N.05
Settembre/Ottobre 2001

Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà

Ogni domenica queste parole risuonano in tutte le nostre chiese, ma da una ricerca dell’Università Cattolica del 1994 risulta che solo il 54% degli italiani dichiara di credere alla risurrezione di ogni persona umana alla fine dei tempi, mentre sarebbe in aumento la credenza nella reincarnazione: circa il 20% della popolazione[1]. Questi due dati, uniti ad un silenzio “assordante” diffusosi in questi ultimi decenni sul mistero della morte e della vita eterna, hanno contribuito ad avvolgere la vita dell’uomo in una cappa di smog asfissiante che le impedisce non solo di guardare “aldilà” di questa terra, ma anche di orientarsi nel suo quotidiano cammino, togliendole, a volte, perfino il “respiro”.

Siamo così passati da una predicazione che indugiava sui minimi particolari nel descrivere le realtà future, ad una predicazione che sembra aver fatto propria l’affermazione di L. Wittgenstein: “ciò di cui non possiamo parlare è meglio tacere”. Il pensiero diventa così sempre più debole, mentre lo sguardo di fede diventa sempre più miope. In questo orizzonte risultano profetiche le parole di S. Kierkegaard: “L’aldilà è diventato uno scherzo, un’esigenza così incerta che ci si diverte perfino al pensiero che c’era un tempo in cui questa idea trasformava l’intera esistenza”.

La fede nella vita eterna ha delle ricadute di non poca importanza sulla vita di ogni giorno. Per questo non è raro incontrare uomini e donne di oggi, anche credenti, che stanno smarrendo il senso del “centro”, dell’“obiettivo, della direzione della propria esistenza. “È come se la vita si frantumasse, si spappolasse in tanti pezzetti, che vivono ognuno per conto proprio. Una collana che pur ha tante perle, ma ha perso il filo che la tiene unita. Una fede episodica, che attraversa esperienze anche significative, ‘forti’, ma non trova un legame solido e una direzione chiara”[2]. L’uomo si trova così inchiodato sul presente incapace di ogni slancio progettuale: un uomo senza vocazione!

Ma il desiderio di intravedere al termine del tunnel anche solo una piccola luce che orienti il cammino ed alimenti la speranza è sempre forte nell’animo di tutti noi[3]. Prova ne è il grande interesse che riscuotono coloro che “parlano con i morti”[4], che “registrano la loro voce” o che, “tornati in vita”, descrivono l’aldilà[5].

Antoine dei Saint’Exupery racconta una sua esperienza: “Avevano preso giovani gazzelle e le avevano rinchiuse in un recinto. Man mano crescevano, queste passavano sempre più il tempo con la testa appoggiata contro la rete del recinto; si staccavano solo per mangiare il cibo che veniva loro portato, poi si rimettevano con la testa contro la rete e, se non venivano liberate, morivano”[6]. Simile è l’esperienza narrata da un giovane detenuto nel carcere di Opera che stando dietro le sbarre vede con chiarezza il dramma di questo secolo breve: “Ho vissuto come un cieco,/ in questo mondo che,/ reclamizza a colori:/ la vita/. Ho bramato ricchezze e potere,/ in questo mondo che,/ non sa farne a meno/. Ho desiderato conoscenza e pace,/ in questo mondo che,/ rantola, senza Dio/. Ho agognato il calore dell’amore,/ in questo mondo,/ dominato da follia/. Ho inseguito ideali e giusti sogni,/ ma,/ in questo mondo/ è come correre dietro il vento”[7].

 

 

Fides christianorum resurrectio Christi est (S. Agostino)

Nella mia esperienza di parroco ho potuto constatare che dinanzi alla morte la comunità riscopre la necessità di stare in silenzio: un silenzio gravido di interrogativi, ma anche estremamente disponibile all’ascolto.  Non è capitato anche a voi di notare come nella celebrazione dei funerali tantissime persone sentono il bisogno di stringersi attorno al defunto non solo per esprimere ai familiari la loro solidarietà, ma anche per liberare la loro vita dalla superficialità e restituirle il suo autentico valore? Non sono stati in pochi coloro che si sono accostati alla fede dopo essere stati visitati dalla morte! Non la paura del morire li ha rimessi in cammino, ma il desiderio di non sciupare la vita con tutta la sua ricchezza!

Una colletta della messa dei defunti ci offre la possibilità per illuminare il mistero della morte: “Dio, Padre misericordioso, tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti si compie il mistero del tuo Figlio morto e risorto…”. Come afferma S. Agostino: “La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo!”; e il Catechismo degli Adulti “La fede cristiana è luce accesa e alimentata dalla Pasqua di Cristo” (CdA, 261)

Per il cristiano, infatti, la risurrezione di Cristo investe con la sua potenza tutta la storia e tutto il cosmo. Il che vuol dire che non è solo l’esistenza di Gesù che viene strappata alla morte ed è trasfigurata dalla gloria di Dio: questa trasformazione raggiunge ogni creatura di ogni tempo e tutto il mondo. È una vera e propria irruzione della vita, della vita di Dio, nella nostra condizione terrena: si tratta di un “movimento che, in virtù di Cristo, redime tutta la creazione e tende a sollevarla sino alla pienezza di Dio” (DB, 68). È  ciò che viene proclamato con forza nella colletta della solennità dell’Ascensione: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, … poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. 

