N.02
Marzo/Aprile 2007

“Credete nella potenza del vostro sacerdozio!”

 

 

 

 

 

Liturgia della Parola

1 Gv 3, 7-10.    Gv 1, 35-42

 

Una chiamata del tutto singolare

Il Vangelo di oggi racconta la chia­mata di Giovanni, di Andrea e di Pietro. Quello di domani parlerà della chiamata di Filippo e di Natanaèle. La chiamata de­gli Apostoli, uno per uno, è del tutto sin­golare. A nessun altro compito Gesù ha chiamato in tal modo. È poi davvero im­pressionante l’importanza che egli ha at­tribuito a questi Dodici e alla loro forma­zione durante tutta la sua attività pubblica. Alla fine di questa impegnativa formazio­ne e convivenza con lui, a loro ha affi­dato la missione che è cruciale nell’evangelizzazione del mondo. È diffi­cile non accorgersi che in realtà proprio essi e i loro successori hanno svolto un ruolo essenziale nello sviluppo e crescita della Chiesa nel mondo. Questa loro mis­sione è stata sostenuta dal sacramento dell’Ordine che li ha resi partecipi della mis­sione di Cristo Sacerdote, Capo e Pastore. La differenza fra il modo con cui Gesù ha chiamato, trattato, preparato e mandato gli Apostoli e il modo con cui ha chiamato tutti gli altri alla perfezione non permette di inserire semplicemente la vo­cazione sacerdotale fra tutte le altre voca­zioni che scaturiscono dal sacerdozio co­mune dei fedeli, o metterla accanto ad esse. Il sacerdozio ministeriale, infatti, è al ser­vizio di tutte le altre vocazioni, anzi, ne­cessario per la realizzazione di tutte le al­tre vocazioni.

Questa riflessione, suggerita dai Van­geli di questi giorni, costituisce uno sfon­do o un contesto del Convegno che stia­mo celebrando; costituisce altresì il moti­vo dell’impegno del tutto speciale per le vocazioni sacerdotali, da parte della Chie­sa e da parte di quanti hanno a cuore il sano sviluppo della Chiesa e l’opera dell’evangelizzazione. Oggi – dopo che il Concilio Vatica­no II ha giustamente messo in rilievo la vocazione di tutti i cristiani a far vivere e crescere la Chiesa – forse la percezione non del tutto esatta della diversità fra le differenti mansioni o forme dell’apostolato nella Chiesa, delineate dal Concilio, ha in qualche misura offuscato sia l’importanza e l’essenzialità del sacerdozio ministeriale che la sua identità, ossia la specificità di tale vocazione. Ciò può osta­colare l’attuazione della propria vocazio­ne sacerdotale. Può rendere – e probabil­mente rende – meno attrattivo il sacerdo­zio ministeriale anche a quanti pensano a tale sacerdozio, perché diventa più sedu­cente, pur essendo in fondo sbagliato, il diffuso pensiero di poter realizzare la pro­pria vocazione anche da laico impegnato, senza dover assumere certi sacrifici od im­pegni definitivi.

 

La potenza del vostro sacerdozio!

In ordine alla promozione delle vo­cazioni al sacerdozio – che soprattutto ai nostri tempi deve essere impegno di tutti, sia dei sacerdoti che delle persone consa­crate e dei laici – ritengo di primaria impor­tanza il rendersi conto dell’assoluta neces­sità dei sacerdoti e della loro rilevanza per la vita della Chiesa, per l’efficace apostolato, che è anche dei laici, e per la fruttuosa rea­lizzazione della vita consacrata.

