L’educazione alla preghiera come itinerario vocazionale
La vocazione nasce dall’incontro con Cristo
Il giorno dopo, Giovanni vedendo passare Gesù disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo. E due discepoli sentendolo parlare così presero a seguire Gesù” (Gv 1,35ss.).
In questo passo della chiamata in Giovanni dei primi due apostoli è sintetizzata la chiave di ogni pastorale vocazionale. Certamente un giovane, nei primi passi del suo cammino di vita cristiana più impegnata, aderisce dapprima ad un maestro umano che, come il Battista per Andrea e Giovanni, diviene per lui il modello a cui rifarsi. La capacità di un sacerdote, però, consiste proprio nel seguire l’esempio del Battista fino in fondo. Se vorrà far crescere ulteriormente i suoi, deve metterli in grado di incontrare personalmente il Signore. Fatto questo, certamente alcuni di loro prenderanno a seguire Cristo più da vicino, fino ad essere introdotti in quell’intimità di rapporto con Lui che Cristo riserva a coloro che chiama ad una particolare vocazione di consacrazione.
Dieci anni, ormai, di esperienza nel campo vocazionale, sia maschile che femminile, mi hanno confermato la verità di quanto ho appena detto. In qualsiasi gruppo o comunità giovanile che abbia davvero espresso delle vocazioni[1] ritornano sempre due caratteristiche fondamentali:
1. La presenza di un pastore-modello che con la sua autorevolezza sappia essere punto di riferimento per i giovani, senza legarli alla sua persona, ma a quella del Cristo;
2. Lo sviluppo di un cammino personale all’incontro con Dio all’interno del gruppo, così che diventi quasi sperimentale per i diversi membri l’origine “cristologica” del loro comune impegno, pur nella diversità personale. Impegno che solo per questo e non per l’adesione ad una qualche ideologia comune può dirsi “cristiano”.
Ma se queste due caratteristiche del cammino ecclesiale che fa da sfondo alla maturazione di una vocazione costituiscono per così dire la condizione necessaria all’azione di grazia del Signore nel suscitare una vocazione, la condizione sufficiente per questa azione consiste proprio nel fornire l’occasione al chiamato per un ulteriore approfondimento del suo rapporto con Dio, al di là di quella vissuta dai suoi amici. Infatti, proprio questa cura particolare che Cristo riserva ai chiamati e che è testimoniata in tutti i Vangeli, ci invita a fare un serio esame di coscienza su quanto la nostra pastorale vocazionale sia autenticamente evangelica.
È chiaro infatti che nella sua vita pubblica Cristo svolge la sua azione apostolica a tre livelli: quello della folla, quello dei discepoli, quello degli apostoli. Ciascuna di queste tre categorie di persone rappresenta infatti un livello di sequela e di relazione col Signore Gesù, che egli rispetta in quanto tale. Senza pretendere che la maggioranza delle persone divengano discepoli o, peggio, apostoli[2]. Ma anche senza, all’opposto, appiattire queste differenze facendo mancare un’assistenza particolare a chi chiama ad un particolare impegno. Chi segue il Signore da “apostolo”, ovvero in una vocazione di particolare consacrazione, ha, insomma, il dovere-diritto ad una maggiore frequenza e intensità di relazioni con Cristo.
Sono queste relazioni qualitativamente diverse che costituiscono l’identità dell’esser apostolo, prima ancora della stessa missione alla quale la persona possa essere in seguito inviata. Missione che infatti può cambiare nel tempo e nelle modalità e che quindi non può costituire il nucleo dell’identità di un consacrato. Ed infatti, attesta il Vangelo, il Signore “ne costituì dodici che stessero con lui e anche per inviarli…” (Mc 3,14).
