N.02
Marzo/Aprile 2004

“Via della Chiesa è l’uomo”: la dimensione vocazionale, anima del rinnovamento della parrocchia

 

 

Cristianesimo domestico e forma della vocazione

Parto da una domanda: come sarà la parrocchia del futuro? Possiamo declinare la domanda sul versante della parrocchia e del suo rapporto con le vocazioni. La parrocchia potrà di nuovo dire l’evangelo nelle forme della vita postmoderna? Quali saranno i modi di trasmissione della fede nel contesto attuale? Che cosa s’intende quando si auspica che la parrocchia deve diventare “missionaria”? La parrocchia sarà ancora il luogo dove nascono le figure della vita cristiana nella loro forma vocazionale?

Dico subito fin dall’inizio il senso del mio intervento: la parrocchia è il luogo che genera un cristianesimo “domestico”, ma non addomesticato, dice la possibilità dell’evangelo dentro le forme della vita quotidiana e dentro le infinite possibilità dei linguaggi umani. Naturalmente il cristianesimo conserva anche un indubitabile tratto escatologico, ma esso non può indicare le figure della speranza se non come la forma futuri della fede vissuta nel tempo. Un cristianesimo “domestico” diventa addomesticato se non rimanda ad un oltre e un altro che non si esaurisce nella figura presente della fede. La dimensione “escatologica” del cristianesimo diventa estraniante se non arrischia di prendere casa tra le dimore degli uomini. Orbene nel gioco tra cristianesimo domestico e sua figura escatologica si distende tutto il ventaglio delle vocazioni: alcune aprono la vita del mondo alla sua chiamata evangelica (cfr. la professione, la testimonianza nel secolo, il matrimonio); altre anticipano la novità pasquale e il destino escatologico nella trama del tempo, dicendo che abitiamo la terra avendo un’altra patria (vocazioni contemplative, monastiche, ecc.). La vita della Chiesa sa che l’infinita varietà delle vocazioni ecclesiali e missionarie trova il suo terreno normale di germinazione nel tessuto parrocchiale. E se molte vocazioni sembrano nascere in altri ambienti, l’esperienza originaria della fede cresciuta (o no) in famiglia e nella comunità cristiana, contrassegna le forme fondamentali anche della vocazione futura.

Ecco allora il percorso di ciò che vi dirò: 1) anzitutto, richiamerò alcune coordinate della parrocchia come realtà dove si dice la fede in un tempo e in un luogo; 2) in secondo luogo, svolgerò il tema della vocazione come trasmissione della fede quale dono e promessa nella famiglia e nella parrocchia, i due luoghi fondamentali dove si genera alla fede. Resta così chiarito il senso del mio intervento. Non è quello di parlare della vocazione nella sua totalità, ma di riflettere sulla fondamentale grammatica umana con cui nasce e cresce una vocazione ! Solo così si risponde al “come” la parrocchia è luogo vocazionale.

 

 

Parrocchia: dire la fede in un tempo e in un luogo[1]

La storia della parrocchia, con le sue luci e le sue ombre, contiene impulsi interessanti e soprattutto un’intenzione evangelica da custodire. Occorre ricordare che la parrocchia è nata per realizzare la missione della Chiesa in rapporto alla vita quotidiana della gente. La comunità parrocchiale è il luogo per dire la fede nel tempo e nello spazio, è la forma pastorale del cristianesimo domestico, incarnato presso la vita delle persone.

 

Il volto della parrocchia: vangelo e territorio

La parrocchia custodisce, anzitutto, il rapporto tra vangelo e territorio. Il primo – l’evangelo – deve essere continuamente riproposto nelle sue forme pratiche, legate all’esistenza delle persone nella loro storia concreta (annuncio, catechesi, celebrazione, comunione, prossimità alla vita delle persone, servizio ai poveri, nuove figure ecclesiali), perché non decada in un religioso selvaggio o in sacro informe senza figura cristiana. Il secondo – il territorio – non può dimenticare che il suo significato antropologico indica prossimità alla vita della gente, affinché la Chiesa locale non si rinchiuda in dinamiche particolaristiche, appunto “parrocchiali” nel senso deteriore con cui spesso l’aggettivo viene usato.

Il riferimento dell’annuncio evangelico al territorio è, ad un tempo, necessario e ambivalente. Se la parrocchia si allontana dal territorio, può dimenticare che l’evangelo non va annunciato come un messaggio gettato ai quattro venti, ma perché faccia sorgere una visibile comunità. Se la parrocchia rinchiude l’esperienza di fede in uno spazio e un tempo troppo angusti corre il rischio di spegnere la sua dinamica missionaria. Non c’è vangelo senza la sua accoglienza credente in un tempo e in un luogo, cioè dentro la vita quotidiana delle persone e di ciascuna persona.

Questo è l’insegnamento della storia e spiega anche la vicenda tribolata della parrocchia attraverso e al di là dei suoi mutamenti storici. La sua permeabilità al cambiamento civile dice la plasticità della comunità cristiana visibile, luogo dove il vangelo è accolto dentro una comunità credente, perché sa innestarsi nelle forme dell’esistenza umana. La parrocchia è come la famiglia. Queste due realtà sono molto permeabili alla vita quotidiana (e al mutamento delle loro figure storiche). La sfida è che diventino una possibilità di esperienza cristiana. La parrocchia custodisce tale scommessa anche per il futuro: perché il cristianesimo sia una possibilità viva e reale per la libertà degli uomini nella loro condizione storica. Perciò io credo che la parrocchia nell’attuale momento di grande trasformazione riuscirà a riplasmarsi per dire da capo il senso dell’evangelo come sorgente della Chiesa.

