N.03
Maggio/Giugno 2003

Il corpo è per il Signore

L’argomento si presenta ampio, affascinante, complesso, con molti addentellati già trattati da diversi autori in numerose pubblicazioni, a cui si rinvia per un eventuale approfondimento. Qui ci limiteremo a prendere visione dell’importanza che tale tematica venga trattata nella Direzione Spirituale (DS), dato che direttamente o indirettamente si ripresenta e come affrontare alcuni passaggi fondamentali.

 

Appartenenza: dono e conquista

L’affermazione di Paolo: “Il corpo è per il Signore” (1Cor 6,13) riecheggia di primo acchito un tema esplicito e chiaro già nell’AT, quello dell’appartenenza. Ecco alcune citazioni. “Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1). “Ascoltate la mia voce, voi sarete il mio popolo” (Ger 11,4). “Essi diverranno mia proprietà” (Ml 3,17) e altre simili. Per meglio comprendere possiamo accostare due riferimenti della stessa lettera: “Voi siete di Cristo” (1Cor 3,23) e “Il corpo è per il Signore” (1Cor 6,13). Senza affrontare tutta la portata esegetica delle relative pericopi ci limitiamo a cogliere alcune suggestioni che sembrano significative per il nostro tema. Premettiamo la constatazione che l’esistenza umana si snoda contemporaneamente e costantemente su tre livelli strettamente connessi e inscindibili: il livello psico-fisiologico, il livello psico-sociale, e quello razionale-spirituale. Siamo anche un corpo con tutti i bisogni relativi alla sopravvivenza, cibo, acqua, riposo, prole e difesa verso quanto minaccia la salute, la vita e i beni.

Non possiamo vivere senza gli altri e le molteplici relazioni che ne conseguono, con una varietà di bisogni che non si limita alla sfera affettiva, ma anche alla necessità di realizzare, conquistare, costruire insieme. Ma non basta, quantunque fossimo in grado di soddisfare pienamente tali esigenze, resta prepotente dentro di noi la spinta ad interrogarci sull’esistenza stessa, sulla creazione, sulla storia e sulla presenza dell’Entità Superiore che governa l’universo. Ora l’affermazione “Voi siete di Cristo”, sembra sottolineare con forza un’appartenenza di fatto, come dono di grazia, elargizione gratuita, frutto della morte e risurrezione di Cristo, comunicata a noi per il battesimo e la fede in Lui. D’altra parte “Il corpo è per il Signore” rimanda ad altre importanti considerazioni. Innanzi tutto il termine usato “soma” contiene un riferimento non solo alla realtà fisica ma alla situazione storica e alla vita relazionale tipica della persona umana. Si tratta dunque di un’appartenenza che ingloba la totalità dell’esistenza con il proprio essere corporeo, sensoriale, relazionale, affettivo, spirituale. Non appartengono al Signore solo le belle idee, gli slanci generosi, i pensieri sublimi, ma pure la complessità emotivo-affettiva, passionale.

In secondo luogo la preposizione “per” indica un fine, una meta, un punto d’arrivo che suppone e implica l’impegno personale affinché la propria vita appartenga sempre più al Signore. Si tratta dunque di un’appartenenza come dono, un dono non statico ma dinamico, un dono in divenire, un dono che è al contempo gratuito e da conquistare. Ne consegue che la Direzione Spirituale avrà a che fare con l’educazione della corporeità, delle emozioni, degli affetti, delle passioni, della sessualità, in qualunque scelta vocazionale.

 

Il volto sola Icona di Dio

Le parole di Paolo, se ben intese, basterebbero per mandare in frantumi ogni visione dualistica-manichea della vita umana e dovrebbero fugare ogni dubbio circa la positività corporea. In realtà non è così e la questione si pone comunque, se non a livello teorico, di certo nel vissuto personale e nella relazione educativa. “Oggigiorno restiamo ancora marcati da una cultura di sfiducia riguardo al corpo, sia perché nella nostra tradizione occidentale hanno dominato in teologia due ontologie metafisiche che hanno cercato di oltrepassare o negare il corpo come un ostacolo alla salvezza (soprattutto per l’interpretazione che si è fatta di Platone e Aristotele), sia perché ai nostri giorni per una moda idolatrica, il corpo è ridotto alla ricerca del benessere e dell’apparire. In questo contesto il corpo può restare un estraneo che si accosta senza conoscere, uno sconosciuto, esteriore a se stessi. Talora si rimane ancorati ad un dualismo che separa la mente dal corpo e che conduce a pensare che l’esperienza spirituale non sia corporea. Come allora lasciarsi toccare dalla Parola di Dio? Come lasciare che ci trasformi in profondità se noi restiamo insensibili, sordi e ciechi?”[1]

Già il termine Direzione Spirituale potrebbe trarre in inganno deducendo che ci si deve occupare delle cose dello spirito quasi fossero separabili dall’esperienza corporea, dimenticando che si ha comunque e sempre a che fare con una persona sessuata che vive in una dimensione spazio-temporale, con un mondo di emozioni, impulsi, desideri, insieme a ideali, valori, mete, progetti da perseguire. Il rischio sussiste. Ad avvalorare una visione unitaria, positiva si aggiunge un’ulteriore precisazione di Paolo: “E il Signore è per il corpo” (1Cor 6,13). Infatti, Egli dà la sua vita perché i nostri corpi mortali possano partecipare alla sua Risurrezione. “Il corpo dell’uomo non è una realtà gettata nel mondo per svilupparsi e perire, ma è legato al filo d’oro di un’economia divina col corpo stesso di Cristo glorificato, un vincolo di appartenenza e di assimilazione che culminerà per i giusti nella risurrezione della gloria”[2].

