N.04
Luglio/Agosto 2004

La fatica di scegliere

Lascio uno spazio perché siano i giovani a parlarci, e ci raccontino i loro dubbi e paure di fronte a ciò che comprendono, o non comprendono pienamente, essere la volontà di Dio sulla loro vita. Sono stralci di alcune e-mail arrivate recentemente nella mia casella di posta. Storie vere, volti conosciuti, giovani che hanno partecipato ad incontri di discernimento, che hanno fatto un serio cammino di accompagnamento vocazionale… ma che, arrivati alla soglia della decisione, sembrano incapaci di porre in atto quanto hanno compreso.

Condivido questi spaccati di vita con un certo timore e trepidazione (ma ho chiesto a loro il permesso di farlo), perché so quanta fatica c’è dentro queste parole scritte, ma soprattutto in quelle espresse, o in quelle ancora non verbalizzate. So che a Simona, Francesco, Eleonora, Alessandro si possono aggiungere molti altri nomi di giovani che ciascun educatore vocazionale conosce personalmente. La fatica di scegliere riguarda tutti e ciascuno… Passare per questa fatica, senza scansarla, o negarla, o restarne schiacciati è un’opportunità perché la scelta possa prendere vita.

 

Oggetto: help

Ciao, spero in questa lettera di riuscire a sputare fuori il rospo… sì, perché ho un groppo alla gola, quello con cui ho sempre a che fare nei momenti cruciali della mia vita: dimmi, ma quando una persona ha trovato finalmente la sua strada non dovrebbe sentirsi libera e felice? Questa domanda mi sta insidiando tuttora e non mi lascia un minuto: io voglio seguire il Signore, penso che questo sia il modo che Lui mi chiede, ma se questa sensazione di malessere che ho fosse un segno che io ho deciso ormai di interpretare in maniera diversa??? Continuo a leggere nella liturgia “perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi: spera in Dio, ancora potrò lodarlo, Lui salvezza del mio volto e mio Dio”.

Mi sento fortemente attaccata a delle “sicurezze” che non sono tali… Il tempo che ho lo voglio vivere, donare, ma non mi sento forte abbastanza. E se dovessi cedere? Spero un giorno di poter ridere su queste incertezze e dubbi, e di poterle superare tutte, adesso mi sento invischiata fino al collo. Non voglio travisare la voce di Dio, non voglio nemmeno non rispondere alla sua chiamata. Mi sembra tutto più grande di me, e mi sento camminare sul bordo di una scogliera enorme, ho le vertigini, mi manca l’equilibrio. Cerco persone che mi possano ascoltare e confortare tutto il giorno, chiedo continuamente al Signore: è questa la mia strada? È questa? Chiedo la forza per andare fino in fondo e per seguire i miei desideri più profondi, di avere un cuore grande e trasparente (Simona, 25 anni).

 

Oggetto: che confusione!

Certe volte penso: e se stessi facendo tutto da solo? Se fosse costruzione della mia mente? Se la volontà del Signore fosse un’altra? Non mi basta pregare, anche se qualche luce in più sembra arrivare… ma dentro me c’è così tanta resistenza. Perché dovrei? Poi c’è la paura delle persone che mi sono intorno e che non capirebbero mai… Come mi consigliavi tu, mi sto interrogando sui motivi che mi spingono a guardare in faccia questo desiderio. Non che non lo abbia fatto prima, ma ora voglio essere più realista, senza fare troppi giri mentali o spirituali… ma non vorrei neppure analizzare troppo col rischio di offendere la volontà di Dio, e farne tutto un calcolo di probabilità… Spero di non scappare a me stesso come ho fatto in passato, sia in un senso, sia nell’altro; spero che la paura, com’è spesso successo, non mi porti a concludere: “No, no, non è questa la mia strada!” o, al contrario, che le pressioni attorno non mi conducano ad uno sforzo titanico per cui cerco di fare “tutto e subito”… Chissà se mai si arriverà alla fine! (Francesco, 23 anni).

