N.05
Settembre/Ottobre 2005

Università, ricerca della verità e vocazioni

In un bellissimo salmo della Sacra Scrittura così viene pregato: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”. È la preghiera che l’uomo rivolge al suo Signore perché si faccia nostro maestro e ci insegni “a contare i nostri giorni”: solo così l’uomo potrà giungere alla sapienza del cuore. 

Ma che cosa significa in definitiva contare i nostri giorni, che cosa sta dentro all’immagine dei giorni da contare, se non la percezione che esiste la verità sull’uomo, conoscendo la quale possiamo giungere alla sapienza del cuore che non è una qualsiasi sapienza, ma l’unica sapienza vera perché è nella profondità del nostro essere. 

In questa preghiera, come in altre pagine bibliche, è racchiuso l’intero nodo della ragionevolezza umana: esiste un limite al suo esercizio che le impone di non andare oltre, oppure la persona umana deve consentire a quel bisogno di domanda di senso per sapere e conoscere il vero senso della realtà? È qui il nodo cruciale della domanda di senso e quindi di verità; lasciarsi prendere dall’apparenza oppure andare oltre il fumo per incontrare colui che è? 

Un grande matematico, F. Severi, nel suo libro “Dalla scienza alla fede”, quanto più si addentrava nella ricerca scientifica, tanto più gli appariva evidente che tutto ciò che scopriva era in funzione di un assoluto “che si opponeva come barriera elastica al suo superamento con i mezzi conoscitivi”. Questa esperienza lo portò alla fede, con una decisione veramente ragionevole. Credo che tutto questo possa aiutare un giovane che entra a far parte del mondo accademico di qualsiasi università, e di qualsiasi curriculum che egli scelga. L’università pertanto diventa il luogo in cui alla ragione umana non è posto nessun limite ma le è assicurata la possibilità di “andare sempre oltre”. 

 

Proviamo a chiederci se veramente l’università oggi favorisca tutto questo, o se sia ridotta ad essere solamente il luogo specializzato per le proprie competenze cognitive che può dare, ad essere un itinerario formale che è necessario percorrere per ottenere i titoli senza i quali ci si troverebbe esclusi dalla vita professionale. I giovani oggi – e vivendo da dieci anni in stretto contatto con loro, dentro l’università posso assicurarlo – si accontentano di questo. 

Credo invece che è proprio l’università che deve tenere desta in loro una ricerca dell’ultima ragione di tutto, altrimenti si smarriscono sedotti solo da ciò che appare. L’accumulo di sapere a volte può generare stoltezza se la scienza non sfocia nella sapienza e così accade anche nella nostra vita e nella nostra società che “ogni conoscenza ci porta più vicini all’ignoranza” e ci costringe a domandare con il poeta: 

“Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perduto conoscendo? Dov’è la conoscenza perduta nelle tante informazioni?”. 

Questa perdita avviene nel cuore dell’uomo quando poniamo un limite alle nostre domande e restringiamo il nostro bisogno alla conoscenza delle cose visibili, quando poniamo limiti all’uso della ragione, confinandola solo dentro le cose percepibili. La ricerca della verità è esigenza presente in tutti gli uomini, la filosofia della conoscenza o gnoseologia, indica i sentieri da percorrere per impostare in modo corretto ed efficace tale ricerca. 

Non esiste un primato della vita o un primato della prassi. Dal primato del pensiero non si scappa. E il pensiero è sempre, fondamentalmente, pensiero della verità e ricerca della verità. Bisogna pensare e pensare con la propria testa, come insegnano i filosofi chi non pensa con la propria testa, chi non si impegna a riflettere, ad affrontare personalmente la fatica della ricerca e a porsi il problema della verità, rischia di farsi guidare nelle proprie scelte dal criterio degli altri, e questo è un pericolo per la propria libertà. 

L’università, se veramente vuol essere al servizio dell’uomo, deve aiutare questa appassionata ricerca della verità, deve porsi come la città collocata sopra il monte, come punto di riferimento essenziale per ogni domanda di senso nella vita di ogni uomo; mai rassegnarci al fatto che il giovane lasci fuori dall’università le domande ultime sul senso del vivere pensando che non sarà in essa che troverà risposte. 

