N.02
Marzo/Aprile 2011

Che vocazione che fa. Interviste al convegno

“Da tutte le città accorsero là” (Mc 6,33), è il titolo dato alla prima parte del Convegno.

È stato il momento del convenire di tutti i partecipanti (più di 700 tra vescovi, sacerdoti, religiosi, laici e seminaristi), ma anche del convenire, se così si può dire, degli elementi che esprimono e raccontano l’esperienza di vita in rapporto al tema trattato. I primi passi sono stati mossi a partire dalla vita concreta. Ecco perché il Convegno è iniziato con le interviste (riportate di seguito) di don Tonino Lasconi (il testo elaborato dell’intervento di don Tonino Lasconi sarà pubblicato nel prossimo numero della Rivista), parroco, direttore dell’Ufficio catechistico di Fabriano-Mantelica, scrittore e giornalista; Maurizio Damilano campione olimpico di marcia (Mosca 1980) e due volte campione mondiale nella 20 km (Roma e Tokio); i coniugi Ileana e Luca Carando di Carmagnola (TO) membri della Consulta Nazionale dell’Ufficio di Pastorale familiare e rappresentanti di questo Ufficio nel Consiglio Nazional del Centro Nazionale Vocazioni.

Gli ospiti intervistati hanno condiviso la loro esperienza vissuta nella comunità parrocchiale. Comunità che li ha aiutati nella formazione alla vita cristiana e che è stata importante nella caratterizzazione delle loro personalità e nel processo di discernimento che si è concretizzato nella scelta di uno stato di vita. Comunità che ora domanda loro la responsabilità, soprattutto nei confronti dei piùgiovani, di annunciare, attraverso la loro esperienza che si fa testimonianza, il Vangelo della vocazione.

Maurizio Damilano

Qual è stata la tua esperienza in parrocchia da ragazzo? L’annuncio vocazionale nella comunità in cui sei vissuto è stato importante per la tua vita?

Ho fatto il cammino che credo facciano tutti i giovani nelle parrocchie: chierichetto; lezioni di catechismo; impegno nel servizio liturgico (come lettore e nel coro come strumentista) che ho ripreso proprio in questi mesi. Io credo di dovere molto, nella mia formazione, ai parroci che ho avuto, che si dedicavano molto ai giovani, ai ragazzi. Ho avuto anche un’esperienza in Seminario con i Padri Vincenziani.

Con mio fratello gemello, Giorgio, abbiamo frequentato da convittori il Collegio, è stata una formazione importante che ha contribuito a far crescere quello che, nell’ambito della vita parrocchiale, si era già avviato. Con i Padri missionari si apriva anche quel mondo più allargato delle missioni, delle realtà all’estero, delle difficoltà di altri ragazzi come noi. Credo sia stato un bagaglio di esperienze importanti anche per proseguire, poi, la mia vita sportiva.

Credo che questa esperienza mi sia servita molto anche nell’ambito sportivo: esaltare quelle che sono le caratteristiche che uno ha avuto in dono, sapendo che sono un dono e non è solo forza o capacità personale; saper tirare fuori il meglio di se stessi, che si deve coltivare giorno per giorno con l’allenamento, con la pratica, con quello che è il costruire un obiettivo… credo che in fondo rappresenti il cammino che ognuno di noi può fare nella propria vita: avere degli obiettivi, avere momenti in cui sappiamo di doverci preparare e che questa preparazione è tanto più necessaria quanto più abbiamo dei doni che devono essere esaltati; più i doni sono forti e più credo ci sia la necessità di un impegno forte.

Poi, indubbiamente, devo molto alla mia famiglia, a mia moglie che, più di me, ha vissuto e continua a vivere la vita della parrocchia. Io ho tempi sempre un po’ ristretti: la vita da sportivo, che è sicuramente molto bella, lascia poco tempo, si è spesso in giro peril mondo, fuori a fare allenamenti collegiali, si è assenti per lunghi periodi anche dalla realtà del proprio quotidiano, dalla propria città…

Per uno sportivo che ha fatto atletica ai tuoi livelli, i più alti che ci possano essere, qual è il prezzo da pagare per quanto concerne allenamenti e rinunce?

Direi che è un “dolce prezzo”. È in fondo il sapere, come ho detto prima, che giorno per giorno costruisci quello che vuoi realizzare e se sei bravo e se sei anche fortunato – perché serve anche quella buona parte di fortuna – puoi farcela. Però credo che sia un messaggio – quello del sacrificio e della rinuncia dello sportivo – a volte un po’ forzato.

Sono estremamente convinto che uno sportivo che fa la sua attività, svolge il suo “mestiere” e lo fa con passione, quindi, mettendoci il cuore, non si sottoponga a rinunce troppo forti, a pesi eccessivi da portare. Il giogo pesante, come dice il Signore, può diventare leggero se lo si sa portare come fa lui.

