N.05
Settembre/Ottobre 1988

Condizioni psicologiche  dell’itinerario vocazionale

Il Signore, chiamando una persona alla vita consacrata, interpella tutti i suoi dinamismi; essa, rispondendo al Signore, mette in moto pensieri, intenzioni, sentimenti, cosciente e inconscio, in una parola, tutto un insieme di processi che sono anche oggetto della psicologia, e che possiedono leggi e condizioni proprie.

In questo breve intervento si intende delineare l’apporto della psicologia in due settori:

a) Le condizioni psicologiche di base della risposta religiosa;

b) Le condizioni psicologiche dell’accompagnamento.

 

 

Condizioni psicologiche di base della risposta religiosa

Queste condizioni dipendono da una disposizione centrale: un atteggiamento religioso autentico. La decisione per la vita consacrata è la specificazione di una decisione religiosa di base, si fonda su di essa e riceve da essa il suo realismo psicologico e la sua autenticità. Per comprendere la vocazione religiosa e favorirla operativamente è perciò necessario partire dalla decisione religiosa di base.

Dalla psicologia della religione sappiamo che l’atteggiamento religioso maturo è un progetto generale per la propria vita, cresciuto nell’intuizione e nella ricerca di un bene, scopo, significato ultimo e totale, e nell’impegno a conformare tutta la persona a questo bene trovato e continuamente ricercato.

L’atteggiamento religioso maturo include così alcune disposizioni psicologiche di base.

La “proattività”, o tendenza alla crescita, fondata sulla speranza che è possibile raggiungere un bene generale per la propria vita.

La “direttività”, ossia la tendenza ad organizzare pensieri, attività, esperienze verso il raggiungimento di tale bene. Questa tendenza si traduce in un impegno di perseveranza nella ricerca e di rinuncia a soddisfazioni distraenti, con la conseguenza di una pratica costante e coerente del bene voluto.

La “personalizzazione”, cioè la scoperta che il bene generale della propria vita si trova non nel possesso di cose, ma nella comunicazione e reciproca donazione fra persone, nel servizio e spesso nel sacrificio.

La “trascendenza” cioè la progressiva percezione che solo un Tu Totale superiore e però intimo ad ogni persona e avvenimento, può soddisfare la ricerca di un Bene Totale di un Amore che unifica e rende coerenti tutti i beni che si cercano o ai quali si rinuncia.

E poiché la proposta storica cristiana risponde pienamente a questa intuizione e ricerca religiosa di base, e accompagna la persona religiosa nella sua risposta, la disposizione religiosa di base, in ambiente cristiano, diventa ricerca, ascolto e accettazione della Alleanza proposta da Dio lungo la storia ‘sacra’ e soprattutto nella persona di Cristo, che si prolunga e si rende presente nella Chiesa universale, e nelle chiese particolari.

Oltre ad aver voluto un incontro con l’umanità in genere, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo ha voluto un incontro con ogni singola persona: la famiglia in cui nasce, le doti, il temperamento, le varie vicende dello sviluppo, incontri con persone, opportunità educative, gioie, dolori, battaglie e tentazioni, illuminazioni e oscurità, compiti della vita: tutto concorre a indicare quale è il nostro posto nel Corpo della Chiesa, qual’è la volontà di Dio, qual’è in concreto la nostra vocazione, il progetto che Dio ha su di noi, e che noi dobbiamo fare nostro.

Attraverso queste indicazioni, con opportuno discernimento, siamo guidati non solo alla scelta dello stato generale, ma anche ai modi più concreti di esser “religiosi”, cioè di cercare Dio con tutto il cuore.

Le indicazioni operative che emergono da queste considerazioni sono in primo luogo la cura di disposizioni generali, base di ogni autentica religiosità.

All’atteggiamento religioso autentico e maturo si addicono perciò la ricerca di chi ha già trovato, ma si confronta con orizzonti di totalità ancora da esplorare; l’impegno di coerenza con questa crescente scoperta di bene; la fiducia e sicurezza di base, di chi possiede, seppure inizialmente e precariamente, il Bene Totale; la fede di chi sa di potersi affidare ad una luce che pure lo trascende; la definitività di una dedizione ad un bene totale, pur nelle incertezze della propria fragilità; la praticità o realismo di chi non si accontenta di pie fantasticherie o di folklore, ma opera, sia interiormente, che esteriormente, perché si realizzi in noi e attorno a noi (e per mezzo nostro) il piano di amore del Padre Celeste; la volontà di capire e servire, come Cristo, i fratelli, che condividono la chiamata del Signore e il cammino verso di Lui.

All’atteggiamento religioso autentico si oppongono invece l’immobilità di chi si crede arrivato o non sente il richiamo (il disadattamento) di un compito sempre aperto; l’ansia che non sente il Bene che viene offerto, ma cerca solo di difendersi dal male e da sensi di colpa; il centramento su di sé che ignora l’ampiezza del Bene di Dio e dei fratelli fino alla durezza di cuore; la ricerca impulsiva di una soddisfazione immediata di chi non crede ad un Bene più grande; il fideismo che, credendo, non cerca Dio, ma la sicurezza e la pace dei propri sentimenti; la paura dell’impegno definitivo di chi non crede veramente che il Bene intuito (Dio) valga tutte le nostre possibilità e tutta la nostra vita.