 

Oggetto: fuoco

È come se nella profondità di me stessa sentissi davvero il Signore che mi dice: “Io quello che dovevo dirti l’ho detto e continuo a dirlo… ora tocca a te”. Quando mi metto in questa prospettiva tutto torna: il cammino fatto, le cose vissute, le cose comprese e anche l’invito ad “andare oltre” che mi accompagnava alla fine dell’esperienza, andare oltre gli schemi, le aspettative e quanto di formale e rigido mi può far paura di primo acchito… e il resto è resto e le paure sono paure…

Ma in altri momenti non so più quale sia la verità, dentro di me continuo a sentire attrazione per Dio e per una vita in cui ci sia davvero tanto spazio per Lui e per la sua volontà, ma allo stesso tempo sento una forte repulsione. Dentro di me si è insinuato fortissimo il dubbio che tutti i passi fatti avevano come sfondo il desiderio di trovare uno scopo alla mia vita, il desiderio di darle un senso, di avere anche io qualcuno per cui vivere…

Non so perché è rivenuto fuori questo meccanismo e non so se l’ho messo in moto io per paura di decisioni concrete e impegnative; vorrei capire dov’è la verità, vorrei vivere davvero, ma in questo momento (e spesso nella mia vita l’ho fatto!!!) butto all’aria tutto quello che c’è di concreto, di reale per sognare come sarà la mia vita quando mi capiteranno le cose e le persone che ho in mente io e che mi faranno felice. C’è qualcosa che mi suona molto sbagliato e molto falso in tutto questo, ma è come fosse più forte di me. Cerco di essere il più trasparente possibile proprio perché ora mi sembra un momento decisivo: la vita poi non ti offre possibilità all’infinito. In questo momento posso offrire solo il desiderio sincero di capire e fare la volontà di Dio e spero che Lui accolga anche solo questo e mi aiuti anche nella mia incapacità di concretezza e di decisione (Eleonora, 30 anni).

 

Oggetto: punto e a capo

Io continuo ad avere tanta tranquillità dentro per ciò che il Signore ogni giorno mi fa capire… ma quando si tratta di scegliere… ahi ahi ahi! Provo una specie di resistenza, mi sembra che non sia sufficiente quello che ho compreso. A dire il vero mi pare che alcune scelte di fondo le abbia già fatte, ed è già un passo avanti. Devo dire grazie soprattutto ad alcune persone significative che mi aiutano a non perdere la direzione del cammino (Alessandro, 28 anni).

 

Perché non cominciare dall’educatore?

Mentre stralcio questi pensieri sperimento lo stesso sentimento di impotenza misto a tenerezza che provo quando mi incontro con questi giovani: non ho mai avuto, e non ho, per loro ricette magiche da proporre! E mi piace che lo sappiano.

Riflettendo su quanto mi hanno scritto, mi sento però sostenuta da quella fiducia di fondo nei loro confronti, che non può venir meno in chi è chiamato a vivere il ministero dell’accompagnamento: attraverso quanto mi dicono dei loro dubbi o paure, sto imparando a leggere non solo profonde resistenze in loro, ma anche effettive possibilità. E mi piace che questo possa essere loro restituito quasi come opportunità di credere, io e loro, a quella promessa evangelica che “chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8).

Come educatori dobbiamo essere permeati di fiducia nei confronti della possibilità di scelta dei giovani, nonostante sappiamo come incertezza, instabilità, reversibilità, precarietà, autoreferenzialità, siano le coordinate del contesto personale e sociale in cui il giovane si trova a vivere e a mettere in atto in ogni momento le proprie scelte.

 

L’arte di ascoltarsi…

Non so cosa avete provato leggendo questi spaccati di vita, né cosa proviate quando incontrate un giovane che vi condivide l’incapacità di capire la volontà di Dio e di decidersi per essa; o quando riconoscete in lui/lei reali possibilità per vivere una vocazione al ministero ordinato o alla vita consacrata nelle sue varie espressioni, ma da parte sua non scatta questa comprensione e la conseguente opzione di vita.