Se allora vogliamo essere evangelici nella pastorale vocazionale, dobbiamo assolutamente rispettare la gradualità di questa pedagogia divina. Il primissimo annuncio vocazionale dovrà essere necessariamente un invito al fare-per-Cristo (“essere pescatori di uomini”, “seguire l’agnello”). Ma immediatamente dopo, se non simultaneamente, quest’annuncio dovrà trasformarsi in un invito all’essere-con-Cristo (“stare con Lui”, “rimanere presso di Lui”). È solo infatti da questa nuova relazione con Cristo che sgorgherà l’autentica missionarietà apostolica. In altri termini, solo da questa particolare relazione con Cristo, e non dal servizio che si può rendere, la vocazione di consacrazione, quella sacerdotale compresa, avrà la sua specificità e la sua novità, rispetto alle altre vocazioni laicali. Fra l’altro, o la legge del celibato sacerdotale e/o il voto di castità religiosa si comprendono in questa luce, o si finisce nella psicanalisi (e forse dallo psicanalista).
Tradotto praticamente, nelle modalità in cui oggi normalmente si svolge la pastorale a livello giovanile, questo discorso significa che se la nostra pastorale vocazionale sarà incentrata semplicemente su incontri, convegni, proiezioni, testimonianze, campiscuola, etc. che necessariamente puntano sulla presentazione della vocazione di consacrazione come un insieme di “cose da fare” molto particolari, forse pure affascinanti, preghiera e vita interiore comprese, abbiamo fatto solo la parte iniziale del lavoro. Qualsiasi “germe di vocazione” che tali iniziative possano aver risvegliato è destinato ben presto “a venir meno per via”, se immediatamente non interviene qualche “Cristo” a dare il “pane di vita” che sostenga il cammino della persona nel deserto verso “il monte di Dio” del dono di se stesso. Cosa pretendiamo: che qualcuno, (oggi, poi…) si giochi la vita per Cristo solo per una proiezione, una testimonianza o anche un campo-scuola o un ritiro entusiasmante?
Se mi è concessa una piccola confidenza che nasce dalla mia esperienza in questo campo. Quanto lavoro, fatica e impegno sono andati sprecati semplicemente perché è mancato questo secondo, essenziale momento: insegnare ai chiamati a restare-con-Cristo, in relazione profonda, personale e quotidiana. E, ancora, quante sofferenze ed errori avremmo potuto risparmiare a giovani che, dopo aver fatto la sconvolgente scoperta di una non-indifferenza ad una possibile chiamata da parte del Signore, sono stati lasciati a se stessi “a lottare con l’angelo”, così che magari solo dopo anni sono giunti a capire qualcosa in se stessi.
Nessuno sceglie adeguatamente per una vita consacrata, se non in seguito ad una conoscenza personale del Signore e delle sue esigenze, maturata nel profondo. Nessuna profondità nell’incontro fra persone si dà, sopratutto se deve preludere ad un impegno reciproco per la vita, se non nella frequentazione reciproca, assidua, fedele ed insieme gioiosa e liberante: il fidanzamento insegna!… E nessuno è capace di incontrare Cristo da solo, sopratutto a certi livelli. Qui l’analogia con l’affettività naturale mostra il suo limite, visto che siamo nel campo del soprannaturale e non del naturale, dell’ecclesiale e non dell’individuale.
Alcune attenzioni per un cammino di preghiera a sfondo vocazionale
1. L’educatore come guida spirituale del giovane
Da quanto detto, si comprende la necessità di un impegno di tutti coloro che lavorano nel campo vocazionale per riscoprirsi maestri di preghiera e di vita interiore, maestri dell’ “incontro-con-Cristo” e della “vita-con-Cristo”, se vogliamo usare categorie personalistiche molto più adeguate, sopratutto quando si parla di consacrati. E dico di tutti gli operatori vocazionali, perché, ai diversi livelli e secondo i differenti carismi, ruoli e competenze nella chiesa, occorre che tutti ci impegniamo in questa direzione, vista la mole del compito. È assurdo infatti pensare oggi che solo ai sacerdoti possa essere demandato il compito della guida spirituale personale dei giovani nei gruppi, anche se loro sono i primi responsabili in questo campo. Con molta umiltà e consapevolezza dei propri limiti, è doveroso ricordarci che l’essere “maestri spirituali” delle persone è un ministero legato al Battesimo ed alla crescita spirituale che ciascun Battezzato ha compiuto nella sua vita. In generale, dunque, se nessun operatore pastorale (catechista, educatore, animatore, etc.) potrà esser certo di aver concluso il suo compito, quando, dopo tanti discorsi ed attività, non sia stato ancora capace di mettere in comunione la persona con Dio, al livello che è proprio di questa persona[3], tantomeno potrà esserlo un operatore di pastorale vocazionale.