 

Dire la fede nello spazio della vita quotidiana

La parrocchia è figura storica privilegiata del localizzarsi della Chiesa, dove la fede si dice nello spazio della vita quotidiana. Questo titolo di “privilegio” non viene quindi fatto valere contro altre configurazioni ecclesiali, e neppure semplicemente accanto ad esse, ma assume piuttosto una funzione emblematica in rapporto al dirsi e al darsi della Chiesa in un luogo e in un tempo. Infatti, la parrocchia si caratterizza per il suo carattere di “simbolicità”. Essa rappresenta in un luogo determinato la possibilità che la comunità credente diventi segno efficace dell’annuncio evangelico, diventandone il frutto effettivo. La determinazione territoriale, se in prima battuta sembra presentare un carattere neutrale, costituisce un punto a favore per l’accesso al vangelo. Il fatto che la parrocchia si formi per la contiguità di domicilio (salvo le eccezioni previste dal codice) costituisce una condizione minimale, ma per questo essa è la più aperta a qualificare la parrocchia come segno di comunione. Se non si scambia la condizione (il territorio) con la realtà che lì cresce (la comunità parrocchiale), risulta evidente il “privilegio” della parrocchia a valere come figura di Chiesa. Questo è il dato che la tradizione ci consegna, prima ancora che esso possa essere stato teorizzato o compreso limpidamente!

Allora bisogna precisare la spontanea identificazione tra parrocchia e territorio. La comunità parrocchiale, proprio per il suo legame con il territorio, è divenuta oggetto di critiche, per la sua presunta incapacità di esprimere una prassi pastorale convincente dinanzi alla complessità del mutamento civile. L’impossibilità della parrocchia territoriale di raggiungere vasti ambiti della convivenza civile, soprattutto nelle grandi città, quali il mondo del lavoro, della cultura e della politica hanno fatto sostenere da alcuni l’obsolescenza della parrocchia territoriale. Consistenti fenomeni sociali come la mobilità lavorativa e del tempo libero, le crescenti forme di anonimato e di rapporti funzionali, inducono a problematizzare la stessa possibilità di una comunità organizzata territorialmente.

È necessario un approfondimento del valore antropologico del concetto di territorio. L’enfasi sul territorio nel gergo socio-politico degli ultimi anni ha inteso superare una concezione unilateralmente geografica del territorio. Occorre intendere il territorio come habitat umano primario, con l’insieme delle sue tradizioni e dei suoi problemi socio-civili. La geograficità non risulta eliminata, ma diventa un indice di questo complesso di relazioni. La nozione di territorio, infatti, oscilla tra due comprensioni diverse: da un lato, la determinazione territoriale appare a prima vista un presupposto neutrale, segnato dalla casualità; d’altro lato, il territorio è considerato una modalità necessaria di esistenza, con la sua storia, che propizia una trama di relazioni collegate con l’insediamento, la comunità di vicinato, la vita quotidiana, ecc. Si può intravedere qui la fecondità che l’intreccio dei significati del territorio assume a partire dalla concreta vita comunitaria, dalle forme di comunicazione della fede, dalla celebrazione dei misteri, dalla testimonianza della carità.

Le due accezioni di territorio sottolineano aspetti convergenti che esprimono la stessa realtà da due punti di vista: la parrocchia territoriale fornisce una possibile appartenenza per tutti; la comunità parrocchiale intende rendersi ospitale per ogni condizione di vita. Proprio tale “simbolicità” del territorio in ordine all’annuncio evangelico per tutti e alla celebrazione ecclesiale incontra il valore proprio della Chiesa locale che si attua nella parrocchia. Per questo la comunità è il luogo per dire l’apertura della Chiesa a tutti e l’ospitalità nel suo grembo per ciascuno. Le vocazioni ecclesiali trovano qui lo spazio, come insegna la luminosa tradizione della parrocchie, per imparare i fondamentali della fede nella loro dimensione vocazionale.

 

Dire la fede nel tempo della difficile fedeltà

Precisato così il senso del territorio si vede che esso è lo spazio per dire la figura cristiana della fede. Così la parrocchia può e deve operare la saldatura tra fede cristiana e condizioni della vita quotidiana. Citando le parole della Novo Millennio Ineunte, la parrocchia è in modo emblematico il luogo della “misura alta della vita cristiana ordinaria” (n. 31). La parrocchia è il luogo maggiormente istruttivo per sciogliere la tensione tra culto e vita. A questo proposito è importante non partire da un punto di avvio sbagliato, pensando alla vita come qualcosa in cui il culto non c’entra, per poi cercare un’impossibile saldatura tra celebrazione cultuale e vita. In questo modo viene separato ciò che è originariamente unito. Si ricordi che Paolo parla di tutta la vita cristiana come “culto spirituale”, come esistenza nell’alleanza. Tuttavia, il momento “cultuale” della fede (fatto di Parola e Sacramento) è condizione di verità della vita cristiana, è il luogo dove la libertà degli uomini e delle donne si dice nel tempo, in un tempo dove è difficile costruire cammini di fedeltà. Certo la fede cristiana oggi si dice, ma corre il rischio di doversi dire sempre da capo, quasi partendo da zero. Fatica a costruire non solo cammini convinti, ma soprattutto cammini fedeli, testimonianze stabili e continuative, modi di vita umana con un profilo vocazionale. All’interno della vita cristiana la celebrazione eucaristica (parola e sacramento) assume un significato specifico, è il momento in cui la vita cristiana si raccoglie come dono che viene dall’alto. Più francamente si coglie come chiamata, come libertà provocata a spendersi e a decidersi per il volto della propria vocazione. Parola e Sacramento (soprattutto nella comunità cristiana) sono il luogo dove si alimentano storie di vocazione e di dedizione, dove la libertà da volto a se stessa, trova la propria identità personale. Vocazione e identità sono due facce della stessa medaglia: la debolezza odierna di una visione vocazionale della vita genera un deperimento della coscienza della propria identità!

