N.04
Luglio/Agosto 2026

La santità della Chiesa e la meta del cristiano

Le catechesi di Leone XIV sulla Lumen Gentium

Nella sua nota autobiografia, santa Teresa di Gesù Bambino scrive: «Nonostante la mia piccolezza, posso aspirare alla santità»[1] e indica “la dolce via dell’Amore” come un itinerario di abbandono sempre più totale e fiducioso nelle braccia di Dio. Ancora oggi, tuttavia, la santità viene diffusamente intesa come una meta irraggiungibile e ci si dimentica che essa è la prima chiamata di ogni battezzato.

Non stupisce che il magistero dei pontefici sia tornato su questo argomento, oggetto dell’esortazione apostolica di papa Francesco Gaudete et exsultate del 2018 e, in maniera fondativa, della Costituzione dogmatica Lumen gentium, che dedica l’intero capitolo quinto all’«universale vocazione alla santità nella Chiesa».

Papa Leone ha portato avanti il discorso, commentato questo documento conciliare in nove Udienze generali del mercoledì, tenute tra il 18 febbraio e il 13 maggio 2026. All’interno della presentazione della realtà della Chiesa, più volte egli è tornato sul tema della santità, che può essere interpretato come una delle chiavi di lettura dell’intera Costituzione dogmatica.

Quando cita il tema della santità, il papa non fa riferimento ad azioni eroiche da parte dei fedeli, ma contempla la realtà stessa della Chiesa, santa e in continuo rinnovamento, perché «Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e la fragilità dei suoi membri» (4 marzo 2026). Con le parole stesse della Lumen Gentium, il Papa ricorda che essa è «indefettibilmente santa» (LG 39), ma «ciò non significa che lo sia in maniera piena e perfetta. […] La triste realtà del peccato nella Chiesa, cioè in tutti noi, invita ciascuno a condurre un serio cambiamento di vita, affidandoci al Signore, che ci rinnova nella carità. Proprio questa grazia infinita, che santifica la Chiesa, ci consegna una missione da compiere giorno dopo giorno: quella della nostra conversione» (8 aprile 2026).

La comunità cristiana comprende se stessa all’interno di un cammino fatto di adattamenti, che il pontefice spiega con il concetto di «conversione», termine pregnante che egli ribadisce una seconda volta nella catechesi del 6 maggio: «Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata, anzi, poiché esse vivono nella storia e nel tempo, sono chiamate a una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni, in modo che possano davvero corrispondere alla loro missione».

In questo modo la Chiesa diventa un «segno attivo», che ha per protagonisti i battezzati, ma che «coinvolge tutte le persone che sono destinatarie della sua azione» (18 febbraio 2026). Il pontefice considera la comunità ecclesiale nelle sue molteplici sfaccettature, fatta cioè di «uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna» (4 marzo 2026).

È il battesimo a serrare i legami tra i fedeli, in una forma soprannaturale che crea unione nella diversità: «Non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo. La Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – “l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù”» (11 marzo 2026; LG 9).

Il papa tratta poi della composizione specifica della comunità ecclesiale e ricorda innanzitutto che «la dimensione gerarchica opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione delle membra» (25 marzo 2026). I ministri sono ordinati quindi in funzione della santità, in una vera e propria diakonia, affinché tutti i battezzati «tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (LG 18).

Alla missione operata dai ministri ordinati si affianca quella dei fedeli laici e il pontefice osserva che «più grande è il dono, più grande è anche l’impegno» (1° aprile 2026), dando così un ruolo attivo nel processo di santificazione di ogni realtà umana: «La Chiesa, infatti, è presente dovunque i suoi figli professano e testimoniano il Vangelo: negli ambienti di lavoro, nella società civile e in tutte le relazioni umane, là dove essi, con le loro scelte, mostrano la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno piene nel Regno di Dio» (1° aprile 2026). In questa stessa catechesi un’attenzione particolare viene data a coloro che scelgono la vita consacrata, perché essi sono il «segno profetico del mondo nuovo» attraverso la professione dei consigli evangelici, che il pontefice definisce non come «prescrizioni che incatenano la libertà, ma doni liberanti dello Spirito Santo. […] I consigli evangelici manifestano la partecipazione alla vita di Cristo, fino alla croce».

Seguendo la struttura generale della Lumen Gentium, si è visto che anche Leone XIV muove i primi passi dalla realtà intima che è la Chiesa, per giungere al percorso di santificazione e all’impegno dei singoli fedeli. Sorge a questo punto la domanda su come possa fare ogni fedele a instaurare pienamente la propria vita in Cristo. Viene allora tratteggiato un itinerario semplice e chiaro, disponibile a tutti: «Ognuno di noi è chiamato a vivere nella grazia di Dio, praticando le virtù e conformandosi a Cristo». A muovere tutto è la carità, che il papa definisce come «il cuore della santità» (6 maggio 2026), perché «regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine» (LG 42). La comunità cristiana trova poi nell’Eucaristia il senso dell’essere Chiesa, perché «le differenze sono relativizzate rispetto allo stare insieme attratti dall’Amore di Cristo» (18 febbraio 2026).

In questo percorso che coinvolge l’intera vita cristiana, la Lumen Gentium presenta la possibilità del martirio come la «suprema testimonianza della fede e della carità» (LG 50). Anche Leone XIV si sofferma su questo aspetto, aggiungendo che il martirio è una traccia viva nella Chiesa di ieri e di oggi e «questa disponibilità alla testimonianza si avvera ogni volta che i cristiani lasciano segni di fede e d’amore nella società, impegnandosi per la giustizia» (8 aprile 2026).

Commentando l’ultima parte del documento, nella catechesi conclusiva del 13 maggio, il papa pone infine lo sguardo sulla Vergine Maria e ne riprende la definizione di «modello» (LG 53) del cristiano, perché ha vissuto pienamente la fede, la speranza e la carità, nella docilità all’azione dello Spirito Santo. Maria è «archetipo, la figura ideale di ciò che [la Chiesa] è chiamata a essere».

La santità è una parola chiave all’interno del documento conciliare e il pontefice la propone come paradigma e meta della vita cristiana. Essa non è frutto di uno sforzo umano, non appartiene solo a chi sceglie una speciale consacrazione, non riguarda tanto meno un’astratta perfezione: è innanzitutto un dono di Cristo, che è «modello e misura della santità».

Al battezzato resta da scoprire questo itinerario nella sua vocazione specifica, orientando come la Vergine Maria la sua vita a Cristo e questo è possibile quando egli si apre ai doni dello Spirito Santo, che si manifestano «ogni volta che accogliamo Cristo con letizia e vi corrispondiamo con impegno» (8 aprile 2026).

 

[1] Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere Complete. Scritti e ultime parole, Manoscritto C, 2v, Roma 1997, 235.