L’affermazione di Paul Ricoeur: “Io credo che il volto è la sola Icona che noi abbiamo di Dio”, risulta allora pregnante, e raggiunge piena realizzazione in Cristo Gesù. Egli stesso lo afferma rispondendo all’insistenza di Filippo: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). Il Verbo, fatto uomo e in tutto simile a noi fuorché nel peccato (Eb 4,15) ha assunto le nostre sembianze, i nostri lineamenti. Se il suo volto rivela il Padre, anche il volto di ogni uomo e di ogni donna, di tutti i tempi e di tutti i continenti, riflette qualcosa del volto stesso di Dio, sebbene in modo offuscato, poco limpido e trasparente. Il Dio che si è rivelato è il Dio Amore (1Gv 4,8), comunione perenne tra Padre e Figlio e Spirito Santo, relazione senza ombre. Ebbene il corpo umano nella sua duplice manifestazione maschile e femminile parla del rapporto interpersonale, della relazione d’amore a cui siamo chiamati per poter diventare veramente uomini e veramente donne. Il nostro corpo sessuato manifesta qualcosa di Dio stesso. Si fa Icona di Dio. È una realtà sorprendente, che c’interpella.

Il giovane va dunque educato a riconoscere, apprezzare e vivere questa dignità talora distorta pure oggi, da visioni estreme, sia pure con sfumature diverse rispetto al passato. Nel tentativo di superare una certa svalutazione, se non addirittura il disprezzo del corpo, presente anche in alcune correnti di spiritualità cristiana, come pure in certa morale laica, si vive oggi l’esaltazione del corpo. Basta guardare la pubblicità per strada, in qualsiasi rivista o alla televisione per essere sommersi da messaggi e immagini di un corpo giovane, bello, desiderabile, inalterabile, che non invecchia, pronto a godere nelle modalità più svariate, che può essere costantemente rinnovato in palestra, sale per relax, beauty center, da interventi chirurgici di bellezza ecc. Il corpo è più che mai al centro dell’attenzione, quasi un oggetto di venerazione, di culto. Anche il libro del Siracide afferma che “Non c’è ricchezza migliore della salute del corpo”. Ma aggiunge. “E non c’è contentezza al di sopra della gioia del cuore” (Sir 30,16). Un’aggiunta importante, quella della saggezza che sa comprendere e seguire una scala di valori[3].

 

L’uomo è un animale che pensa con le dita

Se l’uomo è a immagine di Dio, il corpo è allora strumento e manifestazione dello spirito, in particolare il volto e la mano, ce lo ricorda S. Tommaso con un’espressione sorprendente: “Ciò che è costitutivo dell’uomo è lo spirito e la mano”[4]. Praticamente è con la mano che l’uomo esercita quel dominio, quella signoria sul creato che Dio stesso gli ha comandato (Gn 1,28). “Si può dire che la mano sia un vero e proprio artigiano dello Spirito. È tramite essa che alla fin fine tutti i prodotti del lavoro, della scienza, dell’arte, della cultura prolungano in un certo senso il corpo dell’uomo”[5]. Anzi secondo la sintesi plastica, offertaci da uno scrittore: “L’uomo è un animale che pensa con le dita”[6], soma e psiche formano un tutt’uno inscindibile.

 

Il corpo e l’identità personale

E tra corpo e identità personale sussiste una stretta relazione. Nel processo che conduce alla formazione dell’immagine di sé entra direttamente la percezione positiva o meno che uno ha della propria corporeità. Ne consegue un’idea di sé che può essere realistica, adeguata, matura, o al contrario distorta, parziale, riduttiva, autosvalutante o grandiosa in quanto l’aspetto somatico può essere investito di un significato onnicomprensivo a scapito di altri fattori ugualmente, se non addirittura, più determinanti. Così ad esempio l’adolescente che guardandosi allo specchio deduce che non apparirà mai su “ Vogue” può finire per ritenersi brutta, poco piacevole, non interessante ecc. e tali pensieri negativi possono, a lungo andare, influenzare il suo modo di relazionarsi a tal punto da divenire scontrosa, intrattabile, suscettibile, o aggressiva e così provocare conflitti anche con il gruppo dei coetanei e poi interpretare il tutto come conferma della sua non amabilità. Oppure il giovane che non ha una prestanza fisica o una muscolatura da “ring” può crescere con la percezione di vulnerabilità, di debolezza fino a gettare ombre sulla propria identità sessuale. D’altra parte la giovane “mozzafiato”, che non passa inosservata, può crearsi l’illusione di avere tutte o quasi le strade aperte senza preoccuparsi di coltivare intelligenza, profondità di sentimenti, capacità di relazione, di dedizione, impegno, costanza ecc. Parimenti il ragazzo che si crede un “superman” per la sua stazza, rischia di essere solo carrozzeria, farà tutt’al più un exploit come i fuochi d’artificio, ma niente più. In un cammino educativo è dunque importante che il giovane sia cosciente e possa esplicitare ciò che pensa di sé per giungere a un’integrazione, a una visione globale del proprio Io.

 

Il corpo sacramento dell’incontro

Questa coscienza integrata di sé avrà una ricaduta positiva sulle relazioni interpersonali. “Certo, non è indifferente il fatto che il proprio corpo sia bello, delicato, armonioso: uno dei luoghi della più grande bellezza esistente, dal momento che non è la bellezza di una cosa, ma di una realtà vivente, attraverso la quale uno spirito dice qualcosa di quello che è, e anche perché è una bellezza precaria, minacciata e, di conseguenza, più preziosa perché più fragile. Ma anche un corpo invecchiato, ferito, malato, handicappato può essere uno strumento della presenza, e rivelare così la sua vera bellezza che è quella di essere il sacramento dell’incontro fraterno; e il corpo, anche menomato, è il luogo nel quale può mostrarsi lo spirito, nella debolezza della carne”[7]. Ricordo con gratitudine e simpatia un’insegnante della scuola superiore, dal volto molto espressivo, malgrado il corpo sgraziato. Era una donna piacevole, serena e di grande comunicazione, godeva la stima di molti, per la sua competenza professionale e soprattutto per la squisita capacità di rendere interessante e piacevole lo studio.

