N.05
Settembre/Ottobre 2005

Il giovane e la ricerca della verità

In un importante saggio del 1919, tradotto in italiano con il titolo, non del tutto preciso, de “Il lavoro intellettuale come professione”, Max Weber presentava la ricerca dello scienziato, latamente inteso, come Beruf: termine che nella lingua tedesca, come noto, sta ad indicare tanto la “professione” quanto la “vocazione” (ed è precisamente il termine che Lutero, e nella sua linea la tradizione evangelica tedesca, adottò allorché parla della “vocazione” religiosa). 

Questa duplice semantica di Beruf si è un poco perduta nel lessico comune, e non solo in Germania; ma lascia trasparire una grande verità, e cioè che ogni autentica “professione” è nello stesso tempo (e non può non essere) anche una “vocazione”, specificamente la vocazione della ricerca della verità. È possibile che vi sia (e non mancano, anche fra i credenti, coloro che ritengono accettabile questa posizione) chi ritiene che questa aspirazione sia un’utopia irrealizzabile: in questo senso ogni autentico credente è un “relativista”, perché sa che l’uomo non potrà mai né pienamente raggiungere, né tanto meno esaurire la verità, dato che già l’antica saggezza cristiana, e l’autorevole ripresa di essa che ne ha fatto Tommaso d’Aquino, ha insegnato ed insegna: della suprema Verità, e cioè di Dio, si può dire soltanto ciò che non è, piuttosto che ciò che è (e non a caso la dottrina della analogia, tipica di Tommaso e di gran parte della tradizione di pensiero cattolica, va nella stessa direzione). Ciò non annulla, tuttavia, la naturale tendenza di ogni uomo alla ricerca dei valori. 

Questa “passione per la verità” – che è di ogni autentico ricercatore, di ieri e di oggi come di domani – sembra un poco essersi attenuata all’interno di una società fortemente razionalistica e tecnicistica come quella nata dalla rivoluzione scientifica e che tende a fare dell’università il luogo in cui ci si attrezza per le “professioni”, piuttosto che quello in cui si matura la propria “vocazione” (per riprendere il già ricordato concetto di Beruf). 

Le ragioni di questa sorta di “caduta vocazionale” sono molte e complesse, né in questa sede adeguatamente esplorabili. Operano in direzione di questo svuotamento del senso della ricerca intellettuale il relativismo radicale, la mentalità esperimentatrice, le preoccupazioni pragmatiche e funzionalistiche e ben si comprende come la ricerca della verità sia priva di senso se essa non esiste, se conta soltanto su ciò che è utile (e la verità non “serve” a nulla…), se i risultati della ricerca si valutano soltanto con il metro della misurazione quantitativa. 

 

Nonostante tutto, peraltro, emerge anche dalla società contemporanea, ed insegna nelle sue componenti più riflessive e pensose, una ricorrente domanda di senso: del senso della vita in generale, del senso della ricerca in particolare. Rimossa dal Proconsole romano e dai suoi numerosi continuatori, la “domanda di Pilato”, Che cos’è la verità?, periodicamente si riaffaccia ed esige una risposta, sia pure parziale e provvisoria. Nell’orizzonte della cultura contemporanea l’interrogativo si è probabilmente trasferito dall’antica “domanda su Dio” (e dunque sulla Verità) alla “nuova” domanda sull’uomo, Chi è l’uomo? Nel suo lungo magistero Giovanni Paolo II ha a lungo meditato sulla “verità dell’uomo” e ha lasciato in eredità al terzo millennio cristiano un prezioso patrimonio di intuizioni, di suggestioni, di proposte; ma il migliore umanesimo si è sempre riconosciuto in questo ricorrente interrogativo. 