Vediamo allora alcune linee per un cammino di preghiera orientato alla ricerca vocazionale per giovani e giovani-adulti, evidenziando la funzione di colui che si assume il compito, in un sereno rapporto di amicizia e di stima reciproche, di esserne la guida.
La funzione della guida spirituale è sostanzialmente duplice: ordinatrice e verificatrice.
2. L’ordine nella vita spirituale del giovane e la funzione della guida spirituale
Aiutare il giovane a fare ordine nella propria vita è la funzione essenziale, oggi più di sempre, della guida spirituale. La vita spirituale è infatti nel suo nucleo una vita dinamicamente ordinata ad uno scopo ben preciso: la crescita nella carità teologale (=amore verso Dio, se stesso e i fratelli). Riguardo più specificamente alla preghiera, sorgente inesauribile della carità, la funzione ordinatrice della guida spirituale sarà così di:
a. chiarificazione e continuo richiamo dello scopo;
b. attenzione ai modi ed ai mezzi della preghiera;
c. offerta di momenti comunitari di preghiera e di confronto.
a) La chiarificazione e il continuo richiamo allo scopo: la preghiera non sono né formule da rivolgere a Dio, né sentimenti da provare verso di Lui. Essa è essenzialmente il sacrificio del proprio tempo a Dio, perché amore è dono del tempo all’altro. Chi sta donando del tempo a qualcuno, gli sta donando la propria vita. Di qui la stupenda definizione di orazione (mentale) di S. Teresa d’Avila: “L’orazione mentale non è altro per me che un intimo rapporto d’amicizia ed un frequente intrattenimento con Colui da cui sappiamo d’essere amati”.
Se questo principio vale per sempre e per tutti, a maggior ragione vale per il consacrando/ consacrato, per il quale la vita di preghiera ha anche la funzione psicologica di essenziale momento per l’integrazione affettiva della persona. Il senso di un cammino di preghiera impegnato, per un giovane dai diciassette anni in poi in ricerca vocazionale, è dunque fondamentalmente liberante. Come non ci si decide a legarsi ad una persona mettendosi a pensare se ne valga la pena, magari sfogliando la classica margherita, bensì si comincia a frequentare assiduamente l’altro per vedere se l’amicizia può sbocciare in qualcosa di più, così per il Signore. Si tratta allora di aiutare il giovane affinché, attraverso un cammino di “frequentazione assidua” del Signore, giunga ad acquisire la certezza morale, della propria chiamata alla consacrazione sacerdotale o religiosa. Dal punto di vista psicologico, essa si manifesta essenzialmente come la certezza morale che “solo Dio basta” a fornire in modo soprannaturale quell’equilibrio e quella stabilità dinamica della personalità che va sotto il nome, appunto, di “integrazione affettiva”.
Tutto ciò significa cominciare ad impostare il discorso per un’autentica verifica del carisma della verginità, dove, come si vede l’aspetto della rinuncia al matrimonio è, come deve essere, solo secondario. Secondario, appunto, alla sperimentata pienezza di realizzazione personale attraverso il rapporto diretto d’amore con Dio, e non mediato sacramentalmente dalla presenza di un “tu” umano, come nel caso di una vocazione al matrimonio cristiano. E questo, appunto per una grazia, un dono d’amore particolare di Dio, diverso e complementare all’altra grazia che Dio può fare ad un battezzato: quella del donargli una creatura con cui percorrere insieme la via della vita verso il suo Regno.
