N.04
Luglio/Agosto 1989

Relazione del C.R.V alla conferenza episcopale regionale dell’Emilia Romagna

 

Premessa

È stata promossa dal Centro Nazionale Vocazioni una ricerca per fare il punto sul servizio del Centro Diocesano Vocazioni (CDV). Riportiamo un primo giudizio (sulla situazione regionale) fatto dall’incaricato del CNV di elaborare i dati sia nazionali che regionali.

Come ogni ricerca statistica, può risultare fredda e provocatoria. Tuttavia possiamo affermare che, pur camminando tra inevitabili difficoltà, scoraggiamenti, ritardi… (le difficoltà, per una pastorale vocazionale unitaria diocesana, possono essere di natura diversa, ma così sintetizzabili: abitudine a un lavoro individualistico; gli scarsi contatti tra gli operatori, in particolare sacerdoti diocesani e religiosi, da cui una scarsa conoscenza reciproca; una diffusa resistenza ad aprire ad altri il proprio “campo di lavoro”; il facile scoraggiamento dei religiosi e delle religiose di fronte ad un CDV che non funziona o non cura abbastanza il necessario cammino di riflessione, incontro, animazione e, soprattutto, programmazione unitaria), i nostri CDV e il CRV sono e vogliono essere di stimolo per una ricerca di comunione nella pastorale vocazionale unitaria, costruita giorno per giorno a tutti i livelli.

L’esperienza ci dice che se si riesce a fare qualche passo nel cammino reale di comunione nell’animazione vocazionale lo si deve, oltre alla invisibile grazia di Dio, al clima di amicizia e di fattiva collaborazione che si crea tra gli Animatori-Vocazionali della Regione, molto più che a statuti, progetti, ecc. Questo clima si crea adagio. Forse è frutto anche di tenacia, costanza e pazienza, frequenza regolare agli incontri, cordiali e unitari.

 

 

 

Dati

Direttore: Un servizio a tempo parziale (10 su 13) e solo 3 a metà tempo. Unito a compiti già di per se stessi impegnativi e non infrequentemente fra loro cumulati (rettore di seminario: 7; direttore spirituale: 4; insegnante: 4; parroco: 3; ecc.). Già fin nella definizione dell’ambito di impegno lavorativo il servizio vocazionale appare come un’attività marginale, residuale. Si noti poi la tendenza ad unificare “rettore” con “direttore CDV”, riducendo di fatto il discorso vocazione a “vocazioni per il seminario”. Partecipazione a consigli pastorale e/o presbiterale diocesano: solo in 3 casi il direttore vi partecipa specificamente a motivo del suo ruolo.

 

Funzionamento: Commissione/ufficio: vi è in ogni diocesi (solo in una manca) ed in essa sono presenti le varie realtà ecclesiali (presbiteri diocesani, religiosi, religiose, laici, missionari) con eventuali integrazioni locali (sposi, diaconi permanenti, ecc.). Le riunioni si tengono a cadenza mensile (solo in 2 casi hanno un “ritmo” settimanale) ma non è infrequente che ci si ritrovi poi di fatto solo 2 o 3 volte all’anno. L’impegno principale dell’ufficio è certamente quello della “programmazione” con poi le specificazioni a livello di studio, animazione, ecc. Consiglio: in 6 diocesi è istituito pure un “consiglio”, il quale, però, pare funzionare in maniera discontinua. Nel complesso si ha che il CDV opera secondo una “programmazione” annuale (solo in 3 diocesi tale fatto risulta assente).

 

Servizi offerti: L’animazione vocazionale è certamente presente a livello diocesano con dei punti comuni di convergenza attorno alle iniziative dei campi-scuola e degli incontri di animazione per giovani. Di fatto assente è a livello zonale. Nella parrocchia è più episodica legata a specifiche richieste della comunità (e “probabilmente” alla sensibilità del parroco). Nel complesso le iniziative attuate paiono incontrare approvazione e sono positivamente valutate. La giornata mondiale per le vocazioni non solo è celebrata con cura animandola attraverso iniziative di propaganda (materiale illustrativo, incontri di preghiera, ecc.), ma è anche “vissuta” come momento di arrivo di un lavoro annuale (6 diocesi su 13).