Occorre, allora, sostenere un’autentica spiritualità dell’essere cristiano nella sua forma vocazionale. Se la comunità parrocchiale si forma solo – come si è soliti dire – in forza della condivisione della fede in Cristo (e dei suoi gesti essenziali) da parte degli abitanti di un determinato territorio, ciò non può essere inteso e presentato come un criterio minimale a cui si aggiungerebbero poi ulteriori modalità più o meno intense. Infatti, la definizione del credente nei termini di un “minimo” e di un “massimo” introduce un falso problema. Si intuisce, allora, l’ambiguità di un discorso sulla parrocchia che, magari riferendosi alle condizioni per l’appartenenza ecclesiastica, la delinei in termini quantitativi. Come se ai credenti di una parrocchia si chieda “più” o “meno” e come se il criterio della “sola” fede per i credenti abitanti in un luogo possa essere pensato come un “quasi niente”. La possibilità data a tutti di accedere alla fede non deve significare un’eventualità astratta, ma può rendere possibile un autentico vissuto per il credente nella condizione di esistenza “in cui era quando è stato chiamato alla fede” (1Cor 7,20). Infatti, la vocazione cristiana non comporta l’abbandono della condizione assegnata dalle forme della convivenza civile (la professione, la famiglia, il lavoro, lo status sociale), ma richiede che tale condizione sia vissuta nella sequela evangelica. Per questo l’appartenenza parrocchiale può e deve suscitare l’evidenza personale di un’autentica esperienza per il credente comune. La parrocchia è il luogo della fede comune, la “misura alta” dell’esperienza cristiana ordinaria accessibile a tutti. Gli elementi essenziali che definiscono l’essere credente nella parrocchia (la predicazione evangelica, la celebrazione eucaristica, i doni dello Spirito, l’unità fraterna, la presidenza del ministero) devono poter plasmare la libertà dei credenti, configurandola come possibilità della fede cristiana in rapporto alle condizioni storico-civili della loro esistenza. L’immagine della parrocchia disegna il modello concreto e fraterno dell’appartenenza ecclesiale, in modo tale che plasmi l’attiva responsabilità per l’evangelo rivolto a tutti. Solo su questa trama potranno germinare le forme della vocazione che – come abbiamo detto all’inizio – si distendono su tutto il ventaglio che va dalla libertà nel mondo al vangelo del Regno, dalle vocazioni secolari alle vocazioni che anticipano la figura pasquale ed escatologica della libertà.

 

 

Vocazione: trasmettere la fede come dono e promessa

Sullo sfondo dell’immagine di parrocchia, che ho descritto con il suo volto originariamente vocazionale, è possibile rispondere alla domanda sul “come?”. La domanda, scritta a caratteri cubitali in testa al nostro Convegno, si traduce così: si può trasmettere la fede come dono e promessa? La parrocchia è il luogo dove la vita umana si trasmette come dono e promessa. I suoi due luoghi essenziali sono la famiglia e la comunità: l’avventura della vocazione ruota attorno al luogo “domestico” e al luogo “ecclesiale”, la famiglia e la parrocchia! Nella prima la vita si trasmette prevalentemente come dono da aprire alla promessa; nella seconda la promessa contenuta nel dono della vita viene portata a compimento e lanciata nell’avventura della vocazione!

 

Il luogo “domestico” della trasmissione del dono

La famiglia è il luogo domestico dove si trasmette ai figli la vita come dono promettente, un dono non totalmente disponibile, presente come promessa, ma assente come pieno possesso. Un dono quindi da ricercare, da scegliere e per cui spendersi. Senza questo terreno di coltura originario è impossibile pensare al sogno di una vita come vocazione ! Come la famiglia trasmette la vita quale dono aperto alla promessa? Provo a rispondere, collocando la famiglia nella casa in cui abita. La metafora della casa ci mostra almeno tre aspetti della trasmissione della vita come dono promettente.

– Donare la fiducia fondamentale. La prima immagine è quello della casa natale. Provo a fermarmi su questo primo aspetto della casa, che riguarda il dare e il ricevere la vita. La casa appare come lo spazio della protezione e dell’intimità, il luogo dove non solo si è collocati nel mondo, ma lo spazio in cui si viene alla luce. Non si può essere generati alla fede, se non si nasce alla luce della vita. La casa natale è il luogo dove si viene generati all’atteggiamento originario della coscienza, risvegliata nel bimbo dall’esperienza del corpo in contatto con la madre/mondo (attraverso i momenti di fame e nutrimento, sonno e veglia, freddo e caldo, presenza e assenza). Tale coscienza non esprime solo l’ingenuo incanto di una presenza pienamente ricevuta, ma anticipa (e talvolta teme) la sua possibile mancanza. La prima esperienza del mondo come dono, che brilla nell’aria quando guardiamo gli uccelli del cielo e i gigli del campo, è data nell’esperienza della nutrizione e del vestito nella casa-grembo natale. Il mondo donato con la madre risveglia lo sguardo recettivo del bimbo che accoglie la vita come dono, meglio come dono promesso, presente come promessa e assente come pieno possesso. Pertanto la maternità della casa è il luogo dove sorge la meraviglia di fronte al mondo e instilla pian piano la fiducia nella vita. In tal modo la casa è “natale” in senso assai forte, non solo perché vi si nasce, ma perché si è continuamente generati alla vita come dono gratuito, una cosa buona, un bene promettente, che dovrà essere scelto come bene per sé nella lunga generazione che dura tutta l’esistenza. Perché, è vero, si nasce solo una volta, ma si è generati durante tutta una vita. Per questo la casa è “natale”! 