Aiutare un giovane in ricerca vocazionale ad impostare un’autentica vita di preghiera significa così essenzialmente fornirgli l’occasione per cominciare a sperimentare nel quotidiano se effettivamente Dio la grazia della consacrazione gliel’ha data o intende dargliela, oppure se si è trattato di una costruzione personale che può avere le più svariate motivazioni (“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”). In ogni caso, con un simile cammino vocazionale non si è mai perso del tempo: almeno si è imparato a pregare. Ma soprattutto, di solito in un anno, si è fatta una buona volta chiarezza nella propria vita senza traumi e continui rimandi.
Se dunque il fine è quello di garantire stabilmente al giovane in ricerca almeno un’ora al giorno di preghiera (quale coppia spende meno tempo ogni giorno per compiere il proprio cammino di conoscenza?), si tratterà di aiutare il giovane a sviluppare durante quel tempo un autentico rapporto di preghiera personale fondato sui quattro classici momenti di lectio, meditatio, oratio, contemplatio. Un tempo, quello riservato alla preghiera formale, inserito armonicamente nel corso di una giornata carica di impegni (più ce ne sono meglio è) di studio/lavoro, di apostolato e rapporti sociali, ma a cui al Signore va dato il posto migliore. Si tratta, insomma, di aiutare il giovane a vivere il suo “sacrificio del tempo” a Dio, il sacrificium laudis, vero e proprio sacrificium communionis, con lo “stile-Abele” e non con lo “stile-Caino”.
Meno la fedeltà al proprio impegno di incontro con Dio è emotivamente gratificante, più l’amore che si prova per Lui è autentico e grande e quindi con ogni probabilità dono della sua grazia (“È lui che suscita in noi il volere e l’operare”). D’altra parte, nessun rapporto indissolubile, nel matrimonio come nella consacrazione, può fondarsi sui sentimenti. O si è capaci di stabilizzare i propri rapporti con l’altro al di là dell’ineliminabile instabilità emotiva del cuore umano (nella vita di preghiera, al di là delle cosiddette “aridità”), o non si è fatti per condividere in profondità il cammino di una vita. Per questo, educare il giovane a stimare fortemente le aridità come essenziale momento di crescita nella fede e quindi di verifica dell’autenticità della propria chiamata, è forse la chiave di tutto il discorso. Le “oasi” delle gioie spirituali della preghiera sono solo necessari momenti di ristoro, tanto più necessari quanto più si è acerbi e non allenati. Ma proprio per questo esse sono anche pause nel cammino di crescita: guai a crogiolarcisi narcisisticamente dentro o a ricercarle per se stesse. Quando dunque non si è provato gusto nella preghiera, non è che “non si è pregato come piaceva a noi” Proprio per questo però si è pregato di più e meglio: si è restati accanto all’Altro per amore e non per interesse[4].
b) L’attenzione ai modi ed ai mezzi della preghiera. Va tenuto conto che impostare un cammino spirituale serio nei ritmi della vita di oggi è una sfida in cui nulla deve essere dato per scontato, e come tale deve essere vissuta dal giovane. La secolarizzazione infatti è una realtà sociale che più che distruggere il “sacro” lo ha legato essenzialmente alla sacralità inviolabile ed “immanente” della coscienza dell’individuo, fino a correre il rischio dell’intimismo. Se ogni atto di preghiera è essenzialmente una sacralizzazione (del luogo, del tempo, del corpo e dell’azione) la vigilanza di colui che prega e della sua guida, a partire da questo dato di fatto della secolarizzazione, vanno dunque indirizzate:
– Al luogo della preghiera. Spesso questo sembra un ostacolo insormontabile. Le chiese sempre più frequentemente sono aperte esclusivamente in funzione delle celebrazioni e, d’altra parte, le nostre case con la loro angustia e frastuoni radio-televisivi sono quanto di peggio vi possa essere per pregare. Di qui l’invito, a cercare ogni mezzo per pregare fuori casa, magari approfittando di chiese non-parrocchiali, quali quelle di istituti religiosi, cliniche, ospedali, etc. In ogni caso, quando pregare a casa è l’unica alternativa, bisogna aiutare il giovane a crearsi un proprio angolo di preghiera, magari non-fisso per salvarsi dall’invadenza dei familiari ed allo stesso tempo salvaguardare il precetto evangelico del “prega il Padre tuo nel segreto”.