È sempre importante avere uno sguardo capace di incontrare in profondità il giovane che si sta accompagnando. Ma è altrettanto importante riconoscere ciò che proviamo noi educatori mentre lui/lei ci presenta la sua resistenza a decidersi. Prestare attenzione a quanto si percepisce interiormente quando incontriamo una persona, riconoscere quale risonanza hanno in noi le sue parole o i suoi silenzi, cogliere in che modo vengono dette le cose, sentire vicinanza o distanza da quanto racconta… soprattutto fermarsi a riflettere e a pregare quando si è concluso l’incontro, è un mezzo efficace per capire meglio quanto quel giovane ha voluto comunicarci di sé.

È in base a quanto percepito interiormente che l’educatore assumerà un atteggiamento conseguente di fronte al giovane che fatica a decidersi. Quanto poi gli verrà rimandato potrà aumentare le sue difficoltà o lo aiuterà maggiormente ad aprirsi alla propria verità per comprendere quali vie percorrere per sbloccare la difficoltà della sua ricerca.

Ascoltarsi mentre ascoltiamo, è un’arte faticosa a cui pazientemente ci si può educare. Sapersi ascoltare è il presupposto per sgombrare il cuore da false aspettative, sia quando predomina l’impazienza e si vorrebbe accelerare il processo decisionale, sia quando il rischio è sul versante opposto, cioè lasciare le cose come stanno senza che quanto già è stato compreso diventi un’ulteriore spinta verso una decisione stabile di vita.

 

… per riconoscere il punto in cui si trova il giovane

Da quanto scrivono questi quattro giovani (che sono però la sintesi di colloqui personali!), percepisco come nessuno di loro sta assumendo un atteggiamento superficiale nella ricerca! È un punto di partenza non secondario capire se il giovane desidera realmente orientarsi per quella vocazione particolare che ha compreso potrebbe essere la sua. Non è raro imbattersi in giovani che teoricamente apprezzano la scelta di vita presbiterale o sono affascinati per un particolare carisma di vita consacrata, ma prendono le dovute distanze quando la cosa potrebbe cominciare a riguardarli. Per alcuni giovani invece non è così, ma ugualmente vivono la fatica di scegliere!

L’essere umano è l’unico che può anticipare nell’oggi il proprio futuro. Se nelle situazioni quotidiane e ordinarie si verifica una certa tensione nel prendere piccole decisioni (come organizzare il tempo libero, quale priorità dare nella gestione dei propri impegni, quale spazio per la vita spirituale e di servizio agli altri…) molto più impegnativo e carico di preoccupazione è prendere oggi decisioni che pongono le premesse di come sarà il proprio futuro.

L’inquietudine di fronte al futuro può nascere dall’inevitabile paura di cosa sarà il domani e, quindi, può far attivare meccanismi di autoprotezione e garantismo personale di fronte ad esso; ma può anche significare apertura e meraviglia nei confronti di un mistero che supera sempre le proprie limitate comprensioni di fronte alla gratuità del dono della vocazione personale. È importante che l’educatore si interroghi e cerchi di identificare da dove nascono queste resistenze per poter realmente aiutare il giovane a compiere un ulteriore passo nella sua ricerca.

Per esempio: queste resistenze e dubbi sono il segno di un’insicurezza di fondo che impedisce di approdare ad una scelta? Cosa capita quando è tempo di assumere delle responsabilità? Quale capacità c’è nel giovane, che è di fronte al bivio di una scelta, di riconoscere i doni personali per imparare a investire su di essi per fare della propria vita un dono? Come si riconosce nei suoi limiti e nelle sue possibilità? L’insicurezza si traduce in una forma di narcisismo ben mascherato che rende impossibile l’uscita da sé per farsi incontro all’altro? Questo giovane si accontenta di ciò che la vita gli presenta senza sentirsi scomodato più di tanto? C’è un allontanamento da ogni forma di decisione soprattutto quando si presenta l’alto costo della sequela? Nella ricerca, o nel prendere una decisione, ciascuno parte dal punto in cui si trova!

 

Presenza/assenza, vicinanza/lontananza…

Cercare di dare una risposta agli interrogativi che sorgono quando si riscontra che il giovane è in un momento di stallo nella ricerca, significa per l’educatore aver cura in modo personale della fatica di ciascuno, sapendo dosare con sapienza sia i momenti in cui è necessario essere presenti per incoraggiare e sostenere, sia quelli in cui è necessario tirarsi da parte perché il giovane possa sperimentare la necessaria autonomia propria del decidere. Se il discernimento non arriva a porre quel giro di boa che favorisce un cambiamento nella vita del giovane aiutandolo a dirigersi con più decisione nei confronti di una particolare scelta di vita, probabilmente non produce quell’effetto per cui era stato messo in atto.