 

Collaborazione: Buona è la collaborazione con il seminario e nella stessa linea, seppure con minore intensità, è quella con le religiose. Più “freddi” appaiono i rapporti con i religiosi (solo in 5 diocesi essi sono dichiarati esistenti) e non si va poi, anche in questi casi di collaborazione, al di là di una reciproca buona convivenza.

Nel complesso mi pare che anche in Emilia Romagna, al di là delle tante e belle parole, il discorso vocazionale sia lasciato allo spontaneismo. La stessa mancanza di direttori stabilmente impegnati al riguardo la dice lunga sul come è in realtà percepito il discorso vocazionale.

 

 

 

Programmi di lavoro

La pastorale delle vocazioni in questi anni ha trovato e trova un preciso punto di riferimento, confronto e verifica nel piano pastorale “Vocazioni nella Chiesa Italiana” (P.P.V.). È un piano nella sua piena attualità, un piano in corso e che adesso si tratta di spingere a fondo nella sua attuazione. È una necessità per tutti di ispirare ad esso cammini ed impegni vocazionali.

È urgente, sulla spinta che viene dallo spirito e dalle intenzioni esplicitamente dichiarate del P.P.V., un ulteriore sforzo di coscientizzazione perché gli operatori pastorali credano ad una pastorale vocazionale unitaria e sciolgano, se necessario, ogni riserva mentale soprattutto a livello di prassi ecclesiale nei confronti di quella che è ormai una scelta ecclesiale.

Giovanni Paolo II a Bologna, il 14 aprile 1982, nel discorso ai seminaristi è agli alunni degli studentati della regione, dopo aver ricordato figure di Seminaristi o Sacerdoti della regione eminenti in santità, diceva: “Tali belle e feconde tradizioni di spiritualità debbono confortare voi, i Superiori, i Sacerdoti, perché le vocazioni ecclesiastiche, nell’Emilia Romagna, fioriscano sempre più numerose e siano adeguate alle molteplici e complesse esigenze spirituali dei fedeli… Occorre forse – continuava il Papa – continuare una intensa, articolata ed organizzata collaborazione tra sacerdoti, famiglie, parrocchie nell’ambito dei Centri diocesani per le vocazioni di speciale consacrazione; studiare e realizzare una ‘pastorale delle vocazioni’, a livello regionale e a livelli diocesani, in fraterna sincronia ed in comune, concorde azione tra presbiteri diocesani e religiosi, religiose e laici. La fecondità di una diocesi è intimamente collegata con la fecondità delle vocazioni”.

Il CRV, organismo di collegamento tra i CDV, in questi anni ha fatto il suo cammino, cadenzato dal passo delle singole Chiese particolari e sostenuto dai doni di grazia fatti dallo Spirito alla comunità. Non andrò certo ai singoli passi. Ritengo tuttavia importante una memoria storica. La Chiesa vive sempre tra memorie e profezia.

 

Memoria: Se è vero che a livello teorico sembra ovunque accettato il principio della comunione e della corresponsabilità, a livello pratico ci si muove con fatica e si registrano momenti più o meno felici. Ecco allora nascere in regione la necessità di darci un progetto che vuole essere uno strumento proposto ai CDV, cuore e polmone della pastorale vocazionale unitaria, e agli animatori vocazionali per camminare in sintonia con l’ispirazione del nuovo piano pastorale. L’esigenza di una pastorale organica non è determinata dalla mania di efficientismo, ma dall’obbligo di dover essere “validi sacramenti di salvezza”, in piena disponibilità all’azione dello Spirito. D’altra parte, soltanto nell’ambito di una valida pastorale organica è possibile realizzare la partecipazione e la corresponsabilità di tutti i membri e di tutte le vocazioni della Chiesa. Il Progetto Operativo si presenta quindi come: quadro di riferimento per realizzare una pastorale vocazionale unitaria e per progettare una cammino di animazione e formazione rispondente alle necessità della regione; strumento che sollecita i CDV a tener presenti le finalità, gli obiettivi e ricercare le modalità concrete, cioè gesti e iniziative, per una azione unitaria di pastorale vocazionale; mezzo di formazione di una coscienza vocazionale.

1985: Assemblea animatori vocazionali.

1986: Elaborazione del Progetto Operativo Regionale e relativa presentazione ai CDV e alle assemblee delle singole categorie vocazionali.

1987: Seminario sulla direzione spirituale.

1988: Assemblea animatori vocazionali. Gruppi, movimenti, associazioni: quale pastorale vocazionale?

