N.06
Novembre/Dicembre 2001

I santi nella esperienza liturgica

Oggi più che mai resta valido quanto diceva Paolo VI in Evangelii nuntiandi: “La testimonianza di una vita autenticamente cristiana […] è il primo mezzo di evangelizzazione. L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (EN 41). A dire il vero, non solo oggi ma da sempre questa è stata una regola di vita: il buon esempio suscita sequela, suscita imitazione, suscita vocazione. Questa regola di vita (lex vivendi) è ben espressa nella tradizione liturgica (lex orandi) e nella pratica della fede (lex credendi). Occorre pertanto, in vista di un discorso vocazionale, ripensare proprio all’esperienza della lex orandi per apprendere quella metodologia che, specialmente in occasione delle feste dei santi, ha l’opportunità di offrire ai giovani modelli di vita e di comportamento.

La nostra riflessione può partire da questa domanda: come può una comunità, in occasione della festa del Patrono o del titolare della propria Chiesa, annunciare e vivere la comune vocazione alla santità? In qualche modo si tratta di riscoprire il motivo portante della stessa celebrazione dei Santi per poter fare di queste celebrazioni un’occasione propizia di invito all’imitazione, alla sequela.

 

Lex orandi: la tradizione liturgica.

Nel Prefazio dei santi I vengono elencati tre motivi che spingono la comunità all’azione di grazie: “nella loro vita ci offri un esempio, nell’intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo di amore fraterno”. La celebrazione liturgica nella memoria dei santi diventa lode a Dio anzitutto per “l’esempio” che essi ci hanno dato con la loro vita. Anche il Prefazio per la solennità di tutti i santi si esprime in maniera analoga: “Oggi ci dai la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme, che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune, noi pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gioiosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita”. I santi sono dono di Dio per essere nostri amici e modelli di vita.

Considerando la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, per un motivo in più ci sentiamo spinti a ricercare la Città futura e insieme ci è insegnata la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli realtà del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno. Quantunque partecipi della nostra natura umana, i santi hanno trasformato la loro vita nell’immagine di Cristo; in essi è Dio stesso che ci parla e ci mostra il contrassegno del suo Regno, verso il quale, avendo accanto a noi una tale schiera di testimoni e una tale applicazione del Vangelo, siamo potentemente attratti (cfr. LG 50).

Nutrice di santi, la madre Chiesa presenta ai suoi figli, come maestri di vita, coloro che con uno splendido esercizio di virtù hanno seguito fedelmente Cristo, suo Sposo, affinché imitando il loro esempio possano pervenire a una perfetta unione con Dio, pur tra le varie vicissitudini terrene, e raggiungere così il proprio fine. Quegli eccellenti uomini e donne hanno fatto risplendere, con il loro modo di vivere e con la loro dottrina, un aspetto particolare del mistero di Cristo che, oltrepassando i limiti angusti del tempo, ancora oggi conserva la sua forza e il suo vigore.

 

Lex credendi: la Comunione dei santi

Con questa professione di fede del Credo apostolico, ripetuta nella rinnovazione delle promesse battesimali, la Chiesa intende esprimere quella mirabile unione che unisce indissolubilmente la Chiesa pellegrinante con la Chiesa celeste[1]. Pur essendo arrivata a noi l’ultima fase dei tempi ed essendo la Chiesa già sulla terra adornata di vera santità, tuttavia essa, fino a che non vi saranno nuovi cieli e nuova terra, è ancora peregrinante verso la Gerusalemme celeste portando in sé la figura fugace di questo mondo e sospirando la manifestazione dei figli di Dio, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo.

Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri passati da questa vita stanno purificandosi, e altri godono della gloria contemplando chiaramente Dio uno e trino, qual è. Tutti però, sia pure in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo all’unico Signore lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo l’unico e medesimo Spirito che opera tutto in tutti, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui come le membra con il capo.

L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti nella pace di Cristo, non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali. A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende al Padre qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono ad una sua più ampia edificazione ed espansione (cfr. 1 Cor 12,12-27)[2].

La Chiesa dei pellegrini ha sempre creduto a questa Comunione dei santi nell’unico Corpo Mistico di Cristo e si è sentita sempre strettamente unita in Cristo a tutti gli Apostoli e ai Martiri che con l’effusione del loro sangue hanno dato la suprema testimonianza della fede e della carità. Questa mirabile comunione tra la Chiesa pellegrinante e la Chiesa celeste si attua in maniera nobilissima soprattutto nella sacra Liturgia nella quale, in virtù dell’azione santificante dello Spirito Santo, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina maestà, e tutti, di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione (cfr. Ap 5,9), riscattati col sangue di Cristo e radunati in un’unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio uno e trino.

Questa Comunione dei santi si realizza poi in una pienezza tutta particolare quando celebriamo il sacrificio eucaristico; in esso, infatti, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste comunicando con essa e formando con essa non due, ma un’unica voce. Come ben si esprime la conclusione di molti prefazi “noi ci uniamo con gioia a questo immenso coro, uniti in eterna esultanza… Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode…”.

 

Lex vivendi: imitarne gli esempi

Seguendo le disposizioni pastorali del Vaticano II; ciascuno dovrebbe riflettere che il vero culto dei santi non consiste tanto nella molteplicità di atti esteriori, quanto piuttosto nell’intensità dell’imitazione di coloro che hanno saputo tradurre nella loro vita gli insegnamenti del Maestro. Il monito è lo stesso che si ripeteva S. Agostino: “si isti et istae, cur non ego?”. Se si sono fatti santi loro, che sono di carne e ossa come me, perché non posso e non devo farmi santo anch’io?

Il mondo, nel quale il senso della santità si è oscurato, ha bisogno più che mai dell’esempio dei santi, sia di quelli che sono sulla terra sia di quelli che sono in cielo “… perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Fil 2,15-16). È quindi sommamente giusto che amiamo e veneriamo con particolare affetto questi amici e coeredi di Gesù Cristo e anche nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio, rivolgiamo loro supplici preghiere e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale solo è il nostro Redentore e Salvatore. Infatti ogni nostra vera attestazione di amore fatta ai santi, per sua natura termina a Cristo, che è la corona di tutti i santi, e per Lui a Dio Padre, che è mirabile nei suoi santi e in essi è glorificato (cfr. LG 50).

 

 

 

Note

[1] L’espressione “comunione dei santi” ha due significati, strettamente legati: “comunione delle cose sante [“sancta”] e “comunione tra le persone sante [“sancti”]; i fedeli [“sancti”] vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo [“sancta”] per crescere nella comunione dello Spirito [“koinonía”] e comunicarla al mondo (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 948).

[2] San Domenico, morente, diceva ai suo frati: “Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita”.