– Al tempo della preghiera. È forse il momento più delicato nell’impostazione di un cammino spirituale, se è vero che “preghiera formale” significa essenzialmente “sacrificio del tempo a Dio”. In linea di massima, in un cammino vocazionale, è bene distinguere fra due momenti fondamentali di preghiera, al mattino ed alla sera, di solito associati alla relativa liturgia delle ore. Al mattino, rivoluzionando l’orario dell’alzata, va inserito il momento della meditazione della Parola di Dio, innanzitutto dei Vangeli, aiutata da opportuni commenti, a cui associare pian piano anche la messa quotidiana, man mano che si percepisce il valore di meditare la Parola, “ruminarla!”, come dicevano i Padri, dopo essersene cibati sacramentalmente. Questo momento di preghiera, non è comunque specifico del consacrando/consacrato, ma con facilità si possono educare ad esso i giovani più cristianamente impegnati, come di fatto avviene in non pochi gruppi.
Più specifico di un cammino di ricerca vocazionale alla consacrazione è il momento serale della preghiera, se è vero che la dimensione affettiva della preghiera è quella a cui il giovane deve prestare la massima attenzione per capirci qualcosa dentro di sé. Così è essenziale che prima di cena, all’ora del vespro, il giovane in ricerca, dopo aver già fatta propria la preghiera del mattino, si ritagli un’altra mezz’ora di preghiera. Sarà compito della guida spirituale suggerire per essa testi che più che sviluppare l’aspetto meditativo della Parola, accentuino quello contemplativo e con ciò la dimensione affettiva della preghiera stessa. In ogni caso, dal punto di vista pedagogico, è fondamentale che quel tempo che di solito i suoi amici, o lo stesso giovane prima di incamminarsi in una ricerca vocazionale, dedicano allo sviluppo della dimensione affettiva in vista del matrimonio sia dedicato ora allo sviluppo della propria comunione con Dio. Non è azzardato dire alla luce della mia esperienza, che decine e decine di vocazioni sia maschili che femminili che abbiamo guidato in questi anni, si sono decise proprio in questi momenti particolarmente fecondi di preghiera quotidiana. Momenti che spesso vengono, da chi poi risulta chiamato, portati fino ad un’ora di preghiera silenziosa, di solito di adorazione, magari proprio ricordando che alla propria ragazza prima si dedicava altrettanto tempo… È alla sera dunque che la vocazione del discepolo e dell’apostolo divergono: ciascuno infatti torna alla persona che ama. Anche in questo caso, comunque, la funzione della guida sarà di aiutare il giovane a riaggiustare i propri orari in funzione di quest’incontro, in modo che al Signore vada la parte migliore dell’orario serale e non lo scampolo di fine giornata…
– Alla posizione del corpo nella preghiera. Questo sembra un aspetto formalistico dell’educazione alla preghiera e quando se ne parla di solito bisogna tener presente questo pre-giudizio nel giovane che ci ascolta. Invece, si tratta di un aspetto essenziale per sconfiggere il rischio dell’intellettualismo nell’orazione mentale: non è solo la testa che prega, ma tutta la persona. In un cammino di preghiera fondato sui testi, guai se, soprattutto quando si è costretti a pregare a casa, non ci si alza dalla scrivania sulla quale, magari fino al momento prima, si è studiato. Invece, pregare da per terra, con l’aiuto di stuoie e cuscini, magari seduti sui talloni, dà immediatamente lo stile dell’orante e facilita l’interiorizzazione, lo staccarsi dall’occupazione precedente. La posizione del corpo, insomma, non è solo questione di rispetto per Dio (sebbene sia pure questo: se Gesù in persona entrasse nella mia stanza, rimarrei comodamente sdraiato in poltrona? Quindi essere alla presenza di Dio implica anche un certo atteggiamento del corpo…), ma innanzitutto rispetto della nostra unità psicofisica!