In questa prospettiva, mi hanno col­pito le parole di Benedetto XVI pronun­ciate ai sacerdoti nella cattedrale di Varsavia il 25 maggio 2006: “Credete nella potenza del vostro sacerdozio!” (cpv. 3). Queste parole, rivolte ai sacerdoti, valgo­no ovviamente anche per l’efficace pro­mozione delle vocazioni sacerdotali. Per promuovere le vocazioni sacerdotali con impegno e convinzione, per pregare con costanza per esse si deve prima di tutto credere nella potenza del sacerdozio ministeriale. Penso che questo sia un pre­supposto necessario. Il Santo Padre ha poi proseguito, met­tendo in luce questa potenza del sacerdo­zio per la vita dei cristiani, ossia per la re­alizzazione della vita consacrata o dell’apostolato laicale: «In virtù del sacra­mento avete ricevuto tutto ciò che siete. Quando voi pronunciate le parole “io” o “mio” (“Io ti assolvo… Questo è il mio Corpo…”), lo fate non nel nome vostro, ma nel nome di Cristo, “in persona Christi”, che vuole servirsi delle vostre labbra e delle vostre mani, del vostro spi­rito di sacrificio e del vostro talento […] Quando le vostre mani sono state unte con l’olio, segno dello Spirito Santo, sono sta­te destinate a servire al Signore come le sue mani nel mondo di oggi» (ivi).

Per puntualizzare poi la missione propria, specifica del sacerdote, Benedet­to XVI, nel medesimo discorso, ha nota­to: «Dai sacerdoti i fedeli attendono sol­tanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politi­ca. Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale.[…] Di fronte alle tentazioni del relativismo o del permissivismo, non è affatto necessario che il sacerdote cono­sca tutte le attuali e mutevoli correnti di pensiero; ciò che i fedeli si attendono da lui è che sia testimone dell’eterna sapien­za, contenuta nella parola rivelata» (cpv. 5). Anche recentemente – nel discorso natalizio alla Curia Romana – il Pontefice ha sottolineato fortemente questa configu­razione del sacerdote come “uomo di Dio” (1Tm 6,11). «È questo – ha detto – il com­pito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio». Il Pontefice ha illustrato ciò con l’episodio della distribuzione del territorio fra le tribù d’Israele: «Dopo la presa di pos­sesso della Terra ogni tribù ottiene, per mezzo del sorteggio, la sua porzione della Terra santa […] Solo la tribù di Levi non riceve alcun terreno: la sua terra è Dio stes­so [cf Dt 10,9]»[1]. Sì, per il sacerdote «il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso»[2]. Avendo presente un tale compito, il Santo Padre, nel citato discorso ai sacer­doti in Polonia, ha sottolineato la necessa­ria sollecitudine del sacerdote «per la qua­lità della preghiera personale e per una buona formazione teologica» (cpv. 5). Ri­guardo alla preghiera ha sottolineato: «Non lasciamoci prendere dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa pre­ghiera sia tempo perduto. È proprio lì, in­vece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. Non bisogna sco­raggiarsi per il fatto che la preghiera esige uno sforzo, né per l’impressione che Gesù taccia. Egli tace, ma opera» (cpv. 4). Similmente Giovanni Paolo II, all’inizio del suo Pontificato, ha notato: «Una pau­sa di vera adorazione ha maggior valore e frutto spirituale della più intensa attività, fosse pure la stessa attività apostolica»[3].

Oggi è molto importante ricordare questo fattore dell’attività pastorale, per­ché i sacerdoti vengono spesso impegnati in tante attività esterne da non avere più tempo per la preghiera, correndo il grave rischio di rendere vuoto ciò che costitui­sce l’essenza dell’operosità sacerdotale e disperdendosi in un infruttuoso attivismo. Jean-Baptiste Chautard (1858-1935), a suo tempo noto abate dei Trappisti di Sept-Fons in Francia, ha una volta interpellato un sacerdote sul motivo del crollo del suo sacerdozio e ha ricevuto una paradossale risposta: “C’est le dévouement qui m’a perdu!” (“è lo zelo che mi ha perduto!”)[4]. Sì, uno zelo imprudente, puramente ester­no, non radicato nella profonda vita spiri­tuale, può condurre alla rovina della vita spirituale e a rendere inefficace l’attività di un sacerdote. Di fronte alla missione del sacerdote – “uomo di Dio”, strumento nelle mani di Dio – si può rimanere impauriti. Lo nota pure Benedetto XVI: «La grandezza del sacerdozio di Cristo può incutere timore. Si può essere tentati di esclamare con Pie­tro: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5, 8), perché facciamo fatica a credere che Cristo abbia chiamato proprio noi. Non avrebbe potuto scegliere qualcun altro, più capace, più santo?» (Di­scorso cit. ai sacerdoti polacchi, cpv. 4).