La “casa natale”, allora, ha a che fare con il dare la vita, concepito non solo come un mettere al/nel mondo, ma come il dare alla luce e il donare la luce. A volte la vita viene solo procurata, ma dare la vita come un bene comporta di donarla e, rispettivamente, tale gesto deve consentire al figlio di riceverla. Tra il donare la vita e il riceverla si colloca l’avventura dell’esistenza e questa è la prima grazia che si riceve nella casa natale. Nella casa natale si apre la porta dell’essere, si viene a contatto con l’energia dell’origine. E se dovesse capitare – come purtroppo avviene – che l’esperienza della casa della nascita non è stata quella di una casa “natale”, cioè di una casa che genera alla vita, non basterà un’esistenza per ricostruire con infinita pazienza la grazia dell’origine. Conosce questa situazione anche la Bibbia: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10). La casa natale è dunque lo spazio della fiducia fondamentale, dove si semina la certezza che la vita è un bene promettente. Si noti: il bene è solo promesso, la vita è appena donata. Tra la promessa e il compimento, tra il dono concesso e il bene ricevuto ci passa l’avventura del crescere nel “deserto grande e spaventoso” (Dt 1,19), ma anche stupendo e avventuroso, che consente di diventar grandi e liberi. La fiducia fondamentale si riceve nella casa natale: essa è il germe di una visione della vita come bene promesso, è il seme della vocazione!

– Donare la responsabilità personale. La seconda immagine è la figura della casa paesaggio. La casa è il mondo in piccolo, anzi è il mondo nell’angolo più intimo della nostra vita, è il paesaggio relazionale, è lo spazio degli affetti. La casa natale è il luogo che dischiude lo spazio per tutte quelle relazioni da cui si è toccati, da cui si è in qualche modo sorpresi, cioè presi-come-da-sopra. La casa natale non è solo il luogo della protezione e dell’intimità, ma anche il luogo dell’estroversione e della scoperta. Anzi l’intimità è la sorgente inesauribile per la scoperta dell’altro, la protezione è l’ombrello sicuro per l’esplorazione del paesaggio della vita. Bisogna che sostiamo ancora per un momento sulla simbolica della casa nel bambino: il fatto che la casa sia lo spazio sicuro, affettivamente garantito, inaugura la possibilità dell’esplorazione del mondo (degli altri e delle cose). Introduce cioè una direzione di scoperta, una dinamica verso l’oltre, che è simbolica della ricerca di sé e dell’apertura all’altro, in una parola apre alla relazione.

La casa diventa così spazio degli affetti e delle relazioni: spazio degli affetti che consente di ricevere il dono della vita e tutti i modi con cui il papa e la mamma lo rendono quotidianamente presente, come un dono per sé e come un dono che lascia spazio e concede tempo per il proprio io. La vita data deve essere donata e deve dischiudere il tempo per essere ricevuta. Per questo la casa da “grembo” si trasforma in “paesaggio” da esplorare, da sognare, da immaginare, da scoprire. Anzi la casa comincia ad aprirsi, verso l’alto e verso l’esterno, non è una scatola chiusa, una caverna che porta solo verso l’origine, ma ha una soffitta, una finestra, un balcone, un giardino, un cortile, da su una piazza. In questa direzione è interessante una riflessione sulla figura del padre, che non rappresenta solo la vita donata, ma anche la sfida che il dono porta con sé. La vita donata deve essere ricevuta e ha da essere spesa. Il bambino impara a ricevere la vita, ad apprezzarla, a sentirla come una possibilità, una voce che chiama, ma con questo il bambino impara anche a ricevere se stesso, costruisce la stima di sé, non solo perché è protetto, ma perché è lasciato essere, perché gli viene dato tempo per agire, perché è stimolato, apprezzato, rassicurato. Il bimbo ha una direzione verso cui muoversi, ha un oltre verso cui andare e può incontrare un altro da imitare (in prima battuta il padre, ma poi anche i fratelli). La “fiducia fondamentale” della vita – trasmessa nella “casa natale” – rappresenta l’origine inesauribile delle risorse trasmesse in dono; la vita come “chiamata” – trasmessa nella “casa paesaggio” degli affetti – apre il ragazzo ancora fanciullo a una direzione da percorrere, da esplorare, da capire. E poi spinge l’adolescente e il giovane progressivamente a scegliere l’esistenza come cosa buona a cui dedicarsi.