È questa la sfida che ci viene lanciata e che noi come educatori dobbiamo a nostra volta favorire in tutta la realtà. Così Giovanni Paolo II si esprimeva in un discorso pronunciato all’università di Lovanio, il 20 maggio del 1985: 

“L’autentico umanesimo non rende l’uomo estraneo o antagonista di Dio. Al contrario, quando la cultura non elide e non elude il mistero dell’uomo, quando sa affrontare con coraggio la questione del significato dell’esistenza personale, allora incontra il più grande dei misteri. Aprendosi al mistero di Dio, la cultura trova lo spazio della propria libertà, lo slancio di una ricerca senza confini che non siano quelli del vero, del bello e del bene, i tratti della propria valenza formativa, gli intrecci della propria multiforme unità. In questa prospettiva, storia e mistero non sono in contrapposizione: anzi, il mistero svela la profondità ultima della storia: il mistero è così la verità della storia.” 

 

Oggi pertanto l’università è chiamata ad essere il luogo della ricerca in ogni ambito della realtà, è chiamata a porre in primo luogo la ricerca e la testimonianza della verità dell’uomo e del suo inestimabile valore. 

L’università è un luogo dove uomini e donne nel loro lavoro assolvono il debito di verità che l’uomo deve estinguere nei confronti della realtà ma prima di tutto l’uomo deve estinguerlo nei confronti di se stesso. Se l’uomo censurasse qualsiasi domanda di senso e in qualche modo interrompesse la tensione della ragione verso tutto il reale, sarebbe infedele alla sua stessa vita; l’uomo deve continuamente porsi la domanda di senso radicale dell’esserci: è questa la potenza e la forza della ragione umana, perché solo così si inoltra nei sentieri della realtà fino a porre la domanda sulla sua sorgente. Giovanni Paolo II così ancora parlava all’università di Lovanio: 

“La verità non conclude, ma apre e sollecita la ricerca. E non se ne appropria gelosamente, ma la comunica con ampia e fruttuosa disponibilità, secondo modelli di interazione e collaborazione già indicati e raccomandati dal Concilio Vaticano II (cfr. GE 12). La verità non genera l’ideologia, ma il confronto culturale aperto e franco, e permette di unificare nel lavoro intellettuale due ordini di realtà che troppo spesso si tende a contrapporre come se fossero antitetici, la ricerca della verità e la certezza di conoscere già la fonte della verità”. 

 

Sono convinto che per insegnare all’uomo semplicemente a lavorare o a produrre, chiunque può sostituire chiunque: basta trasmettere valori, e forse è ciò che lo studente chiede alla sua università, apprendere tecniche, cose che gli permettano di entrare dignitosamente nel mondo lavorativo. 

La società stessa attende dalle nostre università persone pronte e preparate a svolgere funzioni utili per poter riprodurre dentro la medesima. Ma il vero problema dell’uomo non è questo, ma è semplicemente ciò che ho appreso, ciò che mi è stato prospettato, ciò che è stato insegnato ha un significato ultimo? C’è un modo di studiare e di lavorare per cui ne vale la pena, ecco allora che lo studente non ha più solo bisogno di un insegnante ma di un maestro; l’insegnante trasmette un sapere, il maestro ne trasmette il senso, l’insegnante le regole, il maestro mostra una verità, il primo chiede di sapere, il secondo chiede di verificare. 

Se le nostre università non ne hanno la capacità e la volontà è perché la Chiesa attraverso le sue Cappellanie universitarie non ci prova. La nostra missione educativa dentro l’università è proprio questa, aiutare i docenti e gli studenti a mettere in gioco se stessi; è una sfida molto difficile ma possibile. Basta crederci. Educare gli uomini a pensare non soltanto con un frammento di verità, ma con tutta la verità: solo così si educa l’uomo e l’uomo libero.