La propria incertezza o paura, di fronte a quanto si comprende essere la proposta di Dio, non deve essere un sentimento paralizzante che si rimangia quanto capito fino a quel momento del discernimento. Essendo realtà particolarmente legata alla fatica della vita, la paura del “per sempre” è anche accompagnata dalla promessa di Dio che continua a garantire la sua presenza, prendendo sul serio la fatica che il giovane sta facendo. Il Signore è l’unico che può condurre per il giusto cammino (cfr. Sal 22,3). Ma a questa consapevolezza i giovani devono arrivarci progressivamente, attraversando appunto quella valle oscura (cfr. Sal 22,4) che è la loro personale fatica di comprendere. È parte di un personale discernimento dell’educatore capire come farsi compagno di viaggio.

 

…per aiutare a responsabilizzarsi nei confronti della vita

In un serio cammino di discernimento vocazionale deve arrivare inevitabilmente il momento in cui quanto creduto nella propria esperienza di fede deve assumere una funzione di provocazione fino a diventare decisione personale, pena il non crescere e non responsabilizzarsi di fronte alla vita personale e di fede. Non basta accontentarsi di una fede solo creduta (a volte solo sentita emotivamente) ma occorre passare a una fede vissuta e celebrata con la propria vita. Se i nostri incontri di orientamento non sono capaci di traghettare verso la maturazione della decisione, forse stanno diventando una trappola in cui, più che decollare, si rimane infangati nel moltiplicarsi di contenuti, di esperienze, di proposte…

La risposta a quei momenti di incertezza nati nel cuore di Simona, Francesco, Eleonora, Alessandro, è scritta nella storia personale imparata a conoscere maggiormente in tutto l’itinerario di accompagnamento vissuto. Quando accompagniamo un giovane nel discernimento della volontà di Dio ci poniamo sempre di fronte al mistero della sua vita, che non può mai apparire, né a loro né a noi, come un rebus da risolvere, ma sempre come un inedito talmente ricco di possibilità da far sorgere meraviglia per quell’oltre a cui può giungere.

Come educatori crediamo che nel dono vocazionale c’è un primato assoluto della Grazia che previene, sostiene, accompagna la vocazione personale, ma sappiamo bene come nel dialogo vocazionale, di fronte alla gratuità del dono di Dio, si intrecciano alcune dinamiche umane che possono favorire o ostacolare la risposta. Probabilmente nel momento in cui la decisione prende forma, queste dinamiche si manifestano con una risonanza più forte, quasi a spegnere quelle luci accese al momento opportuno nel cammino di discernimento. Spesso esse rischiano anche di soffocare la voce dello Spirito e la sua proposta. È in questo momento che diventa importante verificare come il giovane riesce ad affrontare l’inevitabile passaggio di lotta tra le aspettative personali e quanto comprende essere la volontà di Dio.

 

E per il giovane? Tre passaggi efficaci

Come aiutare Simona, Francesco, Eleonora, Alessandro a vivere il passaggio dalla comprensione di quanto il Signore chiede alla loro vita, alla decisone di incamminarsi in una specifica scelta di vita? Sappiamo come questo passaggio è uno dei momenti più delicati della vita personale. Necessita di uno spazio di solitudine in cui, quasi messi a tacere tutti i buoni consigli e i ragionamenti, al giovane è data la possibilità di trovarsi di fronte a se stesso con più verità e stare di fronte alla chiamata di Dio così come egli la riesce a percepire. È proprio a questo punto che nella vita del giovane c’è bisogno di “rimettere ordine” e ritrovare un punto fermo da cui ripartire.

Vorrei ricavare dalle stesse parole scritte dai giovani quella dinamica spesso nascosta in cui prende vita il processo decisionale.