La “casa paesaggio” degli affetti e delle relazioni è il secondo aspetto che si vive in famiglia: essa è propriamente il luogo dove si sperimenta che il germe della vita come bene promesso ha da essere ricevuto nella gratuità degli affetti e delle relazioni. Qui nasce la famiglia come evento di libertà: se nel gesto di dare la vita è già anticipata la libertà più grande e la scommessa più forte che è quella di chiamare un uomo e una donna all’esistenza, nel gesto di lasciar essere la vita, nell’avventura di aprire lo spazio per cui la vita donata sia la vita ricevuta come un dono, la libertà dei genitori viene sottoposta alla prova del tempo, perché la gioia del dono della vita deve passare al vaglio della fedeltà. Occorre custodire il dono, lasciarlo essere, dargli tempo per crescere, non rivendicarlo come un merito, aprire lo spazio delle relazioni, perché ciascuno cerchi e ritrovi la propria identità e il proprio futuro. Questa è, per così dire, la seconda generazione, le cui doglie del parto durano tutte le fasi della vita (la fanciullezza, ma soprattutto l’adolescenza e la giovinezza). Qui i genitori fanno nascere alla vita adulta i figli e la propria famiglia. La famosa espressione: “Famiglia diventa ciò che sei!” non ha il significato, tutto sommato banale, che la famiglia deve esprimere il valore che porta con sé, ma quello più radicale che costruisce se stessa come valore, proprio nel gesto centrale di dare la vita e di consentire di riceverla, di far crescere la vita come evento della libertà e dell’amore!

La casa, dunque, rende possibile questa seconda dimensione: fa passare dalla fiducia fondamentale alla responsabilità personale, consente di aprire le finestre e le porte per cercare la propria stella polare, educa il desiderio alla libertà personale. Per questo la famiglia è il luogo della crescita, della fanciullezza, dell’adolescenza e della giovinezza, e perciò è il tempo della scoperta, della differenza e della partenza. Senza questo secondo passo anche la comunità cristiana sarà abitata da credenti la cui fede è fondata più sul bisogno che sulla vocazione, più sulla tradizione che sulla convinzione, più sul copione da ripetere che sull’avventura della vocazione.

– Donare l’apertura al mondo. La terza e ultima immagine è la casa universo. Il raccogliersi nello spazio della casa consente ai membri del corpo familiare di rendersi prossimi al mondo. La casa diventa così una finestra aperta sul mondo. Lo strumento espressivo di questa interiorizzazione del mondo e addomesticamento della natura è il linguaggio in tutte le sue varie forme. Non è un caso che la lingua-madre sia la matrice originaria dei linguaggi, della cultura in senso antropologico, cioè dell’insieme di quegli usi, costumi, comportamenti e istituzioni che determinano l’essere vivente come essere culturale. Osserviamo, anzitutto, come la stessa topologia della casa rappresenti questo duplice movimento: il mondo è raccolto nel punto di orientamento della casa e la casa diventa il centro geometrico da cui partire per l’esplorazione del mondo. Il mondo nella casa riceve un centro, a partire dal quale il mondo diventa esplorabile nella sua totalità. Il centro della casa diventa il luogo di orientamento al quale possono essere riferite tutte le coordinate del mondo. La casa diventa simultaneamente luogo di separazione e di trasformazione.

Nel primo movimento centripeto l’uomo si rinchiude all’interno, si nasconde, preserva la propria intimità, pone la differenza con l’esterno, innalza pareti che segnino una separazione, una delimitazione, una difesa dalla confusione con la natura. È il gesto con cui l’uomo diventa essere culturale non solo perché si difende dall’ambiente ostile e avverso, ma perché spontaneamente interpreta questa difesa come posizione della differenza. La parete pone un difronte, riflette e fa riascoltare la propria voce, differenzia dal cosmo e consente poi l’esplorazione del cosmo come un atto umano e non semplicemente come un’immersione con-fusionale. Le pareti esterne della casa e le separazioni interne nella casa sono il principio della differenza, dell’autonomia, dell’intimità, a partire dalle quali soltanto è possibile scoprire un “oltre”, guardare da una finestra, sporgersi da un balcone, dischiudere una porta. È interessante che anche nelle forme delle case più indifese, come la tenda presso gli arabi, l’ospitalità prevedesse una simbolica di avvicinamento e di allontanamento: una porta aperta, la lavanda dei piedi, il dono del cibo, l’alloggio temporaneo, le provviste per il proseguimento del viaggio. In questo modo il movimento di chiusura, la parete, la porta, il focolare, la parte più intima della casa-capanna, intesa come omphalos sacro del mondo, è il principio della separazione dal cosmo, della singolarità della forma umana e l’inizio del processo culturale.

Di qui il secondo movimento: la casa in quanto è luogo di separazione, di interiorizzazione del mondo (dove per così dire il mondo giunge alla coscienza) diventa anche luogo di trasformazione, di civilizzazione, di addomesticamento del mondo. La costruzione del mondo appare, dunque, una protesi della casa nelle sue varie forme, il corpo allargato dell’uomo. La natura diventa mondo, “cosmo ordinato” a partire dalla topografia della casa, cioè a partire dall’ordinamento di spazi, di rapporti e di modi di abitare, trascritti nella casa. In tal modo la casa universo rappresenta il luogo dove l’uomo raccoglie il mondo e donde l’uomo si espande per civilizzare la natura. A questo proposito voglio accennare ad un’ultima dinamica della famiglia nella casa universo aperta al mondo: la famiglia diventa un soggetto culturale, cioè uno spazio e un tempo dove sono trasmessi i codici di comprensione del mondo e di costruzione del comune destino. La famiglia oggi, tuttavia, non riesce ad essere un ambiente di trasmissione culturale e spirituale che insegni l’apertura al mondo. La famiglia si sente inadatta a vivere il compito di essere il primo soggetto di trasmissione culturale dei significati dell’esistenza e dei valori pratici per costruire un futuro comune. Questo è un ulteriore momento della vita di famiglia, che diventa luogo per elaborare linguaggi, comportamenti, gesti, scelte, iniziative. La famiglia dovrebbe aiutare a costruire la vita come luogo di scambio simbolico, spazio per aprirsi all’altro e per costruire insieme all’altro non solo prodotti da consumare, ma un sogno per crescere insieme. Basti pensare ai primi anni della vita di un figlio per accorgersi quanti linguaggi la famiglia trasmetta, nel bene e nel male: essi non sono soltanto modi di denominare le cose, di dare spiegazioni e ragioni, di ordinare e classificare le realtà, ma anche modi con cui esprimere valori e giudizi, comportamenti e progetti, sogni e speranze. Basti osservare come i bambini siano mimetici nei confronti dei loro genitori e dell’ambiente familiare e, anche quando da adolescenti e da giovani si distanziano dall’ambiente familiare, la lingua-madre in tutte le sue variegate ramificazioni resta la matrice di ogni ulteriore esperienza e progetto.