1989: Assemblea animatori vocazionali. Genitori, catechisti, educatori: animatori vocazionali?

 

Profezia: Il problema delle vocazioni nelle nostre comunità è sempre presente e possiamo anche affermare che si cerca di viverlo. Però dobbiamo aggiungere che ora ci troviamo in una situazione socioculturale inedita, con una crisi specifica della famiglia e delle vocazioni, tra una gioventù in condizioni di particolari difficoltà per gli ideali evangelici e con un pluralismo che relativizza l’urgenza vocazionale. Urge dunque ripensare le cose. Non perché abbiamo saputo coltivare le vocazioni si può tralasciare di ripensarne la pastorale. Anzi, forse proprio perché lo abbiamo già fatto e magari ci siamo abituati ad una metodologia ispirata ad altre situazioni culturali, dobbiamo riconsiderare a fondo il tutto, in relazione alle circostanze nuove, alle sfide emergenti. Siccome non possiamo prescindere dalla pastorale vocazionale, di fronte a un problema provocato non dalla nostra cattiva volontà ma dalla situazione evolutiva della società, noi abbiamo il sacrosanto obbligo, senza altro prioritario, di rivedere il nostro impegno per le vocazioni.

Questo significa superare ciò che sa di provvisorio, che è a sé stante; significa superare anche ciò che è gestito unilateralmente da parte di chicchessia senza un impegno corale di tutta la comunità cristiana.

Evidentemente è impegno di tutti: dei nostri Vescovi, primi responsabili nella Chiesa di tutte le vocazioni; degli stessi CDV, espressione della cura del vescovo per le vocazioni i quali devono con sempre maggior consapevolezza e convinzione essere orientati alla loro specificità, non lasciandosi disarmare e disanimare da difficoltà, da stanchezze, da insuccessi che si incontrano lungo il cammino; delle parrocchie, le concrete comunità che devono vedere la pastorale vocazionale non come qualcosa di episodico rispetto alla vita parrocchiale; degli organismi pastorali; di gruppi, movimenti e associazioni,…

È importante davvero riuscire a far sì che la pastorale vocazionale stia dentro e sia quasi onnipervasiva, cioè pervada tutta la pastorale ordinaria.

E se si può fare una sottolineatura, direi così: è sempre più urgente riportare la dimensione vocazionale nel suo “habitat” naturale: la parrocchia, negli itinerari di fede in essa presenti (gruppi, movimenti, associazioni) e soprattutto nella famiglia.

L’annuncio vocazionale nella comunità parrocchiale sembra infatti al momento un fatto sporadico. Troppo spesso la dimensione vocazionale è compresa come “un qualcosa in più da fare” anziché come l’“anima” stessa di tutto il servizio di evangelizzazione che essa esprime.

La situazione reclama un’ulteriore ed urgente coscientizzazione degli educatori alla fede nativi della comunità cristiana – dai parroci, alle famiglie, ai catechisti, ai vari animatori – perché la dimensione vocazionale sia la vera anima di ogni progetto educativo cristiano e perché il primato della vita spirituale e della educazione alla medesima maturi veri itinerari vocazionali soprattutto per ragazzi, ragazze e giovani impegnati in un cammino di fede completo e armonico ai vari livelli della comunità cristiana.

Allora poi sarà necessaria la presenza del CDV nei luoghi dove si pensano e si progettano itinerari pastorali, perché la dimensione vocazionale non manchi mai, sì da non lasciar passare occasione per evidenziare, sottolineare e sviluppare la nativa dimensione vocazionale di ogni iniziativa pastorale. E ciò, come ben ricorda il nostro Piano, sempre “con la consapevolezza che è più importante creare il senso di chiesa attraverso le varie iniziative che promuovere le iniziative stesse”.

 

– Scelte prioritarie

Certamente la scelta prima è la preghiera. “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque…” (Mt 9,37-38). Le vocazioni sono un dono di Dio. Tutta la comunità cristiana è chiamata a pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe.

Preghiera quindi come impegno di tutta la comunità e preghiera costante. Bisogna tuttavia che si arrivi anche ad una vera e propria intesa che generi condivisione di impostazione, di indirizzi e di finalità del lavoro vocazionale diocesano tra i vari rappresentanti di tutte le componenti vocazionali e pastorali – nessuno escluso – che operano in una diocesi, nella compresenza, nella complementarietà e nella corresponsabilità. Quando non c’è questa compattezza responsabile e questa armonia creativa fra tutte le componenti vocazionali e pastorali, la pastorale vocazionale rischia di zoppicare e spesso di inciampare.

