N.01
Gennaio/Febbraio 2000

Prendere il largo sulla sua parola

Davanti alla Parola è importante mettersi in ascolto, soprattutto di fronte a Gesù, di fronte alle sue chiamate, ai suoi gesti, alle sue imprevedibili iniziative; è pure illuminante cogliere il movimento dello sguardo, della mente e del cuore di uomini e donne che entrano nell’orizzonte salvifico di Gesù. Ma sovente è curioso lasciar parlare le “cose”. Anche il linguaggio simbolico delle cose può raccontare una storia, può parlare di Gesù e dei discepoli, più di quanto non appaia a prima vista. Io riascoltando per l’ennesima volta il brano di Luca 5,4-11, sono rimasto colpito dalle “barche”. Ce ne sono di diverso tipo: almeno tre. Tutte narrano un’esperienza, una storia vera.

 

Barche in ormeggio

Ci sono anzitutto le barche ormeggiate alla sponda. “I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Gesù salì in una barca che era di Simone”. Così ha inizio il nuovo destino di Pietro.

Le barche ormeggiate alla sponda richiamano spontaneamente soprattutto la storia di tanti di noi, e di molti dei nostri giovani. Forse pochissimi di noi sanno datare esattamente l’ora e il giorno in cui Gesù è salito sulla nostra barca, ha messo piede nella nostra vita. Ma l’avventura vocazionale è cominciata di lì. Un serio cammino spirituale ha inizio proprio dal fare spazio a Dio sulla barca della propria vita. Quando Gesù chiede di salire sulla barca di Simone, non trova ostacoli. Anzi sembra che il Rabbi non chieda neppure: “Salì…”. Pure nella vita di ogni persona, di ogni giovane, Dio vuole entrare: bussa con discrezione, ma anche con autorevolezza. Certo il linguaggio di Dio è imprevedibile: talora fa sentire una sorta di inquietudine, di pace insoddisfatta con le cose che si fanno; talora mette nel cuore un desiderio forte, una passione ideale. O semplicemente un’ispirazione, un’intuizione, che potrebbe sbocciare fino a diventare una scelta, un progetto importante. Una cosa è certa: è difficile che Dio si accontenti della nostra barca, sia pure come pedaggio per parlare a tanta gente; gli esiti della sua presenza nella nostra vita sono imprevedibili.

 

Barche al largo

Ma oltre le barche in ormeggio sul lago di Genezaret, ci sono le barche al largo. Sono barche che evocano la fatica di una notte andata a male. La deludente amarezza risulta palese nelle parole di Pietro: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Ma sono pure barche che evocano il miracolo di una pesca generosa, oltre misura.

Le barche al largo fanno subito pensare all’esperienza del nostro ministero di educatori al servizio dei giovani e dei ragazzi. Le notti insonni andate a vuoto sono molte, e forse vi abbiamo fatto l’abitudine, sino al punto di non credere più nella possibilità di fare diversamente e di fare meglio. Si sono tentate tutte, e talora non resta che consolarsi pensando che forse le reti tirate a riva, nonostante le apparenze, portino intrappolato tra le maglie qualche pesce. Ma per lo più lo scoraggiamento, sclerotizzato con gli anni, porta a pensare che nulla è possibile di nuovo; e tantomeno a credere che il riprovare a gettare le stesse reti, in altro tempo o in altro modo, possa sortire qualche risultato.

E tuttavia le barche al largo evocano pure l’audacia dei discepoli. Essi pur avendo in corpo la fatica della notte insonne, fanno sbocciare la fiducia inedita giocata su una motivazione precisa: “Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. L’avversativa è forte: è andata a male; “ma” sulla tua parola ci credo lo stesso. Ciò che cambia non sono le reti, non è una nuova intuizione umana; ma la motivazione, la spinta interiore: “sulla tua Parola”. Non più una parola dalla barca per la gente. Ma una parola che entra nella mente, nel cuore, nelle vene di Simone per operare il miracolo.

Insomma le barche al largo hanno molte cose da dire. Delusioni e successo, reti vuote e reti al collasso per l’imprevedibile esito, forse annodano anche la trama della nostra vita e del nostro ministero. È una storia che a pensarci bene riguarda la fatica di tante persone: i santi, che vedono anche nella notte come i gufi, sanno cogliere più facilmente l’azione feconda di Dio nella storia e nella loro vita, e sanno gettare i semi dell’ottimismo anche nei cuori più poveri di speranza; sanno prendere il largo. I meno santi sono spesso rassegnati a misurare solo il piccolo cabotaggio della propria barca, del proprio io e non smettono di raccontare soprattutto le notti andate a vuoto.