Le indicazioni che caratterizzano positivamente o negativamente, l’atteggiamento religioso di base, sono altrettante dimensioni a cui il formatore e il chiamato devono attendere, perché si possa presumere che esista il fondamento di intenzioni reali, adeguate e autentiche della vita religiosa, e per consolidare tale fondamento. Su questa base si edifica poi la specificità della vita religiosa consacrata, con le disposizioni psicologiche e spirituali favorevoli alla specifica consacrazione, al celibato, alla vita comune e alla missione propria di ogni Istituto. Queste disposizioni specifiche sono tuttavia più frequentemente studiate; esse stesse poi saranno tanto più solide quanto più profonda e autentica sarà la vita religiosa di base.

 

 

Condizioni dell’accompagnamento

Quanto si è detto nel paragrafo precedente riguarda gli obiettivi e i contenuti fondamentali del cammino vocazionale.

Dalla prassi della consulenza psicologica e dalla considerazione dei fini e della situazione specifica della vita consacrata si possono enucleare alcune indicazioni perché il formatore possa svolgere in modo più adeguato la funzione di accompagnamento.

Le condizioni dell’accompagnamento si possono ridurre in una frase: ‘Una vicinanza qualificata e attuale’.

 

 

Vicinanza

Significa comprendere il giovane che sta facendo il cammino vocazionale. Per questo è necessario mettersi dal suo punto di vista, tenendo conto dei suoi quadri di riferimento, di ciò ch’egli cerca, delle sue difficoltà, dei suoi sentimenti, preferenze, ripugnanze (a questo riguardo viene ampiamente usato il metodo di Rogers).

Saper accettare la diversità (di stile, e talora anche di sostanza) non per ‘lasciar fare’, ma come necessario punto di partenza per ‘accompagnare’, che significa fare un cammino insieme, per valorizzare il bene esistente e sostenere verso un bene più completo.

Ci è maestro D. Bosco, grande formatore di vocazioni, che soffre per il fare sostenuto e distante dei sacerdoti della sua giovinezza, che prende i giovani con il gioco e l’allegria, e favorisce attorno a sé lo sviluppo di personalità tanto diverse.

 

 

Vicinanza qualificata

Il formatore dovrà essere non solo un amico, ma anche un maestro e un modello, un ‘religioso adulto’.

L’esperienza insegna che molte volte la vocazione passa attraverso la presenza di un religioso autentico, contento della sua donazione. Si avvia così il processo della identificazione: in grazia di esso i valori della vita consacrata non sono solo conosciuti in teoria, ma apprezzati in una persona, dimostrati concretamente, e vi è la possibilità di viverli come partecipazione e continuazione della vita del modello.

Perché questa identificazione possa avvenire occorre che il modello sia percepito come vicino e amico, come si è detto sopra; trattandosi inoltre di vita religiosa, cioè della ricerca, adesione e partecipazione alla vita divina, un formatore sarà tanto più facilmente visto come maestro e modello se si dimostrerà egli stesso un umile discepolo di Cristo, in ricerca e in ascolto dell’unico Maestro, e generosamente in cammino verso di Lui.

Oltre alle indicazioni indirette come modello di vita religiosa, il formatore darà anche indicazioni dirette, che presentino, con la necessaria gradualità, le esigenze della donazione a Dio e ai fratelli, ricordando che solo nella pratica di ogni giorno tali esigenze si comprendono in tutta la loro severità. Al riguardo è illuminante il modo con cui il formatore di molti santi religiosi e sacerdoti, S. Giovanni Bosco, proponeva il cammino vocazionale come “una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo”[1].

 

 

Dimensione attualità

Una vicinanza qualificata dovrà infine essere anche attenta ai problemi attuali della Chiesa e della società generale e particolare. Il giovane, impegnato come si attende che sia il candidato alla vita consacrata, sente l’urgenza delle necessità dei fratelli, e sarebbe controproducente e inadeguata un’offerta religiosa che ignorasse di fatto il secondo precetto di Cristo.

Questa attenzione all’attualità apre tuttavia vari problemi e contrasti, come quello tra la fedeltà all’eterno ed essenziale e l’apertura al nuovo e contemporaneo, superando la rigidità mentale; tra l’accettazione di stili e mezzi nuovi e il necessario distacco dai beni terreni, e simili. La libertà interiore, e un attento discernimento sarà possibile ancora una volta solo alla luce della disposizione religiosa centrale, che è l’ascolto e l’adesione a Dio sommamente amato, e il servizio ai fratelli, presenti su questa terra e destinati alla vita eterna.

 

 

 

 

 

 

Note

[1] Memorie Biografiche di S. Giovanni Bosco, S. Benigno Canavese, Scuola Tipografica Salesiana, 1905, vol. V, p. 9.