Qual è il successo sportivo che ricordi con più piacere?

I successi sportivi di un certo livello sono un po’ come i figli. È difficile poi distinguere tra i più e i meno importanti. L’Olimpiade è un momento molto particolare, perché vincere l’Olimpiade è una vetrina molto allargata, è la consapevolezza di aver conquistato qualcosa di importante, ma anche di aver dato e trasmesso delle emozioni, delle sensazioni forti agli altri. Il bello dello sport è anche il non avere poi tutto per se stessi. Il tuo successo è qualcosa che dà gioia e soddisfazione anche ad altri: agli appassionati che ti seguono, alle persone che ti sono vicine, a chi segue quotidianamente il tuo lavoro.

Mentre i mondiali sono maggiormente seguiti dagli specialisti, dagli appassionati di atletica, l’Olimpiade è seguita in maniera più vasta dagli sportivi in senso generale. Direi che, nel periodo della Olimpiade, anche i non sportivi seguono i campioni del proprio paese. È un livello diverso… perciò il successo all’Olimpiade lo metterei davanti agli altri.

Credo però che nello sport – non è retorica – le situazioni che ti insegnano di più sono le sconfitte, soprattutto quando pensi di andare per vincere e perdi. In quel momento torni a guardare dentro te stesso e a capire cosa non ha funzionato. E quel che non ha funzionato, molto spesso, non è colpa degli altri, ma è colpa tua. Allora incominci a rivivere le situazioni, riaggiusti un po’ il tiro e riparti. È una delle lezioni che lo sport, soprattutto lo sport individuale, ci dà e ci permette poi di applicarle nella vita. La sconfitta, il momento della difficoltà nello sport insegna tantissimo, molto più della vittoria. Come succede nella vita: quando vinci hai tutti attorno, quando perdi rimani solo.

Noi dovremmo essere gli allenatori e le allenatrici dello spirito. Da sportivo, da uno che insieme con il fratello Giorgio ha aiutato dei giovani ad entrare nel mondo dello sport e ad entrarci con alcuni valori, che cosa potresti consigliarci per essere dei buoni allenatori in un senso lato?

Penso sia importante dare dei messaggi semplici e poi controllare che vengano applicati in modo corretto: questa è la base fondamentale dell’insegnare lo sport. Nello sport non si possono insegnare tante cose complicate insieme. Si insegnano poche cose semplici; via via se ne crea l’applicazione e su quella si inseriscono altri aspetti più complicati dell’esercizio. Nella semplicità c’è la grande via per lanciare dei messaggi, essere delle buone guide, dei buoni allenatori.

Gli Orientamenti Pastorali della CEI per il prossimo decennio ci invitano, nella proposta educativa, a realizzare alleanze tra i vari soggetti educativi.

Il binomio/alleanza parrocchia e mondo dello sport ha ancora qualcosa da dire oggi?

È una domanda molto complessa perché la realtà della parrocchia si è complicata nel tempo. Era molto semplice in passato, quando le aspettative e le esigenze che i giovani avevano erano inferiori a quelle di oggi… Io mi ricordo da ragazzino quando si andava sulla piazza, all’oratorio, ogni volta che si scendeva sul quel campo immaginario era come se si giocasse la finale della Coppa dei Campioni. Oggi, se i ragazzini non hanno la divisa tutta a posto, non sono su un campo perfetto in erba…

La parrocchia però può dare molto in un altro senso. Lo sport rimane un punto di riferimento per i giovani, si rispecchiano nei campioni. Se vengono aiutati, anche i più piccoli possono capire quali sono i vantaggi e i limiti del campione; che il mondo dello sport non è solo diventare personaggi pubblici importanti, famosi, con le veline accanto in ogni occasione… È crescita, oltre che fisica e prestativa,anche interiore, spirituale, intellettuale, culturale… Credo che lo sport nelle parrocchie possa aiutare molto in questo senso.

E il problema del doping?

Credo che se lavoriamo sui valori di fondo il doping possa in parte essere sconfitto, se non del tutto. È solo a partire dai valori che si riescono a trasmettere ai ragazzi che si avvicinano allo sport agonistico, che viene l’aiuto. Si può raggiungere il successo anche senza doping. E poi non è detto che sia il successo a darti soddisfazione in una carriera sportiva!

Luca e Ileana Carando

Potete raccontarci la vostra esperienza da giovani in parrocchia e il cammino

che vi ha portato alla scelta di vita matrimoniale?