Pietro dunque ritenta con gioia e con fiducia: “Sulla tua parola”. Non attende che il tempo cambi la direzione del vento: ritenta subito, cambiando semplicemente il baricentro del cuore: “sulla tua parola”. C’è dunque modo e modo di prendere il largo e di lavorare. E soprattutto ogni educatore è chiamato ad interpretare e a testimoniare con intelligenza e fiducia la pedagogia di Gesù, che è pedagogia di proposta, di iniziativa. “In verbo tuo” è il sottotitolo del documento conclusivo del Congresso europeo sulle vocazioni del ‘97.

Il discepolato cristiano nella sua originalità, non accade per auto-candidatura, ma per chiamata. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). La sapienza della proposta chiede iniziativa e suggerisce la capacità di dialogo personale per entrare nell’orizzonte misterioso e interrogante della persona e dei giovani in particolare. La sapienza della proposta avviene oggi, soprattutto attraverso quei tratti comunicativi che rendono efficace la parola di Dio: ed è, in particolare, la testimonianza di una vita continuamente rigenerata nella Pasqua del Signore, nella visibile capacità di gioia, di pazienza, di creatività, affrancata dalle sedimentazioni del pessimismo, dello scetticismo e dell’attesa passiva. È difficile pensare che un dialogo interpersonale cada nel vuoto quando passa attraverso un rapporto ricco di umanità, di ascolto e di fraternità e di paternità propositiva.

 

Barche tirate a terra

Infine sul lago di Genezaret ci sono delle barche tirate a terra. Anche queste parlano: su di esse c’è la storia di Pietro, di Giacomo e di Giovanni, con la presa di coscienza della loro miseria di fronte all’irruzione del mistero di Dio in Gesù: “Signore, allontanati da me che sono un povero peccatore” (v 8).

C’è il passato dei discepoli: “sono barche a terra”, e c’è il futuro: ormai sono chiamati a diventare pescatori di uomini. Sempre pescatori, ma di altro.

Anche nella vita del prete, di un consacrato, di un laico cristiano, c’è una sorta di seconda chiamata: talora è esplicita e talora implicita; una chiamata che di solito viene intuita dentro un contesto di preghiera, di silenzio e di grazia. È una sterzata che si dà alla vita quando si opera un serio discernimento: e le si dà una svolta, un’altra direzione: più cristocentrica, più ecclesiale ed aperta, più essenziale. C’è un momento nell’esperienza spirituale degli uomini di Dio in cui si tira la barca a terra e si operano delle scelte più coraggiose. Di solito attraverso una domanda essenziale e personale: “In questo momento quali scelte sono importanti e necessarie per una qualità diversa della mia vita?”. Questa domanda prevede di mettere in conto il tirare la barca a terra, il lasciare abitudini acquisite per dare un altro respiro alla propria vita.

Io mi permetto di richiamare qualcuna di tali scelte, che ritengo indifferibili oggi per una qualità diversa della pastorale vocazionale: la cura della vita spirituale con la preghiera fedele e prolungata, e ciò comporta l’abbandono della barca di un attivismo illusorio e deludente; il mettere al primo posto le esigenze di fraternità e di comunione, e ciò comporta l’abbandono della barca delle proprie cose; la cura dei rapporti personalizzati tessuti di ascolto, e ciò comporta l’abbandono della barca di una pastorale puramente organizzativistica; l’apertura di orizzonte del mistero alle esigenze della Chiesa, e ciò comporta il superamento del piccolo cabotaggio a cui è troppo abituata la nostra barca. Insomma nel ministero c’è bisogno di ricuperare l’essenziale. E molte cose fanno parte della zavorra, che pesa su una barca da lasciare; l’essenziale costituisce una nuova direzione della vita, uno slancio che probabilmente rende anche più sereno e più credibile il ministero di ogni educatore.

Le barche in ormeggio, le barche al largo e le barche a terra sono dunque segni che parlano, rivelano un’esperienza, raccontano una storia. Su tutte Cristo ci è passato. Anche l’anno del grande Giubileo il Signore chiede di salire sulla nostra barca, o forse chiede di prendere il largo, o forse di lasciarle a terra. Chissà! Anche questi giorni servono per fare discernimento, per capire la straordinaria parola di Gesù di Nazareth, e forse per dare una virata alla pastorale vocazionale delle nostre comunità.