N.02
Marzo/Aprile 2024

Una preghiera di pietra, di vetro e d’oro

Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).

La chiesa di Santa Prassede è celata in una stretta strada all’ombra della monumentale basilica di Santa Maria Maggiore: eretta sul luogo dell’antico titulus Praxedis, è legata alla memoria delle Sante Prassede e Pudenziana e del loro padre Pudente. L’edificio venne ricostruito da papa Pasquale I a partire dall’817 per custodire le spoglie delle due vergini e di altri duemilatrecento martiri provenienti in buona parte dalle catacombe di Priscilla che, come molti altri cimiteri paleocristiani, erano ormai, nel IX secolo, in stato di abbandono.

Sebbene oggi si acceda alla chiesa da un semplice portale laterale che nulla lascia intendere di ciò che è racchiuso all’interno, l’antico ingresso, coperto da un protiro, un piccolo portico retto da colonne di marmo, pur soffocato dagli edifici successivi e dai negozi del vivace rione Monti, è ancora esistente: un’apertura solenne e discreta che dal frastuono della via immette in una scala e nel cortile su cui si eleva la facciata vera e propria. Il cortile segna un limite, è il filtro tra l’esterno, il mondo, e la realtà eterna e senza tempo che la decorazione interna narra. Infatti, i mosaici del IX secolo, traendo ispirazione dall’Apocalisse di Giovanni, rappresentando la Gerusalemme Celeste (cf. Ap 21), i ventiquattro Vegliardi, i quattro Esseri Viventi, l’Agnello in Trono e, infine, nell’abside, il Cristo glorioso mostrano ai fedeli un’immagine dell’eterna liturgia celeste di cui la celebrazione eucaristica è un’immagine, quasi un assaggio.

Gioiello nascosto all’interno di questa chiesa è la piccola cappella costruita da papa Pasquale quale tomba del martire Zenone, di cui quasi nulla ci è noto, nonché mausoleo per la propria madre, Teodora e che ospita quella che la tradizione riconosce come la Colonna della Flagellazione di Cristo. 

La cappella è un piccolo, straordinario esempio di arte bizantina: sono chiaramente distinti il mondo sensibile, ossia la parte bassa, geometrica e razionale, rivestita in marmo, dallo spazio soprastante che è già divino, caratterizzato dalle volte e dai mosaici. La decorazione va letta dall’alto verso il basso: nella volta campeggia il busto del Pantocratore, in un clipeo retto da quattro angeli. Lo sguardo vivissimo di questa immagine, che ha le sembianze di Cristo, ma che è Dio nella sua interezza e pienezza come Trinità, riempie tutto lo spazio. La tradizione orientale impiega l’oro per rappresentare la presenza di Dio stesso, per rendere con qualcosa di materiale l’esperienza di essere sotto i suoi occhi: qui l’oro copre tutte le superfici, campisce tutti gli sfondi e immerge, in quello sguardo, anche chi osserva. 

L’ambientazione del livello subito inferiore è quella del giardino: la chiesa era nota, nel medioevo, come Hortus Paradisi, giardino del paradiso, richiamando l’Eden, il luogo originario in cui Adamo parlava con Dio e camminava al suo fianco, ma anche il luogo della relazione, dell’espressione dell’amore di Dio per l’uomo. Nella lunetta di fronte all’ingresso, la Vergine e il Battista sono disposti secondo lo schema iconografico della deesis (intercessione): fiancheggiano e indicano la figura di Cristo che qui è sostituita dall’elemento naturale, ossia dalla luce che entra attraverso la piccola finestra. «Ego sum lux» ribadisce l’iscrizione che Gesù mostra nel mosaico del XIII secolo sull’altare. Nella tradizione orientale, la Madre e il Precursore sono i grandi intercessori, i primi santi a cui rivolgersi perché la preghiera giunga a Dio. Accanto a loro sono chiamati, invocati, in processione, le vergini martiri (qui Prassede, Pudenziana e Agnese) e gli apostoli (Giovanni, Giacomo, Andrea). Il discepolo amato ha in mano un libro, probabilmente l’Apocalisse, ed è rivolto verso la lunetta sopra all’ingresso, dove campeggia l’etimasia (preparazione): il trono vuoto, pronto per la seconda venuta di Cristo, indicato e preparato attraverso l’opera di predicazione e di evangelizzazione dei Santi Pietro e Paolo.

Scendendo ancora, sopra l’altare, troviamo una schematica raffigurazione della Trasfigurazione: già San Giovanni Crisostomo interpretava la luce descritta nell’episodio evangelico come una prefigurazione della luce del Cristo glorioso alla fine dei tempi. 

Nelle lunette laterali, le effigi di Cristo con San Zenone e, forse, Pudente, della Vergine, con Prassede e Pudenziana, e della stessa Teodora, entrano direttamente in dialogo con il fedele, sempre nel ribadire la promessa di salvezza che l’Agnello sul monte, da cui sgorgano i fiumi a cui si abbeverano i cervi (cf. Sal 42), e la raffigurazione dell’Anastasis mostrano esplicitamente.

L’oro e la luce scivolano dall’alto in basso sino al fedele, pellegrino o visitatore, in piedi sulla grande rota di porfido al centro del pavimento a mosaico. Chi entra nella cappella si trova coinvolto in questa grande richiesta di intercessione, in questa preghiera fatta di pietra, di vetro, d’oro: una preghiera che nomina e si appella ai santi, agli apostoli, a Maria e a Giovanni Battista fino a salire a Cristo. Una preghiera che chiunque può fare propria.