 

Primo passaggio: dalla paura all’apertura al nuovo

La confusione e il disorientamento, in quanto hanno scritto questi giovani, è molto evidente: “E se stessi facendo tutto da solo? Se la volontà del Signore fosse un’altra? Anche se quando prego qualche luce in più sembra arrivare, dentro me c’è così tanta resistenza. Perché dovrei?”, scrive Francesco. A lui sembra far eco il dubbio di Simona: “Quando una persona ha trovato finalmente la sua strada non dovrebbe sentirsi libera e felice?”.

Quello della confusione, del non capirci più niente, è un momento delicato che deve essere attraversato. Dovrebbe rimanere però un momento transitorio, e anche non troppo prolungato nel tempo, perché potrebbe causare un rimando continuo della decisione. Probabilmente non ci sarà mai un momento in cui si è definitivamente pronti per scegliere, ma giunge “quel momento favorevole” in cui è offerta una possibilità di farlo. Quel momento fa appello alla libertà personale e ripropone quel provocante “Se vuoi…” (Mt 19,21) che il Maestro continua a ripetere. Per scegliere deve esserci la sufficiente luce che fa vedere un po’ più in là di quanto non si riesca a fare quando si rimane solo nel buio. Nel disorientamento prevale la dimensione emotiva che, lasciata svincolata da ogni riferimento valoriale, porta a prendere decisioni impulsive, basate solo su ciò che maggiormente gratifica e non costa più di tanto.

È importante comprendere in che modo il giovane riuscirà ad affrontare il momento di disorientamento. In base a come lo farà, si creeranno delle condizioni personali per affrontare le inevitabili sfide della vita. Per scegliere ci vogliono sufficiente coraggio, capacità di reazione, fortezza interiore, passione per capire, forza per decidersi… Tutto questo però diventa ancora più necessario per mantenersi fedeli alla scelta fatta! Se nel giovane c’è la capacità di superare la difficoltà che sta incontrando, probabilmente ci sarà nuova forza per affrontare quelle successive, perché ciò che si è riusciti a fare una volta è la premessa per poterlo ripetere successivamente.

Bisognerebbe aiutare il giovane a comprendere che il futuro vocazionale che inquieta perché non è conosciuto, né mai totalmente posseduto, viene incontro con una sorprendente carica di novità. Decidersi per una particolare scelta di vita non può essere passiva ripetizione di quanto già si conosce di sé o prolungamento del proprio presente, ma comincia esattamente dall’accoglienza della novità del dono vocazionale stesso. Nella chiamata c’è la forza di un cambiamento: essa prende ciò che la persona è nel momento presente, ma la porta ad essere ciò che deve diventare nel disegno di Dio. Credo si metta troppo poco in evidenza come in ogni scelta viene consegnata una novità che chiede alla persona di lasciarsi plasmare da quello specifico dono vocazionale.

 

Secondo passaggio: dalla memoria alla gratitudine

“Io continuo a provare tanta gioia per ciò che il Signore ogni giorno mi fa capire” sottolinea Alessandro, mentre Eleonora percepisce come “tutto torna” quando ascolta nella profondità di sé il Signore che le ripete: “Io quello che dovevo dirti te l’ho detto e continuo a dirlo… ora tocca a te… Tutto torna: il cammino fatto, le cose vissute, le cose comprese e anche l’invito ad ‘andare oltre’”.

Nel momento decisionale c’è la necessità di lasciar emergere quanto compreso fino a quel momento. È un andare più in profondità per ritrovare i segni che parlano della Sua chiamata. Ci sono passaggi quasi obbligati per un discernimento che voglia far crescere la persona nell’orizzonte di Dio e nel riconoscimento della propria storia come personale storia di salvezza.

Saper rileggere nella luce di Dio gli aiuti ricevuti, le esperienze fatte, l’incontro con persone significative, la propria capacità di mettersi a servizio degli altri, i doni personali su cui investire, le difficoltà incontrate e anche i punti deboli su cui maggiormente continuare a lavorare perché possano diventare reali punti forza, parlano di un patrimonio personale che, mentre manifesta la propria amabilità, chiede di diventare sorgente d’amore per altri. In questo passaggio vi è il ritrovamento della stima di sé, che è autentica solo quando parte da dentro e permette di realizzare atti reali di esistenza, come lo è la possibilità di scegliere.

