o con le cattive bisognava che i giovani capissero la differenza e scegliessero la parte giusta. Per lui prete la scuola era un mezzo per comunicare, per evangelizzare, un servizio alla verità, uno strumento per dare la parola ai poveri. Una scuola dove la denuncia di tutte le ingiustizie era considerata un dovere preciso a cui un cattolico serio non può sottrarsi. Una scuola che si impegnò subito a servire la verità davanti ad ogni altra cosa.
Uno dei primi giorni disse: “Vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio solo per darvi l’istruzione e che vi dirò su qualunque cosa la verità, sia che essa serva alla mia ditta, sia che la disonori, perché la verità non ha parte. Non esiste un monopolio, come le sigarette”.
Era inevitabile che una scuola come quella, che diceva cose che altri non dicono, che aveva al suo centro “i lontani, i poveri, gli ultimi” entrasse in contrasto con il mondo cattolico tradizionale, il quale fece di tutto perché don Lorenzo e la sua scuola fossero ridotti al silenzio. Così quando, dopo la morte del vecchio proposto, si trattò di nominare il successore, fu nominato un altro prete di una delle parrocchie dello stesso Vicariato, ma “avverso” a don Lorenzo.
A lui si lasciava tutt’al più la possibilità di rimanere come cappellano e di occuparsi solo della scuola. Era il 1954 e i preti in Toscana sovrabbondavano!
Ma don Milani ne faceva una questione di principio: la scuola non era un hobby distinto dal ministero pastorale, era il suo modo di essere prete e parroco. Disse che non potevano restare due preti giovani in una parrocchia relativamente piccola come quella di S. Donato (1000 anime), quando in diocesi c’erano parrocchie scoperte. Che gli dessero una parrocchia qualsiasi pur di poter fare il parroco a tutti gli effetti.
Così venne fuori Barbiana. Barbiana era una parrocchia di una quarantina di anime sul fianco nord del monte Giovi, in comune di Vicchio di Mugello, che la Curia fiorentina aveva deciso di chiudere. Senza strada, senza luce, senza acqua.
È in questa minuscola parrocchia che don Lorenzo, con i primi sei ragazzi che avevano finito le elementari, dette vita alla sua celebre scuola. Quelle sei creature divennero tutto il suo mondo.
“Il sacerdote padre universale? Se così fosse, mi spreterei subito: Non si può amare tutti gli uomini. Di fatto si può amare un numero di persone limitato. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non chiede di più.
Non visse altro che per dare “la parola” ai suoi montanari, schiavi inconsapevoli, per farne degli uomini liberi, capaci, a loro volta, di vivere non per sé ma per gli altri, di sentirsi “responsabili di tutto”.
Accostarsi a lui equivale ad accorgersi che non è mai “uomo di carta”; costruito sui principi, ma “uomo di carne” che si fa carico di quelli che gli sono stati affidati nei loro bisogni primari.
“Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze”. E a una studentessa in cerca di consigli scrisse: “E inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio”.
Quando ci si spende per gli altri, Cristo è vicino. E la credibilità della Chiesa non è in questione, quando chi si professa cattolico, si comporta così.
Insomma per conto suo don Milani ha tentato una strada: poco interessa alla fine che sia quella giusta: giusta è stata la sua dedizione, la sua costanza, la violenza della sua contestazione. Dalla trincea dei poveri egli ci interpella e ci giudica. Ci tocca sopportare in silenzio il suo giudizio, così vicino al giudizio a cui ci costringe il nostro quotidiano esame di coscienza. Era convinto che il futuro sarebbe stato dalla sua parte, non dalla nostra, che è la parte di un mondo ormai alla deriva. La parte dei poveri è la parte giusta, non tanto in nome dell’uguaglianza socio – economica, ma in nome del futuro del mondo, il cui germe è là dove i poveri imparano, giorno dopo giorno e forse senza saperlo, i modi e i tempi del giudizio di Dio.