Ileana: Noi siamo cresciuti nell’ambiente parrocchiale. Luca era più in parrocchia che a casa. Ogni tanto i suoi genitori si lamentavano di questo. Eravamo ultrapraticanti da famiglie ultrapraticanti con l’”aggravante”, da parte mia, che mio papà era anche diacono permanente. La parrocchia è stata il nostro terreno di conoscenza e di crescita e non solo sotto l’aspetto religioso, ma anche dal punto di vista umano e affettivo. Abbiamo frequentato l’oratorio e i gruppi giovanili, siamo stati a nostra volta animatori nei gruppi giovanili.

La nostra storia, la nostra vocazione sono nate lì. A me piace sempre vantarmi del fatto che la vocazione l’ho capita prima di Luca. Un giorno, tornando dall’oratorio – avevo dieci anni – ho detto a mia mamma: «Ho deciso chi sposerò: Luca». A dieci anni avevo le idee chiare sulla vocazione specifica e avevo capito che dovevo convincere lui.

La cosa divertente è che verso i 14-15 anni c’è stato un periodo in cui Luca, tutte le sere, andava alla messa delle sei. Anche io ho iniziato ad andare alla messa delle sei. Mi era cresciuta questa fede immensa! E mia mamma diceva: «Che brava questa bambina che va tutte le sere a messa!». Poi ha capito. In questo contesto è nata la nostra vocazione.

Che terreno abbiamo trovato in parrocchia? Sicuramente un terreno bello, gioioso, accogliente, caldo… Ci faceva piacere trascorrere del tempo lì e anche spendere delle energie per gli altri in quel contesto.

Erano anni in cui esistevano ancora i vice parroci che curavano molto noi giovani e il nostro cammino di fede. Noi avevamo un vice parroco che diceva: «Se vuoi fare l’animatore devi avere il tempo per andare agli esercizi spirituali, fare un cammino spirituale, pregare, frequentare la messa, frequentare il tuo gruppo di appartenenza; poi, se ti avanza tempo, puoi anche fare l’animatore». Quindi puntava a un livello alto, magari non aveva tantissimi animatori, qualcuno scappava, però ci ha lasciato il grosso patrimonio di capire quanto è importante coltivare un cammino di fede intenso.

Abbiamo capito l’importanza della preghiera, della direzione spirituale, dei tempi di deserto, di discernimento… Abbiamo capito che volevamo stare insieme. Se c’è una cosa che abbiamo fatto fatica a trovare nella nostra parrocchia è un aiuto a vivere la nostra vocazione specifica. Non ci era stato spiegato più di tanto che cosa volesse dire seguire il Signore all’interno del sacramento del Matrimonio e che si potesse fare per bene i credenti pur essendo sposati. Ci piace sempre ricordare che fin dalle prime settimane del nostro matrimonio siamo andati in crisi perché, abituati alla Liturgia delle Ore, a pregare molto a livello individuale… quando ci siamo scontrati coi ritmi familiari – anche se eravamo solo in due – abbiamo capito che qualcosa non funzionava e ci siamo chiesti: «Allora, questo sacramento del Matrimonio è qualcosa che va a limitare il mio cammino di fede?». Ma grazie al cielo il Signore non ci lascia mai soli e ci ha messo sul cammino tante persone, sacerdoti, religiose, religiosi, coppie che ci hanno fatto capire quanta ricchezza c’era dentro il sacramento che avevamo già celebrato. Abbiamo quindi iniziato a innamorarci del nostro sacramento e a capire che in esso potevamo seguire Cristo al cento per cento, senza sentirci cristiani di serie B perché avevamo ritmi diversi. Da qui è nato l’amore per la Pastorale familiare, per le famiglie, per il Matrimonio. È stato un cammino lungo, bello, intenso, fatto di tanti volti, anche di tanta preghiera, a volte anche di tante sorprese, perché il Signore ogni tanto fa i suoi “scherzi” e quando pensi di aver sistemato tutta la tua vita ti fa delle proposte inaspettate.

L’ultima ce l’ha fatta a ottobre e ci è arrivata – tra l’altro – proprio tramite i nostri figli: quella di prendere in affido una quarta figlia. Ci siamo chiesti se non stavamo facendo abbastanza… Però abbiamo anche coltivato questo “vizio” di dire di sì alle proposte del Signore, sperando che prima o poi si fermi e le faccia anche a qualcun altro!

Luca: Aggiungo solo una cosa. Io, uscendo con Ileana, ho sempre messo da parte quel sentore, quella chiamata a donare tutto me stesso al Signore nel sacerdozio. Una chiamata che avevo però sempre lì, come quelle cose che vengono su e tu le mandi giù, vengono su e tu mandi giù, ma un certo punto bisogna pur prendere una decisione. Ho avuto la grande fortuna di avere un vice parroco – credo – eccezionale. Quando ha percepito questo mio desiderio (sono andato da lui dopo tre giorni di pianto) se mi avesse preso e portato in Seminario, io avrei messo firma lì, salutando Ileana, convinto benissimo della mia vocazione. Invece, questo vice parroco, che è poi stato mio testimone di nozze, ha buttato tanta acqua sul fuoco. Mi ha detto di andarci piano e mi ha aiutato a fare un cammino di discernimento serio rispetto alla vocazione.