Certo tutta la comunità credente è responsabile in ordine alle vocazioni. Tuttavia, le persone consacrate ne sono responsabili in modo particolare. Si tratta di proporre ai giovani d’oggi, con la propria vita, Cristo e il suo modo di servire l’uomo. Certo deve essere una testimonianza gioiosa e trasparente, comunitaria e personale (cfr P.P.V. 57, 19, 32, 34, 35, 36).

Il lavoro vocazionale deve essere collegato strettamente con la pastorale giovanile, anzi deve essere inserito all’interno del suo dinamismo. La natura e le finalità di entrambi non consentono scissioni.

Ogni vocazione nasce sul terreno della fede e si sviluppa nella misura in cui questa diventa vita attraverso la formazione spirituale. I tentativi di separare questi due aspetti si -sono dimostrati di corto respiro, particolarmente negli ambienti culturali complessi.

Ne consegue che terreno naturale della proposta vocazionale sono gli ambienti in cui sviluppiamo la nostra pastorale giovanile, vere mediazioni educative, luoghi dell’impegno della parrocchia per dare una educazione cristiana a ragazzi, adolescenti e giovani. Fin dai primi passi della educazione alla fede si devono far presenti i motivi vocazionali e favorire gli atteggiamenti che abilitano a leggere i segni di Dio, aiutando a rispondervi con generosità.

Una pastorale giovanile che non abbia dentro di sé e in ogni fase del suo sviluppo una spinta vocazionale, non coglie nel segno la propria finalità. “Catechisti, insegnanti, educatori, animatori laici della pastorale giovanile e vocazionale hanno una primaria importanza per le vocazioni” (P.P.V. 37). La risposta alla vocazione dipende oggi molto dalla proposta che questi laici, preposti alla formazione dei giovani, formulano e mettono in atto.

 

– Alcuni punti fermi.

Anzitutto accogliere e celebrare la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, non tanto come una “Giornata” fine a se stessa ma piuttosto come “tempo” e “itinerario” permanente per tutta la comunità cristiana di preghiera e catechesi vocazionale.

Conciliare la proposta e l’accompagnamento delle vocazioni di speciale consacrazione con la pastorale vocazionale del seminario diocesano. Aprire e dare rilievo nel piano-programmazione diocesano annuale allo annuncio di tutte le vocazioni di speciale consacrazione che sono dono di Dio alla Chiesa, con particolare attenzione alla vocazione religiosa, secolare, missionaria, femminile.

Favorire la pastorale ordinaria in chiave vocazionale e innervare tutte le espressioni della vita della comunità parrocchiale – catechesi, liturgia, servizio della carità – della dimensione vocazionale.

Qualificare la pastorale dei fanciulli, adolescenti e giovani, come proposta di un itinerario di fede, comunitario aperto all’annuncio vocazionale e personalizzato nella direzione spirituale.

Valorizzare e potenziare decisamente il servizio unitario del CDV.

 

 

Conclusione

Non dovremmo spaventarci per queste indicazioni: il modello è un ideale che viene proposto; nella concretezza, si tratta sempre di un lungo cammino da percorrere. Questo cammino, fondamentalmente, passa attraverso lo stesso servizio che l’animatore vocazionale è chiamato a svolgere nel suo fedele adempimento.

Pur non volendo costringere tutte le iniziative vocazionali entro una rigida programmazione e un preciso organigramma, bisogna dire che, per essere efficace, il ministero dell’animatore vocazionale, e con esso la pastorale vocazionale, deve entrare a pieno diritto nel contesto del piano pastorale globale, di cui ogni chiesa particolare dovrebbe disporre.

Credo che con i tempi, con i modi anche nuovi che lo Spirito suggerirà alla Chiesa e alle nostre Chiese, il cammino ci inviti ed esiga fiducia.

Se è vero, come è vero, che è Dio che chiama, altrettanto è vero, come ha affermato più volte Giovanni Paolo II, che “ordinariamente Egli chiama per mezzo delle nostre persone e della nostra parola”. E i giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di questa “parola” e della nostra azione concreta, quella che i CDV a nome della Chiesa stanno dando. Solo così potremo, anche nel lavoro quotidiano, imprimere dinamismo al cammino di tutti.