Quanto già vissuto nel corso del cammino di accompagnamento dovrebbe aver già aiutato – anche se in forma germinale, perché non è mai concluso il processo di crescita e di conoscenza di sé – a conoscere maggiormente i propri limiti e le proprie potenzialità, a far pace con le opportunità negate e a considerare con gratitudine i benefici ricevuti. Tutto questo riconsegna al giovane l’originale fiducia che ha Dio nel chiamarlo, ed egli stesso la può sperimentare in sé e riconoscerla anche confermata da chi gli sta vicino.

Al caos emozionale iniziale fa seguito una dimensione più razionale capace di verificare e fare sintesi di quanto vissuto. Mezzo privilegiato in cui si compie questo passaggio è certamente la preghiera, come luogo nel quale fare memoria per riconoscere, accogliere, ringraziare, responsabilizzarsi. In questo momento è anche importante una verifica più puntuale, con l’educatore, di quelle piccole luci che confermano, chiariscono, o smentiscono quanto precedentemente compreso.

Quando c’è una maggiore ponderazione nel riconoscere le opportunità o le controindicazioni per orientarsi verso una determinata scelta di vita, si dischiude una capacità nuova di rinunciare a ciò che soltanto gratifica per conquistare ciò che giova ed è il vero bene della persona. È un’ulteriore scoperta comprendere come ciò che è il vero bene della persona è contenuto proprio nella proposta vocazionale: questa viene da Dio che manifesta il suo amore personale proprio chiamando.

Nel riconoscimento dell’amore ricevuto, si apre allora lo spazio alla gratitudine per quanto si è ricevuto. Da questa consapevolezza dovrebbe fluire quasi spontaneamente l’esigenza di mettere in circolo la propria capacità di amare. Essa è come una sorgente da incanalare verso ciò che si è capito essere “quel” bene che rende feconda la propria vita, e diventa il modo più proprio di farsi dono.

 

Terzo passaggio: dalla comprensione alla consegna di sé

Orientarsi stabilmente verso quanto si è compreso è l’ulteriore passaggio tipico del discernimento. Ed è questo che abilita alla risposta. Rispondere all’interrogativo “cosa voglio fare di quanto compreso?”, chiede un confronto con i valori a cui il giovane fa abitualmente riferimento, per verificare maggiormente le motivazioni che mettono in moto il desiderio di una particolare scelta di vita.

Il discernimento non si configura più soltanto come generica disponibilità a capire e a fare la volontà di Dio, ma primariamente diventa consegna di sé, perché Lui possa prendere la totalità della propria persona per usarla conformemente alla sua volontà. Questa consegna di sé trova il massimo riferimento nell’amore fino alla fine manifestato nella follia della croce. È il momento in cui nel cuore del giovane può fiorire un senso nuovo di fiducia in Dio, in se stesso e nel discernimento che la Chiesa opera in lui attraverso chi lo accompagna. Vi è una ritrovata pace, e anche maggiore audacia per essere abilitato a passare dalla comprensione alla decisione.

 

Uno sguardo oltre

A questo punto il dialogo con i quattro giovani, che ci hanno raccontato la loro fatica di scegliere, può sembrare che si interrompa perché non ci è dato di sapere, da queste righe, se realmente hanno vissuto tutti i passaggi del processo decisionale. Abbiamo solo delle premesse che permettono di guardare oltre. Un educatore le deve saper cogliere.

Quando Eleonora scrive: “Continuo a sentire attrazione per Dio e per una vita in cui ci sia davvero tanto spazio per Lui e per la sua volontà… Cerco di essere più trasparente possibile perché ora mi sembra un momento decisivo. In questo momento posso solo offrire il desiderio sincero di capire e fare la volontà di Dio e spero che Lui accolga anche solo questo e mi aiuti anche nella mia incapacità di concretezza e di decisione”, ci sta dicendo di comprendere che per vivere un’opzione vocazionale autentica il riferimento è aver scoperto la centralità unica del Signore, della sua Parola, della sua volontà, che dispone successivamente a fare qualcosa con e per Lui.