Tuttavia occorre notare che oggi, non solo la famiglia nucleare, ma anche la famiglia con un figlio unico, manca dei minimi per istituire il linguaggio sociale. Anche tutti i tentativi di far vivere ai figli di diverse famiglie esperienze comuni, pur belle e oltremodo necessarie, finiscono per essere esperienze fiacche e velleitarie, perché non approdano al vero obiettivo che è quello di costruire i codici esistenziali e sociali della vita senza i quali è impensabile un vero tessuto sociale o una vera esperienza comunitaria. Gli incontri e i confronti tra famiglie e i rispettivi figli sono così sporadici e intermittenti, soprattutto non consentono un confronto con il principio realtà, con le fatiche, le resistenze, i fallimenti, senza i quali non è possibile affinare un comune linguaggio sociale. Occorre, dunque, ricostruire un nuovo contesto di reti familiari, oggi più che mai necessario perché è il più carente. Siamo in difficoltà anche ad indicare la direzione nella quale andare: bisogna ricostruire ambienti familiari intrecciati tra loro, alleanze di famiglie, che sappiano essere luoghi affidabili di trasmissione dei codici culturali, dei valori, dei gesti e dei comportamenti. La rete di famiglie può e deve diventare una rete ambientale, una specie di piazza o di villaggio di famiglie, dove si scambiano linguaggi comuni, codici condivisi, scelte stimolanti, esperienze creative, ecc. L’esperienza della famiglia deve mediarsi in una rete di famiglie, per essere dal basso la via preparata alla parrocchia intesa come una “casa di/delle famiglie”. La stessa Chiesa dovrà favorire un’alleanza tra le famiglie. Se non lo facesse si toglierebbe una mediazione necessaria per vivere in modo intenso la sua esperienza comunitaria.

 

Il luogo “ecclesiale” della trasmissione della promessa

Se la famiglia è lo spazio di trasmissione della vita come dono promettente, la parrocchia è il luogo che porta a maturazione vocazionale la promessa contenuta nel dono che i genitori trasmettono. La vocazione dal punto di vista antropologico è esattamente questo: che la vita ricevuta come dono possa essere scelta come una promessa, come una chiamata o un ideale per cui spendersi e da condividere con altri. Si comprende allora il significato strategico della comunità parrocchiale per far vivere il dono della vita come promessa. Il nostro Convegno si chiede con grande enfasi “come?”. Questa è la sfida! Trasmettere la vita come una promessa ha bisogno di un luogo ecclesiale, comunitario, dove ciascuno fonde le tre esperienze ricevute in famiglia (la fiducia fondamentale, la responsabilità personale e l’apertura al mondo) dentro l’appello singolare rivolto alla propria esistenza perché giocandosi con gli altri e per gli altri, alla fine ritrovi la chiamata che viene dall’alto. Rispondendo alla vita come promessa risponde a Dio e ritrova la propria identità. Suggerisco tre piste per la trasmissione della vita come promessa che indichino il “come”, giocando sul triplice significato del verbo trasmettere (tradere): trasmettere è “introdurre”, “educare”, “tradurre”[2]. Di qui una breve sottolineatura delle tre dimensioni della trasmissione della fede e del loro significato per la parrocchia.

– La promessa come introduzione: il momento “iniziatico” (intro-ducere).

Trasmettere significa condurre dentro, intro-durre alla vita cristiana attraverso i gesti che la esprimono e la costruiscono: la Parola, il Sacramento e la comunione fraterna/carità. La qualità di questi gesti in una parrocchia e nella vita delle persone che la frequentano assiduamente (“erano assidui…”) è il grande canale comunicativo per la trasmissione della fede. La vita come promessa, come provocazione si trasmette attraverso la vita e l’esperienza di una comunità credente, le figure che la popolano, i gesti che scandiscono i suoi ritmi, le avventure che essa mette in campo, i sogni che coltiva, l’immagine che produce, lo splendore della vita cristiana che ciascuno di noi rappresenta. Il momento “iniziatico” della fede è la prima e fondamentale forma della trasmissione, è il clima spirituale nel quale un ragazzo, un adolescente e un giovane cresce respirando la visione cristiana, come “sguardo sulla vita”, “forma dell’esistenza”. Anche quando l’adolescente esce dal grembo familiare e il giovane sembra trovare percorsi paralleli per darsi simboli e gesti per vivere, l’ambiente della comunità, del mondo della scuola, dei luoghi del divertimento e dello svago, in una parola il contesto diventa il nuovo grembo da cui trarre linfa per vivere. Il contesto vitale di una comunità e la vita degli adulti (a casa, in parrocchia, nella corresponsabilità, nel volontariato) sono il crogiolo dove la fede trasmessa diventa chiamata per la fede ricevuta e da scegliere. Nell’ethos comunitario si trovano già fusi (o confusi) consegna della fede e sua graduale assunzione personale. Di qui alcune sottolineature:

– Ricostruire i nostri ambienti come momenti vitali, ricchi, popolati di figure positive, differenziati e vivaci, capaci di aprire ad esperienze variegate e forti: tutto questo non può mancare al momento iniziatico della vocazione cristiana.