 

 

La vergine Maria segno di consolazione e di scura speranza 

Per la particolare unione della Vergine Maria con il suo Figlio Gesù, vediamo realizzata in pienezza in Lei la vocazione di ogni uomo. L’iconografia orientale, che ha cercato di rappresentare la “Dormizione” (la morte seguita dalla assunzione al cielo) di Maria, ritrae la Vergine nel suo letto di morte, circondata dagli apostoli, ma assistita anche da Gesù risorto, che tiene tra le braccia una “bambina”: è l’ “anima”, la vita personale, di Maria che viene raccolta e custodita, oltre la morte, da Gesù. Con un gesto di una tenerezza che commuove, il Figlio diventa come un papà della sua mamma “partorendola” alla vita eterna. Ed è il legame d’amore personalissimo tra Maria e Dio, tramite la maternità divina, che ha come esito la vittoria sulla morte e il pieno compimento dell’esistenza personale nella vita glorificata. L’assunzione di Maria è frutto della risurrezione di Gesù e ne manifesta la fecondità per noi, sollecitandoci ad un impegno di vita. Così, infatti, ci fa pregare la Colletta della solennità dell’Assunzione: “Dio onnipotente, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio, fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria”.

 

 

Quanto di buono cresce nella storia  fiorisce nell’eternità (CdA, 1178)

La fede nella vita eterna lungi dall’essere un invito alla fuga dalla proprie responsabilità, si traduce in un pressante appello a vivere con fedeltà la propria vocazione. Già il Concilio Vaticano II ci metteva in guardia da questo pericolo, quando affermava: “L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, ma piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova, che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo” (GS, 39).

La “vita eterna” è sì una realtà che si realizzerà nella sua pienezza oltre la nostra morte, ma è già operante fin da ora e riguarda non solo il nostro futuro assoluto, ma anche il nostro presente, nella sua quotidianità: “La testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio” (1Gv 5, 11-13). 

Così la riflessione sulla vita eterna diventa per ogni battezzato un forte richiamo a lasciarsi liberare per mezzo dello Spirito da quella logica di morte che lo spinge a ripiegarsi continuamente su se stesso, diventando indifferente nei confronti dei fratelli; consapevoli che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5), siamo, invece, sollecitati ogni giorno ad un amore generoso e fedele fino al dono della vita, in comunione con Gesù: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3, 16).

Che forte appello vocazionale viene fuori dalla meditazione sul mistero della morte e della vita eterna e come è da noi, animatori vocazionali, poco valorizzato. I consacrati non sono, forse, chiamati a diventare un richiamo vivente della vocazione di ogni uomo alla comunione con Dio e al servizio dei fratelli? “La scelta verginale, sempre intesa dalla tradizione come un’anticipazione del mondo definitivo, che già fin da ora opera e trasforma l’uomo nella sua interezza… (VC, n. 26). Questa attesa è tutt’altro che inerte: pur rivolgendosi al Reno futuro, essa si traduce in lavoro e missione, perché il Regno si renda già presente ora attraverso l’instaurazione dello spirito delle Beatitudini, capace di suscitare anche nella società umana istanze efficaci di giustizia, i pace, di solidarietà e di perdono” (VC, n.27). 

 

 

Canta e cammina

È indispensabile liberare la meditazione sulla vita eterna da quel velo di tristezza o, peggio, di paura che a volte sembra serpeggiare nelle nostre comunità, perché diventi “vangelo” per tutti coloro che sono disposti a riporre in Dio la loro fiducia, a seguire la sua Parola, a lanciarsi nell’avventura del Regno. È quanto auspicava il Documento Base fin dagli anni settanta: “La catechesi sulla vita eterna deve essere ferma e verace, sotto il segno della consolazione e della speranza” (n. 100).

Parlare di vita eterna obbliga a fare i conti con “questa vita” e quindi con il suo senso, la sua direzione, la sua prospettiva, con il valore affidato al corpo, con una nozione specifica di vita morale, con quel passaggio obbligato da questa all’altra vita che è il momento della morte, con la valutazione della sofferenza, del sacrificio… E tutto questo non interessa noi animatori vocazionali?

“Canta dunque come il viaggiatore, canta e cammina, senza deviare, senza indietreggiare, senza voltarti. Qui canta nella speranza, lassù canterai nel possesso. Questo è l’alleluia della strada, quello l’alleluia della patria” (S. Agostino, Discorsi, 256, 3).

 

 

 

Note

[1] F. Garelli, Forza della religione e debolezza della fede, Il Mulino, Bologna 1996, p. 71 

[2] R. Laurita, Nella pienezza di Dio, in VIA VERITA’ E VITA, Anno XLVII, novembre-dicembre 1998, p. 23.

[3] Gaudium et spes: “[…] l’istinto del cuore lo (l’uomo) fa giudicare rettamente quando aborrisce  e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona” (n.18).

[4] A. Porcarelli, Spiritismo. Cose dell’altro mondo. Un confronto tra scienza e fede. San Paolo, Cinisello Balsamo 1998.

[5] R. Moody, La vita oltre la vita, Mondatori, Milano 1977; M.B. Sabom, Dai confini della vita, Longanesi, Milano 1983.

[6] G. Canobbio, op. cit. pp.204-205.

[7] G. Scotti, Fine della vita?, VIA VERITÀ E VITA, Anno XLVII, Novembre-dicembre 1998, p. 9.