– Ai testi della preghiera. È l’attenzione principale della guida spirituale, soprattutto all’inizio. Come abbiamo visto, non si tratta soltanto di proporre un’ovvia gradualità dei testi, ma anche una loro diversificazione in funzione dei vari momenti di preghiera. Si tenga presente, comunque, sempre contro l’intellettualismo, che il testo è un mezzo non un fine della preghiera. Se un testo risulta non adatto a quella persona, si cambia, ma non si smette di pregare. Né, ovviamente, soprattutto quando all’inizio si propongono testi introduttori, vale sempre la pena di meditare tutto il libro. Si tenga presente inoltre che con dei simili ritmi di preghiera, ragazzi di solito molto intelligenti e preparati affinano ben presto il palato spirituale. Guai dunque a continuare ad offrire “omogeneizzati spirituali” a chi comincia ad avere i denti per gustare qualcosa di più nutriente: vorrebbe dire impedirgli di crescere!
c) L’offerta di momenti comunitari di preghiera e di confronto. Questo terzo aspetto della funzione ordinatrice della guida spirituale ha molteplici valenze pedagogiche. Innanzitutto, proponendo mensilmente dei momenti di ritiro a giovani che personalmente seguono un cammino spirituale del tipo sopra descritto, significa educarli all’importanza di queste soste per chi è spiritualmente impegnato. Inoltre, quando si tratta di insegnare a pregare secondo un certo stile, un’ “esercitazione pratica” rende molto meno pedante il cammino di iniziazione: basta poi far riferimento alle modalità di quell’esperienza per trasferirle in qualche modo nel quotidiano. Ma soprattutto il gruppo vocazionale, composto esclusivamente di giovani in seria ed avanzata ricerca vocazionale e dove dunque, a differenza di tutte le altre attività, è bene mantenere la distinzione per sesso, il gruppo vocazionale, dicevo, ha la funzione essenziale di fornire un punto di riferimento al giovane che, necessariamente, non ne trova più nel proprio gruppo giovanile di origine, con tutti i segreti traumi che ne derivano.
Il confrontare le proprie difficoltà ed il proprio cammino con altri amici, soprattutto quando nel gruppo si stia attenti a non superare il numero di quindici persone, in modo da favorire al massimo la personalizzazione dei rapporti, senza impoverirli, fornisce spesso un aiuto decisivo. Se ciò è vero sempre, lo è poi, in base alla mia esperienza, soprattutto fra le ragazze, particolarmente bisognose di questa dimensione di condivisione. Inoltre, sta apparendo sommamente educativo ed arricchente il fatto, molto più marcato che fra i ragazzi, che nel comune ideale di consacrazione, ciascuna poi segua un via diversa.
3. La verifica nella crescita spirituale e la funzione della guida spirituale
Come già abbiamo detto, ma forse vale la pena di ripeterlo, il fine del cammino spirituale è la crescita nella carità teologale. La preghiera dunque non è mai fine, ma mezzo. È infatti il mezzo con cui il Signore ci ha insegnato ad attingere al “pozzo d’acqua viva” per non venir meno al precetto dell’amore nel corso di un’esistenza. Se ciò vale sempre, vale in particolare anche in un cammino di preghiera inserito in un itinerario di tipo vocazionale.
