N.01
Gennaio/Febbraio 2000

Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto

Ho attraversato con voi, qui in S. Giovanni in Laterano, la porta santa per la quarta volta dopo San Pietro, Santa Maria Maggiore e la stessa San Giovanni. Ogni volta è per me un evento diverso e penso che sia lo stesso anche per voi. L’oltrepassare questa porta induce in noi un sentimento di gioia e di gratitudine, e richiama alla libertà di Cristo e alla sua misericordia. Sappiamo che la porta santa è il simbolo di colui che ha detto: “Io sono la porta”, la porta che conduce alla vita, alla pienezza della vita e alla fonte della vita. È lui stesso che ci guida come sua Chiesa in cammino e ci chiama a riconoscerci come fratelli e sorelle. Il segno che viviamo manifesta dunque un atto di gratitudine e di fede, come ci veniva ricordato dalla liturgia: “Ringraziamo con gioia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce”. 

Il senso profondo dell’anno santo è espresso in maniera efficace nella seconda lettura, indirizzata da Paolo ai Galati (4,4-7): “Quando venne la pienezza dei tempi Dio mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge”. È questo il contenuto della grande avventura spirituale significata dall’anno santo del 2000: aiutarci a rivivere il senso della nostra figliolanza in Cristo Gesù per farci riscoprire questo immenso dono. Il Giubileo è il pellegrinaggio di questa fede, un cammino della grazia. Celebriamo questo Giubileo come un tempo favorevole, il tempo per eccellenza, il tempo della salvezza. Dopo aver richiamato la nostra adozione a figli, Paolo aggiunge: “Se sei figlio, sei anche erede”. Un annuncio misterioso, ma straordinario, perché sta a significare che noi siamo chiamati alla vita eterna e siamo entrati con il dono della grazia nella stessa vita di Dio. È la grazia che ci fa figli, fratelli e sorelle in Cristo. Di tutto questo ringraziamo il Signore. È lui che questa sera ci ha convocati in questo tempio santo. Lodiamolo, ringraziamolo e invochiamolo perché lui ci renda sempre più fedeli alla vocazione alla quale ci ha chiamati. 

Vivere l’esistenza cristiana è vivere questo dono del Padre e lasciarsi plasmare dal rapporto col suo Unigenito. È sentirsi amati in questo modo. E quando ci sentiamo amati, comprendiamo che la nostra vita stessa è dono del suo amore, della sua libertà e della sua benevolenza. È così che noi, questa sera, ringraziamo insieme il Signore e gli chiediamo di essere pronti a compiere quella vocazione che lui ha stabilito fin dall’eternità per ciascuno. Abbiamo una certezza indistruttibile: essere figli di Dio. Questa certezza si collega al percorso indicato dalle grandi parole che abbiamo ascoltato, parole che richiamano il segno che caratterizza tutta la nostra celebrazione, il chicco di frumento che verrà consegnato a ciascuno. Gesù dice nel Vangelo: “Il chicco di frumento caduto a terra muore per portare molto frutto”. Alla luce di queste parole ci rendiamo conto che la grazia di essere figli, questo dono che Dio ci fa, comporta un impegno, un cammino di testimonianza del Vangelo, fino al martirio se necessario. 

La basilica di S. Giovanni in Laterano è nata nel IV secolo quando finiva la grande stagione delle persecuzioni. Si può dire che la sua eloquenza spirituale è frutto del sangue di una moltitudine di martiri, di testimoni della fede. Il secolo che l’ha preceduta è stato un secolo che ha visto il sacrificio di migliaia di persone che hanno creduto fino in fondo all’amore di Dio. Lo stesso vale per i secoli che sono seguiti e per lo stesso millennio che si è appena compiuto. Questa è una basilica dove si rispecchia in maniera simbolica la testimonianza della Chiesa di Roma e del mondo intero. Chiediamo pertanto di essere anche noi testimoni dell’amore di Dio con tutta la nostra vita. Questa sera ci sentiamo incoraggiati ad essere pronti e coraggiosi nella fede, perché il Signore Gesù ci dà la sua forza. Abbiamo ascoltato le parole: “Ora il principe di questo mondo sarà giudicato”. Parole che dimostrano amore. Noi siamo custodi di questa eredità. Non solo per noi, ma per tutti i nostri fratelli. Abbiamo il compito di custodire la perla preziosa che Gesù ci ha consegnato. Abbiamo il compito di portare a compimento ciò che Lui ci ha insegnato. Siamo chiamati a passare attraverso la porta santa, a cambiare, a convertirci. “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”, dice Gesù. 

A voi animatori della pastorale vocazionale delle Chiese particolari, in tutte le Chiese che sono nel mondo, un ringraziamento e un augurio per il vostro servizio: che la vostra guida costante al fratello e alla sorella in ricerca cresca sempre più e si faccia incisiva. Grazie per quello che fate per l’animazione vocazionale e per tutte le vocazioni. Portare a Cristo tutte le vocazioni che Lui vuole, anzitutto con la testimonianza della nostra vita, con la gioia che ognuno di noi deve saper esprimere, e poi con il servizio che offriamo alle nostre singole comunità. Tutti dobbiamo essere consapevoli che la nostra esistenza è dono di Dio. È il cammino che dobbiamo fare con tutta la nostra vita. Passare per la porta santa significa rinnovare la scelta di voler appartenere a Cristo e impegnarsi a rispondere al progetto di Dio per vivere in pienezza la nostra chiamata.  Ci aiuti lo Spirito ad essere testimoni di lui nel Terzo Millennio che sta iniziando.