Consapevolmente o no si inviano e ricevono significati, impressioni, idee. Non si può non comunicare, ossia produrre segni che acquistano un senso per quelli che li ricevono: stare in silenzio o semplicemente girare lo sguardo, o fingere di non aver raccolto un invito mediano dei messaggi. Il volto e il corpo tutto trascrivono delle mimiche di gradimento, di assenso, di fastidio, di collera, di impazienza, che acquistano senso per l’interlocutore sensibile e attento anche senza scambio di parole. Dal momento in cui uno si rivolge all’altro, mette in atto una serie di segni e di codici che prendono corpo: impiego corretto del linguaggio, ricorso a uno stile di parola suscettibile di essere compreso dall’interlocutore, attenzione a ciò che si può dire e a ciò che conviene tacere, uso di un discorso congruente alla situazione, alternanza di parola e di silenzi ecc. Il corpo non è il parente povero della parola, ma il suo partner a tempo pieno nella circolazione permanente del senso che offre la sua ragion d’essere al legame sociale. D’altronde nessuna parola esiste fuori della corporeità che l’avvolge e le dona carne. “I gesti recita un proverbio Tuareg – sono i tamburi d’acqua della parola”[8], un’amplificazione, una coloritura del linguaggio stesso. Infatti, nell’ascoltare la registrazione di una conversazione o conferenza ritenuta da tutti brillante, se ne può avere al contrario un’impressione in tono minore. Il corpo è dunque un messaggio costante.

 

Educazione dei sensi

Questa perenne trasmissione di significati, di messaggi che innesca una moltitudine di dinamiche interpersonali, che può suscitare sentimenti che toccano l’interiorità altrui, non resta semplicemente un dato di fatto, di cui prendere consapevolezza, ma ci interpella sia personalmente sia in qualità di educatori. Dunque non risulta fuori luogo parlare ancora oggi di “educazione dei sensi” che non va inteso quale sinonimo di mortificazione o privazione, quanto piuttosto nel senso etimologico del termine di “tirare fuori”, far emergere il meglio. Richiede indubbiamente una certa disciplina, o controllo di sé per non lasciarsi dominare da tutto ciò che bussa ai propri sensi, saper distinguere tra bene e male, tra quanto è lodevole e indegno, fra quanto è lecito, ma non giova (cfr. 1Cor 6,12-20) e poter agire di conseguenza. Possono bastare alcune esemplificazioni.

In merito alla vista, si può dire che c’è una diversità qualitativa tra vedere ossia lasciarsi colpire dalle cose e saper guardare ossia volere guardare, per conoscere, comprendere con intenti di benevolenza, apprezzamento, attenzione, interesse verso qualcuno. Una lunga conversazione può risultare superficiale e vana se, occupati da altri pensieri, lo sguardo si volge su tutto tranne che sull’interlocutore. Certe persone danno la sensazione di essere sempre altrove, anche nello scambio di pace durante la liturgia. Al contrario guardando in volto, per un breve saluto, si può mediare accettazione, vicinanza, comprensione. Allo stesso modo uno sguardo indignato, collerico o indifferente può ferire profondamente.

In senso lato qualcosa di simile avviene riguardo all’udito. Saper ascoltare è una dote non facile, richiede talora un lungo e duro tirocinio. Tutti hanno bisogno di ascolto, chi è nel dolore, tribolato o nella difficoltà, come pure chi desidera condividere una gioia, una soddisfazione o godersi una tranquilla conversazione. Altri richiami attendono un ascolto. Siamo ormai in una società multietnica, ebbene ci sentiamo sollecitati ad apprezzare, o meglio ancora a gustare le modulazioni dei diversi linguaggi, le flessioni vocali nel modo di cantare, di rivolgere una domanda, di dare il saluto, di offrire un’informazione, di esprimere una preghiera? Potrebbe rivelarsi una modalità squisita di ascoltare e di comunicare, anche in un tram dove in gran parte si parla arabo. Il giovane ha bisogno di saper “ascoltare il silenzio”. Il silenzio della solitudine, dove avvertire, per così dire, il proprio peso specifico, rendersi conto delle cose che ci circondano, cogliere i rumori anche lievi: un canto in lontananza, un passo appena percettibile, una conversazione in sordina. Per certe persone silenzio e solitudine sono sinonimi di vuoto che disorienta, che provoca ansia, come minaccia. Altri non sanno ascoltare il proprio corpo che dà l’avviso che è ora di dormire o di alzarsi. In un suo recente libro, Amedeo Cencini ha un interessante e simpatico capitolo su “la disciplina della veglia del sonno”[9]. Non deve sorprendere, ma alcuni hanno una notevole difficoltà a saper gestire adeguatamente l’alternanza tra riposo e attività. Lo stress attuale può esigere qualche ora di palestra, di nuoto e simili, ma una vita sana ed equilibrata comporta di rispettare normalmente i ritmi fisiologici e non pretendere di stravolgerli a piacere con l’idea grandiosa del “faccio come voglio e quando voglio”.

Il tatto, fin dalla nascita, è una delle fonti di piacere più immediato. Ebbene si può restare vincolati a una ricerca egocentrica di piacere, dove l’attenzione è focalizzata su se stessi, ma è pure possibile uno spostamento del baricentro, dove l’altro diviene il centro di interesse. La differenza può non essere avvertita ma è significativa. Nel semplice gesto di una carezza, uno può essere attento a ciò che sente, e un altro invece può avvertire il bisogno altrui e agire di conseguenza.

 

Il corpo e la preghiera

Se tutta la nostra esistenza appartiene al Signore, allora non si può pensare alla preghiera scissa della dimensione corporea. Dicendo preghiera si allude alla relazione con il Signore e non solo ai vari modi e momenti di preghiera. Paolo nella lettera ai Romani inizia la parte parenetica con questa esortazione: “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio” (Rm 12,1). L’uomo “rinnovato” dalla grazia è chiamato a vivere in novità di stile e di comportamento. È l’etica del popolo di Dio, popolo sacerdotale, profetico e regale. Ogni credente è il sacerdote del suo sacrificio personale, esistenziale. Ha la possibilità di offrire non qualcosa di esterno a sé ma il proprio corpo, vale a dire la persona concreta e l’esistenza nella sua complessa realtà, quale sacrificio vivente: poiché la persona che si offre non muore offrendosi, come le vittime dell’olocausto, ma acquista più che mai vita. Paolo chiama questo “culto spirituale”, impiegando un termine (loghiké) che qualifica ciò che è interiore in opposizione al formale, all’esteriore, al teatrale. Ma non allude a qualcosa di intimistico dal momento che concerne tutta la persona (il “corpo”) e l’esistenza, bensì al culto animato dallo Spirito Santo[10]. “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio, e voi non appartenete a voi stessi” (1Cor 6,19). La presenza dello Spirito impegna il credente in una nuova visione del mondo, di se stesso e della relazione con Dio.