Mi vengono qui in mente le parole del sacerdote-poeta polacco, recentemen­te scomparso, Jan Twardowski (1915­-2006):

Del mio sacerdozio ho paura,

il mio sacerdozio mi spaventa,
e davanti al sacerdozio mi prostro a terra,

e davanti al sacerdozio m’inginocchio”[5].

Davanti a un tale timore, il Santo Pa­dre però ci tranquillizza: «Ma Gesù ha fis­sato con amore proprio ciascuno di noi, e in questo suo sguardo dobbiamo confidare» (Discorso cit. ai sacerdoti polacchi, cpv. 4).

 

Conclusione

Perché dico tutto questo? Non sol­tanto per affermare o mettere in luce l’assoluta necessità del sacerdozio ministeriale e la sua specifica configurazione nel mi­stero della Chiesa, ma avendo davanti agli occhi soprattutto la prospettiva del nostro Convegno, cioè della promozione delle vo­cazioni sacerdotali. Ci sono qui tanti sacerdoti. Vorrei che prendiate a cuore l’esortazione del Santo Padre: “Credete nella potenza del vostro sacerdozio!” Dalla realizzazione del vo­stro sacerdozio nel senso indicato dipen­derà anche se e quanto saprete aiutare i giovani a scoprire e ad affrontare con en­tusiasmo la chiamata al sacerdozio. Anche a tutti gli altri qui presenti – persone consacrate e laici – vorrei dire: cre­dete nella potenza del sacerdozio ministeriale! Dalla vostra corretta idea del sacerdozio ministeriale e dalla compren­sione del ruolo del sacerdote per la vita della Chiesa, dalla comprensione del suo ruolo per la vostra santificazione e per il vostro apostolato, dipenderà anche la qua­lità ed efficacia del vostro impegno nella promozione delle vocazioni sacerdotali.

Ma c’è di più: in ordine a promuo­vere le vocazioni sacerdotali non potete essere insensibili alla necessità di sostene­re con la vostra preghiera, con la vostra parola e il vostro incoraggiamento i sacer­doti nella loro retta realizzazione del sa­cerdozio. Il maligno sa che percuotendo il pastore si disperdono le pecore del gregge (cf Mt 26,31), e si comporta di conseguen­za. Il colpo più grave è quello che riguar­da la profonda unione con Cristo e il deri­vante autentico zelo sacerdotale, lontano da un semplice attivismo esterno. Soste­nendo i sacerdoti nella loro specifica mis­sione, promuovete con ciò, pur indiretta­mente, anche le vocazioni sacerdotali. “Credete nella potenza del […]sacer­dozio [ministeriale]!” Sì, questa esortazio­ne è importante per ognuno di noi.

 

Note

[1] “Questa affermazione – prosegue il Papa – aveva certamente un significato del tutto pratico. I sacerdo­ti non vivevano, come le altre tribù, della coltivazio­ne della terra, ma delle offerte. Tuttavia, l’affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. La Chiesa, in quest’interpretazione anticotestamentaria dell’esistenza sacer­dotale – un’interpretazione che emerge ripetutamente anche nel Salmo 118 (119) – ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la missione sacerdo­tale nella sequela degli Apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche oggi con il levita: “Dominus pars hereditatis meae et calicis mei”. Dio stesso è la mia parte di terra, il fon­damento esterno ed interno della mia esistenza”. Tale impostazione del sacerdozio, ha aggiunto Be­nedetto XVI, è di una attualità vitale: “Questa teocentricità dell’esistenza sacerdotale è necessaria proprio nel nostro mondo totalmente funzionalistico, nel quale tutto è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è que­sto il servizio prioritario di cui l’umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la terra, sulla quale tutto questo può stare e prosperare”.

[2] Cf il testo della nota precedente.

[3] Ai Superiori Generali, 24 novembre 1979, n. 4b.

[4] Cf. J. B. CHAUTARD, L’Ame de tout Apostolat, Paris 161941, p. 76.

[5] In J. TWARDOWSKI, Wiersze 1937-2000, ha raccol­to A. Iwanowska, vol. I, Pozna, 22002, 35. Questa poesia, del 1948, si trova anche in diverse altre colle­zioni delle poesie di Jan Twardowski).