N.04
Luglio/Agosto 1989

Il CDV di Torino e il suo contributo alla realizzazione del piano pastorale diocesano

Di fronte all’impegno che la diocesi sta assumendo su: “Vocazioni-Pastorale giovanile e di ragazzi-Oratorio”, mi sembra doveroso comunicare a tutti ciò che ho imparato prestando servizio nel Centro diocesano Vocazioni a proposito della Vocazione sia nel suo significato che nell’applicazione come pastorale vocazionale.

Ammesso, ma non scontato per tutti, che la pastorale familiare, dei ragazzi e dei giovani sia da attivare, da coordinare nelle e tra le parrocchie e la diocesi, quando si vuole porre l’attenzione sulla pastorale vocazionale, le cose si complicano ancora di più.

Più volte mi sono chiesto perché in molti gruppi e parrocchie ci sia tanta resistenza a parlare di vocazione. Sono giunto ad una prima conclusione: si abbina vocazione a vita consacrata oppure si è convinti che si debba affrontare il tema della vocazione per gradi, per non spaventare l’uditorio. Niente di più errato, perché vocazione non dice prima di tutto vita consacrata né tanto meno semplicemente vocazione alla vita.

Fino a prova contraria, quando si parla dell’uomo non lo si può pensare solamente chiamato alla vita, ma alla vita umana, cioè ad una vita di relazione, il cui primo interlocutore è Dio e della quale Dio prende l’iniziativa per primo nel chiamare l’uomo. Cristo sarà l’espressione più completa di questo Dio che chiama: “vieni e seguimi” (Mt 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22 ecc…). Questo appello è per tutti i cristiani, in ogni tempo, stagione, età. Ed ancora, la Chiesa stessa è un Popolo di convocati. Ma allora, perché tanta resistenza, paura nel parlare di vocazione, e perché privare l’uomo della coscienza che la sua esistenza è importante proprio perché da sempre Dio lo cerca e lo chiama?

Non si darà forse il caso che la mentalità secolarizzata abbia intaccato la fede? Pare proprio che vocazione e fede debbano coesistere e che il vuoto vocazionale sia rivelatore di povertà di fede. I testi di catechismo consegnati ai fanciulli, ai ragazzi, ai giovani, agli adulti sono ricchissimi di accenni vocazionali: basti ricordare i titoli: Io sono con voi; Sarete miei testimoni; Venite con me; Io ho scelto voi; Vi ho chiamati amici; Non di solo pane; Signore, da chi andremo?.

E stato pubblicato un sussidio curato dal Centro Nazionale Vocazioni edito dalla L.D.C.: “Vocazioni nel catechismo dei fanciulli”, ma quanti catechisti lo conoscono e lo utilizzano?

La seconda considerazione è che occorre liberare il termine vocazioni da eccessi di sentimentalismo o di soggettivismo, per riproporlo all’interno di un discorso di fede, capace di ottenere l’obbedienza del credente alla Parola di Dio che egli ascolta, medita, prega ed annuncia. E non solo, ma occorre che il discorso vocazionale venga fatto in una realtà di Chiesa, dove ciascun chiamato da Dio attraverso la Sua Parola e le necessità della Chiesa stessa e i carismi ricevuti, è invitato a risponderGli.

Viene da sé il terzo suggerimento: la fede non porta ad un concetto astratto, ad una dottrina o ad un’idea, ma ad un coinvolgimento di tutta la persona (testa, cuore, vita) nel seguire Gesù Cristo, perché Lui è il vero Progetto realizzato e ben riuscito di uomo, come ebbe a presentarlo, senza conoscerne la portata, Pilato: “Ecco, l’uomo” (Gv 19,5). Ma seguire Gesù Cristo vuol dire fare da “secondi”: Lui è il primo e a Lui bisogna costantemente guardare per ogni atteggiamento, per ogni scelta.

Mi sembra opportuno a questo punto notare un’altra resistenza sovente presente di fronte alla vocazione, quasi si trattasse di una realtà troppo spirituale, perché intesa nell’accezione meno vera e più povera, poco incarnata, mentre sappiamo che nessuno più dei Santi (sono i discepoli riusciti di Gesù e noi a Torino ne abbiamo conferma) è stato attento ai segni dei tempi, alle vere povertà dell’uomo del suo tempo.

Viene da chiedersi allora se non risiedesse proprio nelle motivazioni di fondo della fede in Gesù la forza innovatrice e propulsiva di tante scelte.

Occorre ancora rivedere il nostro modo di fare pastorale forse troppo inficiato di tratti secolarizzati e poco cristiani. Incontrando gruppi, associazioni, ecc. ho visto presenti seminaristi consacrati laici, diaconi, religiosi/e, preti, animatori e catechisti ma ho l’impressione che questi siano cercati per il servizio che svolgono e non per il significato che la loro presenza ha nella chiesa. A questo punto occorre persuaderci che non basta limitarsi a fare la giornata del Seminario o quella mondiale di preghiera per le Vocazioni, né tanto meno fare una giornata o settimana vocazionale, se poi questa sensibilità non viene coltivata nel perdurare del tempo attraverso dei “cammini vocazionali”.

Così si esprimono i nostri Vescovi del Piemonte nel messaggio: “Pregate il Signore della messe”: non basta fare la proposta vocazione nel gruppo o al singolo, se poi non viene fatto un iter vocazionale. E anche questo cammino deve coniugare bene l’essere personale con l’ecclesiale, perché ogni vocazione è nella Chiesa “al fine di edificare il Corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stadio di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,12b-13). Un cammino serio non può farsi se si dimentica anche solo una di queste componenti: Parola di Dio, Sacramenti, Carità (servizio), Direzione Spirituale.

Da ultimo penso di poter dire con una certa convinzione che il primo direttore spirituale, sempre all’opera nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, è lo Spirito Santo per cui quando “arriviamo noi” dobbiamo avere almeno l’umiltà di ritenerci ancora una volta “secondi” e di saperci mettere in ascolto dello Spirito per aiutare a discernere, convinti che ogni vocazione è prima per la Chiesa e poi per il proprio istituto.

Non c’è vocazione di serie A o serie B, perché tutte le vocazioni di speciale consacrazione si capiscono e sono vere a partire dalla fondamentale, che è quella battesimale, cioè cristiana in una Chiesa una santa, cattolica ed apostolica.

Soltanto se c’è in noi questo respiro, ci sarà anche la capacità di accogliere e di guidare verso le altre forme di vocazioni, considerate essenziali alla vita della Chiesa stessa, e ogni Chiesa si darà da fare affinché queste non vengano a mancare. Concludendo mi viene da porre due interrogativi a tutti i sacerdoti: noi preti che cosa facciamo per essere guida spirituale, educatore alla preghiera, alla Parola di Dio e al discernimento dello Spirito? Quali contenuti privilegiamo nel nostro lavoro educativo alla fede e alla vita ecclesiale?