È di primaria importanza che il giovane scopra e viva lo stupore di essere per Dio un sacrificio santo e gradito. Diversamente la preghiera è limitata allo sforzo personale o al dovere, con il rischio che si corre in certe assemblee liturgiche anonime che potremmo descrivere con le parole di Guardini: “Nessun moto vivace del cuore genera quel sentimento che fa esclamare: ‘Ecco qui degli uomini proprio vivi e vitali come me. Sono contento che siano qui. Facciamo parte di un unico tutto’. Ciascuno sta piuttosto chiuso nel suo io, come un soldato di guardia”[11].

Senza entrare in merito alla questione, è risaputo che diverse persone, anche battezzati cercano, in una nuova religiosità o in certe correnti orientali, un’esperienza spirituale che prenda in considerazione tutta la corporeità. Al di là di certe esperienze esoteriche discutibili e ambivalenti, tale ricerca può esprimere un bisogno legittimo, quello di poter stare in preghiera da soli o in assemblea con tutto se stessi, in modo che uno slancio, o una pausa contemplativa e un moto di gioia e di esultanza possano venire mediati da gesti significativi. “Nella preghiera noi parliamo con un Dio silenzioso, invisibile. Può darsi che qualcuno abbia una vivace consapevolezza della presenza di Dio, ma altri non l’hanno, oppure è sommessa, incerta”[12]. Ora un gesto, un movimento, misurato (non si tratta di fare teatro), sentito e vero può facilitare o risvegliare tale consapevolezza.

Al contrario, si possono incontrare riluttanze e resistenze. Se ad esempio il Celebrante invita a pregare il Padre Nostro a braccia alzate in segno di intercessione o lode, si possono cogliere movimenti impacciati, poco spontanei, o quasi un senso di vergogna. Altri non osano cantare. Eppure tutta la Scrittura risuona di una preghiera gioiosa e canora. Nella storia della Chiesa non mancano prese di posizione precise riguardo a gesti e posture collegati a contenuti teologici, come la prassi ricordata da sant’Agostino: “Si tralasciano i digiuni e si prega stando in piedi come segno della risurrezione; per questo motivo tutte le domeniche si canta l’alleluia”[13]. Il giovane va dunque guidato alla preghiera sia silenziosa, sia partecipata, dove i vari segni, gesti, simboli acquistano senso.

 

Le emozioni: un problema o una dotazione umana da riconoscere, accettare e dirigere?

Con l’ausilio delle scienze umane, in particolare della psicologia del profondo si è rivalutato in campo pedagogico il significato e il peso del mondo affettivo nelle relazioni interpersonali, con la realtà esterna e con Dio stesso, e quindi nello sviluppo e nella maturità umana.

 

Sentimenti, emozioni, affetti

Emozioni, sentimenti, affetti sono termini usati talora come sinonimi, in vero una certa distinzione è praticabile. L’emozione può essere definita come attrazione verso un oggetto valutato intuitivamente come buono (utile, piacevole) o un allontanamento da qualsiasi cosa considerata come cattiva (dannosa, spiacevole)[14], dunque una reazione affettiva ad uno stimolo esterno, percepito con i sensi o rievocato dalla memoria, che comporta una valutazione immediata, spontanea, intuitiva di piacevole o spiacevole, buono o cattivo per me, qui, ora, con possibili intense alterazioni corporee, quali ad es. accelerazione del ritmo respiratorio e cardiaco, tensioni muscolari, rossore ecc. E la possibile attualizzazione di tale spinta verso o di fuga da, senza che intervenga la valutazione cognitivo-riflessiva, capace di giudicare l’opportunità o meno di eseguire tale pulsione.

Nel sentimento confluiscono varie emozioni come possiamo supporre pensando al complesso mondo dell’amore o al senso di colpa. Tuttavia il sentimento non può essere considerato come una semplice somma di emozioni, ma è la risultante, in perenne evoluzione, di diversi stati d’animo che interagiscono fra loro, filtrati di volta in volta dal controllo critico, intellettivo, che elabora i sentimenti. Dunque la gamma di sentimenti è motivata anche dalla scala di valori della persona stessa. Ad esempio il sentimento di amicizia viene coltivato se la persona lo ritiene importante per sé.

In merito all’affetto possiamo ricordare due fondamentali accezioni. Si parla, in genere, di affetti a proposito di legami che sottendono dei rapporti che perdurano nel tempo come fra parenti, amici o conoscenze di lunga data. “Provare affetto” indica un sentimento meno intenso della passione, ma comporta un atteggiamento di benevolenza, tenerezza, dedizione, gratitudine. Cosicché il “bisogno di affetto” è inteso comunemente come richiesta di vicinanza, comprensione, conforto. Tutti sentimenti positivi presenti nel “volere bene” a qualcuno. Con un significato più ampio l’affetto indica lo stato emotivo piacevole o doloroso, intenso o diffuso percepito da una persona[15].

Al di là di queste possibili distinzioni, la componente emotiva occupa di fatto un posto notevole nella vita umana, ne rappresenta per così dire il respiro e la coloritura con una gamma di svariate sfumature[16]. Ci limitiamo a qualche puntualizzazione.