– Occorre, soprattutto, ridare splendore al momento quotidiano della vita della comunità e degli adulti che s’imprimono nella coscienza dei giovani. Una cura amorevole della pastorale quotidiana, delle occasioni della vita, della sua distensione temporale, dei momenti della festa, della presenza nella sofferenza, della prossimità nella dedizione sono il grande luogo per favorire la trasmissione della fede.

– Se mi metto in fondo alla Chiesa la domenica, se osservo come gli adulti pregano, se guardo come dedicano tempo all’ascolto, impiegano risorse e passione nel volontariato, diventano ogni giorno uomini e donne di comunione, sono presenti a un consiglio pastorale, esprimono giudizi sugli avvenimenti e aprono a linguaggi di speranza, posso dire che lì consegnano e trasmettono la fede?

– La promessa come educazione: il momento “pedagogico” (e-ducere).

Significa condur fuori, partire dalle domande, dai desideri, dagli affetti, e anche dagli sbagli, che l’adolescente-giovane porta dentro e condurli verso il senso di una scelta di vita vocazionale: trasmettere è accompagnamento al rapporto personale con il Signore, dentro una comunità credente. A questo proposito bisogna fare i conti con un modello che intende l’educazione come lo sviluppo delle virtualità naturali del ragazzo/giovane, come un accompagnamento, come una stimolazione delle possibilità iscritte nel giovane, nel minore. Educare significherebbe – seguendo anche l’etimologia del termine – e-ducere, “tirar fuori” ciò che sta dentro il ragazzo, sviluppare le possibilità iscritte nel minore. Questa concezione ottimistica dell’educazione è aggravata dal diffuso scetticismo circa la trasmettibilità degli ideali civili e religiosi (si sente spesso dire: “quando sarà grande deciderà lui stesso!”). Questo modello antiautoritario corrisponde alla crisi di autorità nella tradizione civile, morale e religiosa della società moderna. Viene a mancare il riferimento autorevole nel discorso educativo, mentre la formazione della coscienza diventa questione privata. L’universo civile non è più capace di mediare i codici, i valori e comportamenti che strutturano la libertà. Che rapporto c’è, allora, tra adulto e educazione, tra autorità ed educazione? Qual è il senso e la necessità della buona autorità nell’educare. Il rapporto educativo rimanda originariamente al rapporto parentale padre/madre e figlio, anche se la forma “paternalista” di questo modello sconsiglia a molti di riprenderlo. È necessario ritrovare una concezione non paternalista dell’autorità educativa: l’autorità del padre e della madre e rispettivamente l’autorità dell’educatore si esercita non per forza propria, ma rende dal di dentro testimonianza alla vita buona, alle infinite forme con cui si presenta nella storia della cultura e dell’oggi, perché in queste forme si rende presente qualcosa del mistero e della verità dell’esistenza. Occorre ritrovare “buone” figure di educatori, appassionati e sereni, forti e liberi dentro, capaci di dedizione, senza complicità affettive, con un forte senso del cammino da fare, senza frette e senza facili scoraggiamenti. Abbiamo bisogno di maestri che sono testimoni e di testimoni che diventino maestri!

– Se educare è “tirar fuori”, ciò comporta che si indirizzi verso un qualche modello in cui il giovane può e deve riconoscersi, che può e deve scegliere come buono per sé. L’educatore e l’adulto allora non attira su di sé, non egemonizza, ma diventa un testimone, uno che attesta il carattere buono e vero dell’esistenza, che è stato prima per lui stesso decisivo.

– L’educatore non deve temere di dire le proprie convinzioni, di attestare i propri valori, di offrire le proprie ragioni, perché egli sa che potrà trasmetterle solo nella forma della cordiale comprensione e della adesione personale da parte dell’altro.

– Se l’educazione non è solo un compito tecnico, ma anche e soprattutto un compito etico, essa è legata alle disposizioni etiche e spirituali dell’educatore (la dedizione personale e l’umiltà, che deriva dalla consapevolezza di essere testimone di un bene più grande attraverso la sua relazione educativa).

– Se l’educazione ha a che fare con il compito etico esso esige anche una competenza tecnica, psicologica e culturale, con la quale si procede a sciogliere tutti i blocchi che inibiscono al minore la possibilità di accedere con libertà al bene e alla fatica di comprenderlo.

– La promessa come traduzione: il momento culturale (tra-ducere).