L’orizzonte all’interno del quale si situa l’università di oggi non è, come in antico, quello delle domande sulla “verità delle cose”, se non della “verità su Dio”; ma essa rimane pur sempre uno spazio aperto alla domanda sulla verità dell’uomo, che è il grande tema soggiacente a tutte le professioni quando non siano del tutto spogliate della loro dimensione “vocazionale”. Che cosa sono le scienze – tanto “umane” quanto della “natura” – se non, da ultimo, un interrogarsi sull’uomo? Le “cose in sé”, anche ammesso che esse possano essere pienamente conosciute, di per se stesse nulla dicono; quelle stesse cose acquistano senso pieno in relazione all’uomo. E così la medicina non serve se non pone al suo centro l’uomo sofferente, così come il diritto trova il suo ultimo significato nella realizzazione di un equo e giusto rapporto fra gli uomini o l’economia la sua ragion d’essere non nella massimizzazione dei beni prodotti (o dei profitti conseguiti) ma soltanto nel contributo che riesca ad offrire alla pienezza dello “sviluppo umano”. 

Dietro tutto ciò che può essere insegnato od imparato nelle università sta, alla fine, l’uomo. Sennonché confrontarsi seriamente e responsabilmente con l’uomo implica il confronto con la “verità dell’uomo” e la ricerca di ciò che è autenticamente umano (con il parallelo rifiuto di ciò che è anti-umano o disumano). 

La cultura del “relativismo etico” portato alle sue estreme conseguenze – non del sano “relativismo” che è tipico di ogni uomo, ed anche di ogni credente, che sa bene di non potere mai raggiungere le estreme profondità della Verità – porta a mettere tra parentesi, se non addirittura a rimuovere, questa attenzione all’uomo che è il naturale preludio alle grandi domande di senso. Ma questa rimozione non è mai totale e completa e riemerge periodicamente, se non altro come salutare inquietudine, all’interno di ogni serio progetto di ricerca. La storia della scienza è piena di queste “inquietudini religiose” ma a queste legate da una misteriosa affinità: ciò che, oltre tutto, induce a non disperare sull’esito ultimo di una cultura e di una mentalità pur fortemente segnate dal pregiudizio contro l’acquisizione, e talora la stessa ricerca, della verità. 

Una “buona università” – componente necessaria della “società buona” additata dalla filosofia classica come fine naturale della buona politica – non può sottrarsi a questo serio e responsabile confronto con la verità dell’uomo. Non può prescindere né dal lato di chi ha il compito e la responsabilità (la “vocazione”, occorrerebbe dire) di insegnare, né dal lato di quanti, all’inizio del loro cammino intellettuale, hanno la missione, e il dono, di imparare, in una dialettica che alla fine rimette in discussione gli antichi ed apparentemente consolidati equilibri, sin quasi a ribaltarli, (tanto che, nel dialogo fra “maestro” ed “allievo”, al limite, le parti si invertono e insegnando si impara ed apprendendo si insegna…). 

Che questo luogo di appassionata ricerca della Verità sia oggi l’università, sarebbe difficile affermarlo, troppo forti essendo i condizionamenti che dall’esterno di esercitano su di essa, troppo cogente essendo sullo stesso sistema universitario la pressione esercitata da una società dominata dal mondo delle cose, e di cose senza verità, nemmeno della “verità dell’uomo”. Ma non si può nemmeno sostenere che nell’università di oggi – tanto sul versante dei docenti quanto su quello dei “discenti” – non esistano spazi per interrogarsi sulla “verità dell’uomo”; e se anche non esistessero attualmente, non si vede perché essi non debbano essere pazientemente cercati ed alla fine trovati. Finché l’uomo esisterà sulla terra la “domanda di Pilato” inevitabilmente riemergerà, e l’università è appunto uno dei luoghi di questa necessaria, e ricorrente, riemersione. 

Questo compito, o se si vuole questa vocazione, non incombe soltanto sui cristiani (anche se su di essi, nell’attuale contesto storico, incombe la maggiore responsabilità). Come amava ripetere un grande intellettuale, Jaques Maritain, “uomini intellettualmente divisi possono cooperare in un comune impegno pratico”, nel senso che il dialogo può svolgersi “non sulla base di un comune pensiero speculativo, non sulla base di una comune concezione sul mondo”, ma a partire da convinzione e da princìpi comuni, quelli stessi che fanno sì che alla fine il mondo della ricerca scientifica non sia un semplice agglomerato di individui ma una comunità di uomini. Proprio a partire da una “verità sull’uomo” da tutti ricercata e perseguita potranno essere gettate le basi per una comune “ricerca di senso”.