 

Emozioni e senso di colpa

L’emozione, essendo di sua natura spontanea e immediata, non soggetta al controllo volitivo, non può essere giudicata dal punto di vista morale. Perciò sussiste una chiara distinzione tra sentire e agire, tra ciò che si avverte come desiderio, attrazione, emozione, pulsione di qualsiasi genere e ciò che si decide di fare o è già accaduto. Si è responsabili eventualmente di ciò che si fa e non di ciò che si sente. Valutare certi desideri come essenzialmente “buoni” e altri come essenzialmente “cattivi” significherebbe mutuare uno schema manicheo e supporre che esistono, nell’uomo, un principio e delle forze che non verrebbero dall’unico Creatore[17]. Sotto i desideri e i bisogni più strani, si nasconde talora un bisogno vero, un anelito profondo e assolutamente vitale. Qualunque sia il desiderio che si fa sentire è bene che lo si possa guardare in faccia, senza paura, lo si riconosca come proprio, come parte della propria esistenza e poi valutare se accondiscendere o meno. Infatti l’essere a contatto con i propri sentimenti può permettere un confronto più veritiero con i valori, una maggiore rettitudine, una decisione consapevole e se comporta una rinuncia costosa, risulterà salutare, senza provocare frustrazione. Questa rappacificazione con se stessi predispone maggiormente ad accogliere gli altri, ad ascoltare i desideri altrui senza giudicare.

 

Mozioni affettive e valori

In senso lato il termine “affetto”, indica una potenzialità, quella dotazione umana, quella energia interiore profonda, quella qualità dell’esperire senza della quale c’è appiattimento e soprattutto le relazioni interpersonali e con Dio restano incolori, amorfe, blande, poco coinvolgenti, col rischio di venire facilmente meno oppure procedere a intermittenza. Al contrario si può verificare un coinvolgimento affettivo intenso, ma superficiale, o esasperato a scapito di un adeguato contatto con la realtà. In tal caso si hanno dei significati gonfiati e viene meno un equilibrio tra percezione razionale-logico-riflessiva e l’investimento affettivo.

Si può allora parlare di “mozioni affettive” come capacità di lasciarsi coinvolgere in profondità, e pervenire a decisioni concrete, precise. “La volontà scatta, solo se qualcosa impressiona la nostra intelligenza e la incanta così fortemente da spingerci a desiderarla, a volerla”[18]. Nella DS, in particolare nel cammino vocazionale si presenta un duplice discernimento, verificare se c’è o meno un coinvolgimento affettivo e quali mozioni affettive fungono da propulsore.

Un valore, anche religioso, per quanto proclamato verbalmente e apparentemente suffragato da relativi comportamenti, può restare, in prevalenza, un concetto, un’idea pur bella, su cui disquisire anche nei dettagli e con un certo entusiasmo, senza che il soggetto ne resti profondamente toccato, ossia affettivamente coinvolto, quand’anche arrivasse a decisioni determinanti. È il caso del ragazzo tutto scuola, amici e oratorio che ha deciso di entrare in seminario. Arriva al sacerdozio senza grandi crisi o ostacoli. In qualità di vice parroco, sembra procedere al meglio, ma improvvisamente, senza un’apparente ragione, tutto crolla. E in breve decide di lasciare il sacerdozio. Quanti cercano di aiutarlo, per un’eventuale chiarificazione, restano disarmati di fronte all’impossibilità di trovare dei punti di contatto, su cui fare leva. Hanno l’impressione di parlare con qualcuno che non si è mai posto degli obiettivi religiosi, come non fosse mai stato sfiorato da quei valori, che sembravano presenti all’origine della sua vocazione.

L’adeguamento alle norme, con la facciata del bravo ragazzo, hanno coperto il vuoto affettivo, precludendo all’educatore di rendersi conto che c’era un coinvolgimento superficiale, insufficiente. Senza radici profonde, tutto è seccato in fretta.

 

La preghiera e il mondo degli affetti

La preghiera risente, non solo degli stati emotivi passeggeri, ma soprattutto del substrato affettivo più in sordina che contribuisce a dare forma a una certa immagine di Dio che si forma nel tempo, in ciascheduno, in base alle esperienze, alla educazione, alla conoscenza raggiunta e perseguita. Razionalmente uno può affermare che Dio è Amore, misericordia, ma in realtà in modo più o meno consapevole essere interiormente mosso da altri significati. Ecco alcuni esempi.

Il Dio potente ma che non concede facilmente quanto si desidera. Si moltiplicano le preghiere, si accendono le candele, si fanno celebrare Messe, si va in pellegrinaggio ecc. al fine di ottenere la grazia desiderata. La preghiera è vissuta come “baratto”: io ti do, tu mi dai. Se la richiesta è disattesa allora Dio è ingiusto, è un Dio fatale, nel momento del bisogno non c’è, non si fa sentire.

Il Dio giudice: se sbagli punisce. Ne consegue forte senso del dovere insieme con quello di colpa. Tipico esempio lo scrupoloso. La preghiera può esser vissuta come richiesta di perdono, ma senza mai sentirsi veramente perdonati, amati.

Il Dio severo, esigente, che non è mai contento. Si vive con la spiacevole sensazione che Dio non sia mai soddisfatto di se stessi, allora la preghiera può esser vissuta come tentativo di accaparrarsi la benevolenza del Signore, ma sempre con il sottile dubbio di mai riuscirci.

Il Dio giusto: premia i buoni e castiga i cattivi. Ci si pone senz’altro tra i primi, con la pretesa di un’attenzione maggiore rispetto a quelli che sono disonesti, assassini, terroristi. Una signora, proprio in questi giorni in tram, predicava che bisognava pregare per la pace e si dimostrava desolata perché, a suo avviso, pochi avvertivano tale bisogno. Comunque lei stava andando alla preghiera, ma era assai dispiaciuta che la “tempesta di sabbia” non avesse “inghiottito i militari USA” e così la guerra sarebbe finita.

Il Dio accigliato, che esige il sacrificio, la fatica. La persona vive con la spinosa sensazione che il Signore non possa sopportare la felicità dell’uomo e che tutto debba essere pagato a caro prezzo. Così un’eventuale soddisfazione, un godimento, una gioia sono vissuti con il presentimento che possa succedere qualcosa di tragico. La preghiera viene allora vissuta come sacrificio per placare l’ira di Dio. Dimenticando che il Signore dona prima ancora che gli chiediamo qualcosa.

Il Dio Padre buono, che mi deve consolare. La preghiera è cercata in quanto emozione esaltante: Dio è percepito più o meno come una “torta” da gustare a proprio piacimento. Diversamente che preghiera è?!