 Si tratta di “trasmettere” l’esperienza cristiana, con i suoi codici, i suoi simboli, i gesti costitutivi, le sue figure, in quanto capaci di interpretare la vita umana alla luce della fede cristiana. L’atto di trasmissione della vocazione cristiana e dell’esperienza ecclesiale deve “accadere” lungo un cammino nel quale si appella alla coscienza del giovane, si trasmettono modelli, codici, comportamenti, visioni di vita (in una parola una cultura ispirata dalla fede), che formano al giudizio critico e lo costruiscono in un confronto franco e sincero con il giovane. La cultura (e quindi anche quella ispirata in modo cristiano) non è riconducibile ad un asettico codice convenzionale, elaborato in ordine alla necessità dello scambio sociale. L’apprendimento culturale non va inteso solo come socializzazione, cioè come elaborazione di abilità, conoscenze e metodiche in ordine al corretto funzionamento del rapporto umano. La cultura è un codice simbolico per la formazione della coscienza di sé da parte del singolo, nel mondo e di fronte alla sua vocazione. Si vede chiaramente che anche per questa ragione antropologica la Chiesa si interessa profondamente della cultura e perché il momento della pastorale giovanile è un momento “magico” per l’educazione culturale. La cultura media inevitabilmente una certa idea di sé, del mondo e di Dio. Tuttavia, una propria visione culturale, e dunque anche l’intuizione della propria vocazione e del proprio destino, non è disponibile solo come un prodotto confezionato da prendere o lasciare, da trasmettere come un pacchetto di conoscenze e di abilità. Questo non è mai stato vero nel passato, dove pure la trasmissione avveniva pesantemente come tradizione massiccia di codici culturali, ritenuti fissi e immutabili, ma lo è soprattutto nel nostro mondo frammentario e pluralista. Questa constatazione, però, non deve condurre alla conclusione che oggi non ci è consentito altro che fornire conoscenze ed abilità. Che ci piaccia o meno, trasmettere saperi significa sempre fornire anche un’interpretazione del mondo e di sé.

L’apprendimento, allora, deve essere un’acquisizione dei frammenti culturali, fatta in modo critico, riflesso, creativo. La sintesi culturale non può prodursi che come critica e integrazione degli schemi interpretativi spesso contraddittori (le “difficili convivenze” di cui parla il card. Martini) e non può avvenire che nel quadro di opzioni etico-religiose che devono favorire l’integrazione di questi frammenti. È necessario che gradualmente una visione sia assunta in modo critico, cioè consapevole e libero. La crescita culturale è insieme crescita umana.

Tornando alle nostre comunità parrocchiali, bisogna dire che appartiene alla trasmissione della fede anche il momento con cui si accompagna a leggere la realtà, a formulare giudizi, a intervenire nelle situazioni complesse, a tenere la stabilità affettiva e la fermezza di giudizio nel contrasto per le cose che contano nella vita, a pagare di persona per le proprie convinzioni, a rispettare quelle dell’altro, a professare una tolleranza attiva, che non si rassegna al fatto che ognuno abbia le sue convinzioni private, ma crede che esse possano entrare nel gioco della comune ricerca della verità.

– Se trasmettere la fede, se annunciare l’evangelo comporta in modo decisivo anche la promozione culturale, allora è necessario tenere il rapporto con le altre agenzie formative, abitare la scuola, investire sull’università, manifestare interesse per la fatica dei giovani nello studio, non rinunciare al confronto culturale, mettere in circolo le proprie convinzioni e valori.

– Non può mancare l’incontro con le figure e i luoghi della vita cristiana, le sue tradizioni, i suoi momenti forti della storia e dell’oggi. Soggetto dell’iniziazione è tutta la comunità nelle sue articolazioni, nei suoi momenti più importanti, nelle sue iniziative. Quale volto della comunità adulta incontra un giovane, quali convinzioni manifesta, quali i criteri delle scelte, quali le motivazioni degli interventi, quali spazi sono dati ai giovani, quali i coinvolgimenti graduali nella responsabilità?

– Questo aspetto comporta una pluralità di riferimenti adulti e una complementarità di interventi: il catechista, la famiglia, il sacerdote, la comunità, la missione. Come queste presenze sono dosate nella normale vicenda di una comunità cristiana. I giovani non si marginalizzano forse anche perché sono marginalizzati, cioè lasciati a dinamiche di separazione, di nicchia, con figure di educatori spesso improvvisati? Su questo punto non si sente la necessità di un investimento per formare adulti educatori, una scuola per genitori, soggetti culturalmente preparati?

 

 

La vocazione sfida per la famiglia affettiva e per la parrocchia comunità psichica

La conclusione è semplice e insieme impegnativa: una concezione della vocazione come trasmissione della vita come dono promettente mette in discussione le due patologie tipiche della famiglia e della parrocchia: la famiglia percepita come luogo affettivo, spazio in cui star bene; la parrocchia intesa come ambiente psichico, comunità autoreferenziale. Queste due esperienze che toccano di più l’attuale figura della famiglia e della parrocchia spengono lo slancio vocazionale: il ragazzo e il giovane fatica a realizzarsi in modo autonomo, stenta a partire e a sognare un futuro in cui la promessa dia nome e volto al dono che ha ricevuto e quindi a fargli trovare la sua identità vocazionale. Detto in una parola: la vocazione dei giovani rappresenta la sfida con cui noi viviamo e trasmettiamo ciò che siamo!

 

 

Note

[1] Su questa prima parte cfr. il mio recente volume: F.G. Brambilla, La Parrocchia oggi e domani, Seconda edizione, Assisi, Cittadella, 2003, 21-67.

[2] Ha messo in luce con grande lucidità questa triplice scansione della trasmissione della fede, a proposito dell’iniziazione cristiana dei ragazzi: L. Bressan, Iniziazione cristiana e parrocchia, “La Scuola Cattolica” 129 (2001) 559-596: 575-588.