N.04
Luglio/Agosto 2026

Dall’io al noi

La dimensione comunitaria della formazione

Il termine formazione è polisemico, in generale rimanda ad un progetto esistenziale e fa riferimento ad un ideale, un modello dal quale attingere ispirazione e al quale tendere nel progettare noi stessi e il mondo che ci circonda. La formazione è anche una categoria interpretativa, al cui centro c’è la persona con le sue possibilità di esplorazione e di comprensione del mondo. Essa «designa una concezione antropologica che considera fondamentale l’intenzionalità e la responsabilità dell’agire umano, ricerca in modo incessante significati e contenuti autentici»[1]. Inoltre, la formazione non è un oggetto astratto, bensì si realizza in contesti specifici, si dispiega in tempi e luoghi, determina relazioni con persone ed ambienti. Ne consegue che la formazione diventa un elemento imprescindibile per lo sviluppo umano integrale ed accompagna la persona in tutte le età e fasi della vita.

 

Generare sé, generare il mondo

Formazione è «aiuto perché la vita di ciascuno prenda forma: una forma in cui identità personale, sociale e culturale si fondono insieme e delineano il profilo unico originale in cui ciascuno si realizza e si esprime»[2]. La persona è chiamata ad essere protagonista della propria crescita e maturazione, tra diverse polarità. Da una parte l’io attuale della persona, ciò richiede di fare una lettura di sé stessi, della propria storia, delle esperienze vissute, delle proprie potenzialità e risorse; dall’altra si dischiude l’io ideale, i valori e i modelli a cui aspirare e verso cui protendere (cf. A. Cencini, Chiamati per essere inviati, Paoline, Milano 2008). Ogni attività formativa deve evitare il rischio dell’io autoreferenziale, ma rendere la persona capace di prossimità con l’altro e con la società.

La filosofa E. Stein ci rammenta che «prendere in considerazione un individuo umano isolato è un’astrazione» La sua esistenza nel mondo, la sua vita è in comunità. E queste non sono relazioni esteriori che si aggiungono ad un essere esistente in se stesso e per se stesso, ma l’inserimento in una totalità più ampia fa parte della struttura dell’essere umano (cf. La struttura della persona umana, tr. it., Città Nuova, Roma 2000, 187). Da questo consegue che la formazione è relazione ed apertura alla comunità, mentre l’individualismo si costituisce come un errore morale, perché concepisce il proprio bene come separato e, talvolta, in contrasto con il bene degli altri e, dunque, con il bene comune. L’individualismo conduce all’isolamento della persona e al ripiegarsi su se stessa, quasi a proteggersi dall’altro e dagli altri.

L’educazione è «il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell’io e nel primato dell’indifferenza»[3], con questa consapevolezza papa Francesco ha proposto un Patto Educativo Globale che miri a formare persone mature, capaci di generare una nuova cultura basata sulla dimensione comunitaria e sulla fraternità.

Nel sessantesimo anniversario della Gravissimum educationis, papa Leone XIV ha rilanciato la paideia cristiana quale risposta per il presente, caratterizzato da rapidi mutamenti ed incertezze che disorientano (cf. Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza). Il pontefice esorta le comunità educative a creare ponti e a fare rete, evidenzia come esse siano un “noi” per generare vita (cf. n. 3.1) e processi concreti di umanizzazione (cf. n. 10.1). La dimensione comunitaria trasforma la formazione da mero trasferimento di conoscenze a una vera esperienza di vita condivisa. «Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti» con questa affermazione papa Francesco (Fratelli tutti, 8) invitava a realizzare la propria vita attraverso l’esperienza delle relazioni, nucleo dell’esistenza umana e cristiana, per una cultura dell’incontro e della cura.

 

Formare alla felicità, tra libertà e responsabilità

Un’altra questione riguarda il tema della libertà che, come ricorda Bonhoeffer, «non è in prima istanza un diritto individuale, ma una responsabilità; la libertà non è indirizzata in prima istanza all’individuo, ma al prossimo»[4]. La dialettica tra libertà e responsabilità alimenta anche la riflessione circa il senso della propria esistenza; ciascuno di noi, infatti, sperimenta la necessità di conferire un senso, un carattere irripetibile, alla sua libertà. La comunità è un bene relazionale ed il sentirsi parte di essa offre la possibilità di trovare il proprio posto nel mondo, di dare senso al proprio esserci nel mondo.

Persona e comunità non sono estranee né contrapposte l’una all’altra, anzi sono intimamente connesse. E. Mounier afferma che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri»[5]. Ogni persona è in un qualche modo generata all’esperienza all’interno delle comunità di appartenenza, quali la famiglia, la scuola, la comunità parrocchiale, le associazioni, i movimenti e altre aggregazioni sociali. Ogni esperienza concorre ad accrescere saperi, opportunità, competenze, verso un pieno sviluppo di sé, verso l’autorealizzazione e la felicità.

La formazione, pertanto, contribuisce alla ricerca della felicità della persona, ma la propria ricerca «non è disgiungibile dalla ricerca dell’altrui felicità. La felicità soggettiva si realizza nell’ambito dello spazio sociale. Contribuire al benessere degli altri è generativo del benessere personale»[6].

Il discorso sulla felicità è sempre stato presente nel pensiero occidentale, ad esempio il Vangelo delle Beatitudini indica una via verso la felicità piena, infatti il termine greco makàrios, tradizionalmente tradotto con “beato” potrebbe essere reso con “felice”. Un’attenta disamina del discorso della montagna mostra come l’idea di felicità proposta sia una liberazione dell’uomo dalla chiusura in se stesso e dal possesso dei beni, per giungere al pieno suo compimento: essere in relazione con l’altro. In ogni persona è presente un’aspirazione alla realizzazione e alla felicità che non è da intendersi come uno stato di euforia perpetua, bensì coincide con il desiderio di una vita buona, orientata al compimento della propria esistenza. La stessa idea di vita buona non può essere solo un orizzonte a cui aderire idealmente, ma deve tradursi in un modello di vita che si concretizza nelle scelte quotidiane. «Uno stile di vita sobrio e solidale, volto a condividere e a prendersi cura del bene comune deve partire dal recupero di un’educazione al desiderio, capace di cogliere la responsabilità del soggetto e di prestare attenzione alla sua singolarità all’interno della rete di relazioni che lo coinvolgono»[7]. L’azione formativa non si improvvisa, è un’azione intenzionale fondata sulla relazione e sulla cura, il dialogo e la fiducia, l’autorevolezza e la speranza. L’idea di una comunità aperta e dinamica che esplora la progettazione del non ancora è liberante, apre al cambiamento e alla ricerca di un benessere individuale che diventa sociale.

 

 

[1] A. Vischi, Pedagogia dell’impresa lavoro educativo formazione, Pensa MultiMedia, Lecce 2019, 136.

[2] P. Bignardi, Il senso dell’educazione, AVE, Roma 2011, 49.

[3] Francesco, Videomessaggio del 15 ottobre 2020.

[4] D. Bonhoeffer, Voglio vivere questi giorni con voi, Queriniana, Brecia 2007, 151.

[5] E. Mounier, Le personnalisme, in Œuvres, t. III, Éditions du Seuil, Parigi 1962, 430.

[6] B. Rossi, Felicità, in a cura di A. Amadini, L. Cadei, P. Malavasi, D. Simeone, Parole per educare, Vita e Pensiero, Milano 2022, 103.

[7] C. Calabria, Discorso pedagogico e sviluppo umano integrale. Profili emblematici, Pensa MultiMedia, Lecce 2025, 83.