Certo Dio è L’Emmanuele, il Dio con noi. Più intimo a noi di noi stessi, eppure il Trascendente, il Tutt’altro, l’Altissimo. Il Padre che ascolta, ama, ma interviene, con tempi e modalità che non corrispondono necessariamente ai nostri criteri. Il Dio fatto uomo, in Cristo Gesù che ci rivela il suo volto, nel volto del Figlio, eppure nessuno l’ha mai visto (Gv 1,18). Il Dio, dolce ospite dell’anima, lo Spirito Consolatore che abita nei nostri cuori, eppure non sappiamo esattamente come operi in noi e negli altri.

La preghiera va vissuta quale mistero, nella certezza di una relazione, del sapersi conosciuti, chiamati per nome pur senza sentirne la voce, dell’essere amati, e cogliendo il segno del suo amore nello sconcerto di certi avvenimenti laceranti, incomprensibili e apparentemente senza senso. Di fronte alle difficoltà relative alla preghiera non basta fare appello alla buona volontà, o richiamarne il valore, se non si cerca prima di capire di quali significati affettivi viene investita.

 

Sessualità e celibato

Facciamo una rapida distinzione sui termini: continenza, castità, verginità, celibato. Con il termine continenza si indica l’astensione dalla relazione sessuale. Mentre la castità designa la virtù morale, che regola l’appetito sessuale e rende l’individuo capace di controllare gli impulsi e le emozioni erotizzanti. Casto è colui che sa amare in modo rispettoso sia nella vita di coppia, come nelle relazioni amicali e nel celibato. La persona che intende essere casta non considera l’altro una cosa, un oggetto, non cerca di catturarlo. Lascia che l’altro esista in quanto soggetto.

La verginità in senso stretto si riferisce all’integrità fisica della donna, come rinuncia temporanea a qualunque manifestazione d’intimità sessuale in attesa del matrimonio. E come ben sappiamo in alcune culture la donna è sottoposta anche a pratiche dolorose pur di garantire tale integrità, ricordiamo ad esempio la famosa “cintura di castità” del passato o l’infibulazione che è stata di recente oggetto di regolamentazione parlamentare anche in Italia. La verginità è apprezzata, presso alcuni ambienti cristiani, come un valore autentico e la rinuncia momentanea come un bene per una amore di coppia più genuino e costruttivo. Il celibato denota lo stato sociale, intenzionale o meno, di colui/colei che non è sposato/a. Tale stato non è, di sua natura, sinonimo di verginità, castità, continenza. Assume questi e altri significati nel cristianesimo, in altre religioni o scuole filosofiche. Già nella Chiesa primitiva sia d’oriente che d’occidente è considerato un valore costruttivo, se scelto consapevolmente in relazione a Dio e al suo regno. Secondo le parole di Gesù (Mt 19,12), il celibato, o castità perfetta o verginità consacrata, indicano una scelta carismatica, come atto d’amore a Cristo e alla sua Chiesa. Evitando la contrapposizione, talora accesa dei secoli passati, si torna oggi a leggere celibato e matrimonio, nella linea del NT ponendoli uno accanto all’altro, perché l’uno spiega l’altro e vicendevolmente ricevono il loro valore, ma senza fare paragoni: sono due carismi diversi donati al popolo di Dio, in vista della santità a cui tutti siamo chiamati ed entrambi manifestano qualcosa del mistero di Cristo. Il celibato religioso altro non è che uno stato scelto in obbedienza, in ascolto ad una chiamata per il regno di Dio, ad un dono carismatico offerto a quanti possono capirlo[19].

 

Scelta consapevole e matura

L’ermetico accenno evangelico “Altri ancora si sono resi eunuchi per il regno dei cieli” (Mt 19,12) è comunque denso perché include i fattori fondamentali in vista del celibato nella vita presbiterale e/o religiosa: scelta – consapevole – matura – per “il regno di Dio”.

Nel processo vocazionale si constata che il giovane resta facilmente afferrato dalla prospettiva del “fare qualcosa” per gli altri, andare in missione, dedicare la vita ad un ideale oblativo, altruista. Valori indubbiamente encomiabili, con il rischio di permanere “role oriented”, orientato al ruolo che, com’è agevole intuire, risulta gratificante per la stima di sé, e stuzzica il bisogno di successo, di realizzazione, di qualcosa di nuovo, dell’andare oltre gli schemi abituali ecc. Può rappresentare un primo trampolino di lancio, in vista di un’evoluzione motivazionale, altrimenti la scelta non si avvera. Si tratta, infatti, di scegliere “Qualcuno”, non di fare qualcosa, sia pure nobile. Il celibato evangelico ha la sua ragion di esser per il “Regno dei cieli”, ossia Cristo Gesù, che include anche il fare qualcosa, ma la scelta è in merito ad una Persona, non a qualcosa.

L’appartenenza a Cristo acquista una valenza totalizzante e nonostante eventuali irruzioni affettive, permane al centro dell’attenzione, in una dimensione di sponsalità, secondo l’esortazione di Paolo: “Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore. Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito” (1Cor 7,32.34). Il verbo “pre-occuparsi” lo esplicita chiaramente. La prima occupazione, il centro degli interessi e degli affetti è Cristo Signore. Il Direttore Spirituale deve essere cosciente che tale discernimento nella situazione concreta delle persone, non è sempre facile e ovvio.

Ogni decisione, si può dire che è una Pasqua, vale a dire una forma di morte e di resurrezione. Perciò anche questa scelta comporta una morte, una rinuncia che va a toccare una delle corde emotive e affettive più prepotenti, il bisogno di un amore personale, esclusivo, totale, unico che include anche l’intimità fisica e la soddisfazione di vedere la propria vitalità prolungata nel figlio. Non è facile elaborare tale rinuncia e viverla positivamente e consapevolmente. Ricordo di un giovane che, lungo gli anni di seminario, ha coltivato l’amicizia con una ragazza, e solo alla vigilia del diaconato si rende conto che deve far chiarezza, perché nonostante non ci siano state effusioni fisiche, i suoi sentimenti sono andati ben oltre. Ebbene quando la ragazza gli dice apertamente che lei è fidanzata con progetti già precisi, il nostro seminarista va in crisi, emotivamente si trova nel caos e tutto viene messo in discussione. Si è come risvegliato da un sogno e finalmente prende coscienza di aver proseguito senza essersi mai ascoltato fino in fondo, senza aver mai messo a confronto seriamente l’alternativa e valutato le conseguenze della sua decisione. Non è sufficiente l’assenza di problemi seri a livello comportamentale o sessuale, come in questo caso, dove il ragazzo era addirittura additato a modello, per dedurre che c’è stata una scelta.