Se questo cammino di un’intimità sempre maggiore col Cristo che la Chiesa, soddisfacendo ad un suo preciso obbligo verso i chiamati alla consacrazione, cerca di garantire loro con una cura particolare, non produce frutti di crescita nella carità e nell’entusiasmo apostolico, occorre dubitare seriamente che quella preghiera sia suscitata dalla grazia del Signore. Egli infatti, dal Genesi ai Vangeli all’Apocalisse, sembra non aver mai particolarmente gradito la presenza di piante puramente ornamentali nel suo giardino.
La funzione della guida spirituale, dunque, pur senza mai sostituirsi alla libera decisione del giovane, deve renderlo particolarmente attento a tutti i segni di vita concreta che possono attestare dell’autenticità o meno di un cammino di preghiera anche molto intenso che egli stia compiendo. In genere, si può dire, seguendo l’insegnamento millenario della Chiesa su questo punto delicatissimo, che l’azione della grazia in un cuore consiste essenzialmente nel rendere più facile e piacevole il compimento di quel “bene” che prima non si aveva la forza di compiere, allo stesso tempo aumentando il desiderio per ulteriori progressi nella carità.
Al senso di un’interiore, sovrabbondante realizzazione e completezza che lo scoprire di “essere fatto per Dio” e per “essere con Lui” porta necessariamente con sé, deve dunque accompagnarsi un miglioramento generale nella qualità morale della vita del giovane. Dove l’attenzione va posta non tanto e non solo sul superamento di deficienze morali legate all’età e per le quali vi sarà tempo per intervenire in seguito, ma innanzitutto sulla crescita del desiderio apostolico di far partecipi quante più persone possibili del proprio dono. Un desiderio che non può mancare neanche in vocazioni contemplative (anzi in esse deve essere possibilmente ancora più forte) e che deve già avere una sua quanto si vuole prima, parzialissima, ma autentica realizzazione in un concreto impegno di servizio, catechetico e/o caritativo.
Senza di questo, un itinerario di approfondimento vocazionale fondato su un cammino di preghiera intenso come quello prima accennato, farebbe cadere la persona in preda dell’illusione. Spetta alla guida spirituale, non solo iniziare il giovane in ricerca in un concreto impegno di servizio ecclesiale quando esso mancasse, ma anche fare da cassa di risonanza di diversi aspetti della vita del giovane che possano emergere nello svolgimento di questo servizio ed aiutarlo così a compiere un discernimento oggettivo. E questo contro i due pericoli della paura e dell’esaltazione che, anche se da lati opposti, sono sempre in agguato a minare l’autenticità di un cammino di vocazione.
Note
[1] Ogni gruppo cioè che non abbia funzionato da puro e semplice “contenitore” di una vocazione sviluppatasi individualmente, ma che abbia avuto un ruolo determinante nel cammino di maturazione, caratteristicamente, non di una, ma di diverse vocazioni di consacrazione in alcuni suoi membri.
[2] Gesù infatti sente pietà per la folla, non perché non era entrata nel novero dei settantadue, o, addirittura, dei dodici, ma solo perché era senza pastori che l’aiutassero in quanto tale. Al contrario, l’eresia catara, quella della Chiesa esclusivamente dei “puri”, degli “impegnati”, è sempre stata una delle tentazioni fondamentali della Chiesa in ogni epoca, anche postconciliare…
[3] E tutti saranno ammaestrati da Dio (Gv 6,45; cfr. Is 54,13; Ger 31,33s.): essere “maestri” in regime di Nuova Alleanza, significa ultimamente rendere la persona capace di ascoltare il Maestro Interiore. Altrimenti apparteniamo ancora alla Vecchia Economia: quella che dà la capacità di conoscere dov’è il bene, ma no la forza di farlo.
[4] Non per nulla i grandi mistici cristiani, a cominciare da Agostino e Bernardo, hanno sempre evidenziato che esiste una “castità spirituale” da custodirsi nel cammino di comunione con Dio con altrettanta vigilanza e sollecitudine di quella dell’affettività naturale.