Quante volte invece capita di trovare motivazioni vocazionali povere, senza un chiaro riferimento alla scelta di Dio, molto centrate su una realizzazione personale come unico obiettivo, o al limite come aiuto filantropico per altri! Quando si incontrano giovani che faticano ad accogliere la volontà di Dio ma sanno che li muove l’unico desiderio di vivere per Lui, probabilmente ci sarà buona possibilità di passare dal caos emotivo iniziale a una rilettura più ponderata del proprio passato, fino a definire il proprio futuro in una decisione stabile di vita. Per scegliere di consacrare tutta la propria vita al Signore, è necessario che il giovane comprenda chi è il Signore nella sua vita, quale desiderio profondo di vivere per Lui lo abita. È necessaria una vera e propria operazione di scavo per raggiungere quella profondità di sé in cui abita il desiderio di Dio fino a far sì che in Lui tutti i desideri personali convergano e prendano forma.

Anche Simona scrive di aver capito quale pericolo c’è nell’attaccarsi a “sicurezze che non sono tali”. Questo dice come anche per lei è arrivato il tempo di rinunciare a qualcosa di sé per accogliere quanto la scelta vocazionale stessa le propone. Ogni scelta comporta una rinuncia. L’orientamento nei confronti di una scelta di vita dirige mente, cuore, volontà, la totalità della persona, verso l’obiettivo della propria vocazione. Questo non fa dimenticare quello a cui si è rinunciato, e tanto meno ammette atteggiamenti svalutanti nei confronti di ciò che si è lasciato. Si scoprirà, man mano che si risponde, come l’orientare i propri desideri verso una particolare scelta, porta nuovamente a dilatare interessi, conoscenze, possibilità… ma dentro la novità della scelta fatta.

Salutare realtà che sono in se stesse buone e belle non è semplice! Lo si può fare solo se c’è una motivazione forte che attira: in quel futuro che viene incontro c’è la possibilità di canalizzare tutta la propria capacità di amare. Non ci sono molte parole per convincere sull’opportunità o meno di vivere la fatica della rinuncia. Piuttosto si apre la possibilità di coinvolgersi positivamente in questo desiderio di appartenenza totale al Signore e di servizio ai fratelli, senza lasciarsi ingabbiare da quella forma di nostalgia che rimpiange quanto si è lasciato. Non è importante solo aiutare a comprendere il perché si vuole vivere una particolare scelta di vita, ma è necessario soprattutto aiutare a definire per chi la si vuole vivere e a chi consegnare la propria esistenza.

Quanto ho cercato di esporre sono solo spunti di riflessione sulla dinamica della decisione e di alcuni passi pedagogici che l’educatore è chiamato a favorire e a vivere a sua volta. Ciascun educatore potrà ricavare dalla propria esperienza cosa può maggiormente giovare perché il giovane possa attraversare le proprie paure e resistenze per cercare di approdare ad una scelta. All’educatore spetta il compito insostituibile di offrire a chi accompagna quel tanto di sicurezza necessaria perché non si perda nella propria incertezza; ma è anche necessario, al momento opportuno, “premere l’acceleratore” perché il giovane corra il rischio di cominciare a scegliere.

Se l’educatore compie con vera passione educativa il ministero dell’accompagnamento, sperimenterà lui pure il timore e la fatica di aiutare a scegliere ciò che Dio vuole. Nessun educatore può avere la garanzia di aver compreso bene! È un atto di responsabilità grande quello che viene affidato, ma sempre sostenuto dalla forza della Grazia. Quando io stessa vivo questi momenti di timore nei confronti di chi deve scegliere, trovo consolazione nelle parole di Don Alberione che, proprio nel momento di prova per comprendere la volontà di Dio sulle persone a lui affidate, si è sentito come rassicurato dalla fedeltà di Colui che chiama. Le lascio come segno di speranza per tutti: per chi accompagna e per chi sta facendo la fatica di scegliere. Scrive di sé in terza persona: “Ebbe una certa luce un giorno, pregando: ‘Tu puoi sbagliare, ma io non sbaglio. Le vocazioni vengono solo da me, non da te’”[1].

Quella “certa luce” accompagni ciascuno.

 

 

 

Note

[1] GIACOMO ALBERIONE, Abundantes divitiae gratiae suae. Storia carismatica della Famiglia Paolina, n. 113.