Paradossalmente dal punto di vista fenomenologico la scelta può sembrare evidente: entrata in seminario, in comunità, Professione religiosa, Ordine, partenza per la missione ecc. In realtà il tutto può procedere senza che si inneschi la dinamica della scelta, ossia quella svolta emotiva oltre che razionale che permette di assumere consapevolmente tutte le componenti della propria scelta e le conseguenze non esenti da lotte, fatica e rinuncia. Talora paure, timori più o meno confessati vengono messi a tacere con l’effetto di procedere per forza d’inerzia senza che si determini una vera decisione.

 

Celibato ed eventuali ferite relative alla sessualità

Si dà pure il caso di chi è seriamente intenzionato a fare il passo, ma resta frenato, spaventato, da esperienze sessuali traumatiche, dolorose o che comunque hanno lasciato delle ferite e che non sono necessariamente connesse a qualche forma di violenza, anzi il giovane può essere consapevole della propria responsabilità, dell’intenzionalità avuta, della curiosità che ha fatto da molla: ad esempio i primi approcci al sesso mediante riviste, film prettamente pornografici, con un’intensità che si è protratta nel tempo, esperienze precoci d’intimità genitali, partecipazione a feste con promiscuità sessuale, talora episodi di prostituzione, o d’aborto.

Anche se il giovane assicura di avere superato il tutto perché ormai non ci pensa più o di avere fatto chiarezza nei valori da seguire, quasi sempre permane in profondità una sensazione di colpa, d’indegnità descritta sovente con l’immagine del “sentirsi sporchi”. Questi sentimenti non sono necessariamente espliciti e consapevoli, talora si nascondono dietro un velo di tristezza che rabbuia la persona senza un fattore precipitante o plausibile. Tenendo conto che siamo di fronte ad una gamma di stati d’animo e di sfumature emotive che differenziano ogni percorso umano, sussistono comunque dei passaggi obbligati.

Arrivare gradualmente, delicatamente, ma decisamente a chiamare per nome le cose, evitando eufemismi, o allusioni, che sono una tattica, più o meno inconsapevole per non lasciarsi ferire, non sentirsi in colpa o provare vergogna. Invece di dire apertamente cosa è accaduto usare ad esempio l’inciso “quel fatto”, “quel momento”, “la cosa”, ecc. Ammettere quanto è accaduto, ossia riconoscere gli eventi così come si sono verificati, ammettendo la propria partecipazione più o meno intenzionale, più o meno subita. In altre parole, riconoscere la responsabilità propria senza nascondere quella altrui. Arrivare a questa ammissione è talora veramente doloroso e uno può tentare di nascondersi, a lungo, dietro il paravento degli “interrogativi”: “Perché mi è capitato questo?”, “Come mai non ho capito subito?”, “Ma proprio a me doveva succedere?”, “Una cosa del genere non doveva avvenire”, “Non ci posso credere” e via dicendo. La difficoltà ad ammettere apertamente è collegata quasi sempre alla stima personale, o alla percezione dell’irreparabile. L’immagine di sé ne esce non solo ridimensionata, graffiata, ma rovinata per sempre tanto più se sottilmente albergava la presunzione d’essere migliore degli altri. Ne deriva una lettura unilaterale, dove l’errore occupa tutto lo spazio dell’Io e le componenti positive scompaiono.

Enucleare le intenzionalità di bene, identificando i desideri legittimi sottesi all’accaduto e riconoscendo che la modalità seguita ha portato a risultati opposti. A seguito di un errore, di un insuccesso, si ha talora una svolta decisiva nella vita di certe persone, perché finalmente i valori risplendono in tutto il loro fascino e forza motivante. Chiarire cosa si intende per superamento di certi eventi o difficoltà. Taluni lo interpretano erroneamente come eliminazione dell’ostacolo, con l’aspettativa, ad esempio, che certi sentimenti non dovrebbero più farsi sentire, oppure che certe debolezze non dovrebbero più ripresentarsi. Risolvere o superare una difficoltà non equivale a scomparsa, piuttosto a un modo diverso, più opportuno, realistico e maturo di far fronte alle proprie vulnerabilità, in modo tale da non venirne schiacciati o pilotati. Certi ricordi, immagini, sensazioni, desideri, bisogni possono riapparire in modo prepotente. Risultano inaccettabili se interpretati come regressione, o minaccia, con il relativo sconforto: “Credevo di avere superato e invece…”. Questa chiarezza è indispensabile per evitare appunto delle delusioni piuttosto frustranti e amare.

Altri restano ossessionati dall’idea di aver voluto qualcosa di male e non si danno pace, ribadendo a iosa che non era loro intenzione agire in modo scorretto o disonesto. Vanno aiutati innanzitutto ad accettare che fanno parte di un’umanità che è peccatrice e quindi tutti, loro inclusi, albergano un po’ di malvagità. Nel contempo tentare di identificare quel bisogno legittimo, e buono che intendevano seguire, quale ad esempio un desiderio di amore, l’aspettativa di esperimentare un’emozione sconosciuta, la voglia di sapere, di conoscere, di vivere qualcosa di nuovo o di emotivamente esaltante e forse anche un po’ di curiosità. Ho visto più volte persone arrivare a una riconciliazione con il proprio passato, quando finalmente sono riuscite a fare distinzione fra ciò che desideravano e la modalità erronea perseguita. A quel punto hanno potuto ammettere anche certe intenzionalità meno limpide e genuine.

Altri proiettano il tutto nell’ambito religioso e sembrano tormentati dal dubbio di essere perdonati. Oltre a far chiarezza, come detto sopra, in merito all’immagine di Dio che si portano dentro, non va trascurata la possibilità che si tratti di una difesa “patinata di religiosità”, per non accettare la dura realtà e insieme ammettere con gratitudine che ci si può appellare solo alla misericordia di Dio, e grazie ad essa ritrovare quella energia e dignità interiore che permette di reagire al male.

 

Direzione Spirituale ed educazione morale

Si dà pure il caso di chi non è affatto disposto ad abbandonare ciò che è gratificante e quindi si crea mille alibi per non vedere certe ambiguità nei propri comportamenti, le conseguenze negative per sé e l’eventuale disonestà nei confronti altrui. Si deve affrontare la questione morale o va demandata alla confessione? È una domanda legittima che esige una risposta. La Direzione Spirituale suppone l’intenzionalità e l’impegno di conformare la propria vita agli insegnamenti del Vangelo e ciò avviene con un processo di conversione, un cambiamento di mentalità (criteri valoriali) e un cammino di libertà interiore da quanto si oppone alla vita secondo lo Spirito. Dunque è impossibile non confrontarsi con la morale. Un possibile rischio sta nell’arenarsi a un’etica intesa esclusivamente o quasi come un codice penale: una serie di norme che proibiscono o esigono determinati comportamenti, percepite come qualcosa di esterno e non sempre esplicite nelle motivazioni.

Ho constatato ripetutamente che giovani e meno giovani si dispongono alla messa in discussione quando cominciano ad avvertire il senso della dignità ricevuta. Siamo edotti al riguardo da un maestro eccezionale, l’apostolo Paolo. Nelle sue lettere esorta insistentemente i cristiani “a comportarsi in maniera degna della vocazione ricevuta” (Ef 4,1). Quella della filialità, della trasformazione interiore, dell’appartenenza. “Vedete che grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1). E ci ha “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29), infatti, noi siamo di Cristo (1Cor 3,23). Anzi si potrebbe dire che la DS deve far emergere la domanda di fondo: “A chi apparteniamo?”. Il senso di appartenenza rappresenta un fulcro vitale sia a livello affettivo umano, che spirituale religioso. Nel romanzo Il medico di Saragozza, il protagonista dopo una vita errabonda e travagliata, alla fine va alla ricerca di una relazione stabile perché “sentiva il bisogno di appartenere a qualcosa di buono”[20].

Ebbene la vita cristiana trova senso nell’appartenenza non solo a qualcosa di buono, bensì a “QUALCUNO BUONO”. Il giovane va dunque accompagnato in modo tale che giunga a darsi delle risposte, a scoprire le ragioni, i motivi, e la gioia di poter assumere un determinato stile di vita e persino la soddisfazione di sentirsi in grado di sostenere la relativa lotta non solo per la perseveranza, ma per essere “trasformati di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Così da far propria la splendida sintesi di un romanziere:

“Oh, non è una religione di fantasmi la nostra,
non di anime spoglie e rilucenti,
ma di corpi, questi corpi così come sono, gloriosi e miserabili,
e che risorgeranno, come ci è stato promesso”[21].

 

 

 

Note

[1] FORNOS F., Les Exercices corporels d’écoute et d’éveil, in “Lumen Vitae”, trimestrale francese, n° 3, settembre 2000. Una analisi illuminante ci è offerta da GIOVANNI PAOLO II nel III Ciclo di Catechesi tenute alle udienze generali effettuate negli anni 1980-1981. Pubblicato dalle Ed. Paoline nella collana Magistero, con il titolo Teologia del corpo.

[2] ROSSANO P., Meditazioni su San Paolo, Vol. I, Ed. Paoline, 1971. 

[3] MARTINI C.M., Sul corpo, Ed. Centro Ambrosiano.

[4] Per questo paragrafo ho fatto riferimento a MENSIOR J.P., Percorsi di crescita umana e cristiana, Ed Qiqajon, 2001.

[5] Ibidem, p. 21.

[6] TISSERON SERGE riporta questa citazione di Halbwachs nel suo articolo, Parler avec le corps, in “Lumen Vitae”, n° 3, 2000, Rivista internazionale di Catechesi e Pastorale, Bruxelles.

[7] MENSIOR J.P., op. cit.

[8] Ho trascritto alcune considerazioni dell’articolo di BRETON D., Corps et communication, in “Lumen Vitae”, n° 3, 2000. Il proverbio Tuareg deriva dal fatto che presso questi popoli esiste uno strumento musicale che consiste in una calotta ricavata da un grande frutto simile alla zucca. Posta sull’acqua e percossa a mo’ di tamburo, se ne traggono dei suoni dolci e delicati. È usato soprattutto nelle feste, come le nozze.

[9] CENCINI A., Il respiro della vita, Ed. San Paolo, 2002; in particolare il Dialogo immaginario tra il giorno, la notte e il corpo a p.115 e s.

[10] Ho ripreso in gran parte il commento che si trova nelle note in relazione a Rm 12,1-2, in La Bibbia, Vol. III, Ed. Marietti, 1980.

[11] GUARDINI R., Lettere sull’autoformazione, Ed. Morcelliana, 1994. 

[12] Ibidem.

[13] GIOVANNI PAOLO II, Dies Domini, lettera apostolica sulla santificazione della domenica, cap. III.

[14] Sono ormai diversi gli autori che hanno affrontato il tema delle emozioni. Uno degli studi più interessanti al riguardo è senz’altro quello della psicologa americana ARNOLD M., Emotions and personality, Vol. I, Columbia University Press, New York, 1960.

[15] Queste distinzioni le ho tratte in parte da SLEPOJ V., Capire i sentimenti, Ed. Mondadori A., 1996.

[16] Può essere interessante al riguardo l’analisi agile e piacevole di BISSI A., Il battito della vita, Ed. Paoline, 1998.

[17] LOUF A., Generati dallo spirito, Ed. Qiqajon, 1994.

[18] PELLEGRINO G., Uomo per il 2000, Ed. Effatà, Torino, 1996.

[19] BIANCHI E., Celibato e Verginità, in “Nuovo Dizionario di Spiritualità”, Ed. Paoline, 1978. 

[20] GORDON, Il medico di Saragozza, Ed. BUR.

[21] RAVASI G., in Mattutino, Ed. Piemme, 1993, riporta questa citazione di PARAZZOLI F., tratta dal suo romanzo, Il giro del mondo.