Questo mi ha insegnato che a volte c’è il rischio, quando trovi uno che ha una mezza idea di diventare sacerdote, di prenderlo e di “buttarlo” in seminario senza fargli fare un percorso serio di discernimento. Io ho avuto la fortuna di trovare un prete, un amico. Se oggi sono qui come coniuge di Ileana lo devo a lui e se la mia vita è una vita serena e felice lo devo a lui, perché ha avuto la pazienza di pensare al mio bene.

Ecco, credo che questo nel nostro cammino vocazionale sia stato un tassello importantissimo.

Dal vostro punto di vista di coppia, cosa dovremmo modificare, noi preti, suore, nel modo di parlare della vocazione?

Luca: Non possiamo ergerci a maestri di nessuno. Ci è stato insegnato – ed è una cosa che personalmente tutte le mattine faccio – a pregare il Signore e a ringraziarlo per i suoi figli che ci ha donato. Quando si parla di vocazione bisogna pensare che chi ci è di fronte non è nostro. Credo che questo sia fondamentale. I figli che noi abbiamo, che voi avete nei vostri percorsi e cammini vocazionali, non sono nostri e quindi non possono rispecchiare i nostri desideri. A volte, quando si tratta di vocazione o di scelte vocazionali, la tentazione è di far scegliere loro qualcosa che a noi è mancato, qualcosa che a noi piace o piacerebbe che loro facessero… A volte abbiamo anche la capacità di dire: «Secondo me questo ha i talenti giusti per fare questa cosa» e lo etichettiamo fin troppo presto.

Un passo più importante – e con Ileana ce lo diciamo sovente – è che, quando si tratta di aiutare dei giovani a crescere, innanzitutto dovremmo aiutarli a diventare degli uomini e delle donne veri per la società, aiutarli a diventare dei cristiani veri. Innanzitutto noi siamo battezzati. La nostra prima chiamata è quella del Battesimo. Dobbiamo aiutare i nostri figli, i giovani che incontriamo a diventare degli uomini veri a 360 gradi. Il rischio che a volte corriamo è che non sempre sappiamo insegnare ai nostri figli a vivere bene l’ordinario. Lo straordinario, i momenti belli, si vivono con facilità, ma è nell’ordinario che ci si gioca la vita. È nella vita di tutti i giorni che ci giochiamo la nostra chiamata. Noi dobbiamo aiutare i nostri figli e i giovani che incontriamo a vivere bene la vita di tutti i giorni, che è fatta di vittorie e di sconfitte.

I nostri figli ci richiedono coerenza: non possiamo dire una cosa e poi fare il contrario. Ci stimolano a vivere bene la vita a 360 gradi. Ciò vuol dire che io devo essere prete o sposo, sposa, religioso, cristiano a 360 gradi 365 giorno all’anno, 24 ore su 24. Credo anche che un aspetto importante sia quello di curare molto il discorso delle relazioni: con se stessi, con Dio, con l’altro. A volte il limite è quello di non essere capaci di relazionarci con i nostri pari: questo causa dei pericoli, delle incomprensioni…

Dobbiamo aiutare i nostri giovani e i nostri figli ad essere uomini e donne veri, non perfetti, ma veri. Credo che questo sia fondamentale.

Ileana: La cosa che ci piace sempre pensare, dire e cercare di fare è quella di passare ai nostri figli l’amore per la nostra vocazione e – possibilmente – anche l’amore per le altre vocazioni. Siamo estremamente contenti che la nostra casa sia frequentata da ogni sorta di persone, compresi anche sacerdoti, suore, religiosi… Per i nostri figli è normale vedere queste persone che pranzano, cenano, giocano con loro. Cerchiamo di trasmettere questo ai nostri figli: va bene qualsiasi vocazione, ogni vocazione può essere vissuta con gioia e in pienezza. Credo sia questa la grande sfida di oggi. La crisi delle vocazioni alla vita consacrata e la crisi delle vocazioni al Matrimonio vanno a braccetto.

Ci giochiamo tutto sul cominciare ciascuno ad essere contento, felice e fiero del proprio sacramento, della propria vocazione e stimando anche quella dell’altro. Se noi passiamo il messaggio che si può vivere in pienezza una vocazione, ed è bello farlo – pur con le difficoltà –, penso che creiamo un buon terreno per favorire le vocazioni. I giovani devono vedere che ci sono persone felici di essere preti, suore, religiosi, sposi… Se vedono musi lunghi o persone stressate, giustamente dicono: «No grazie!».

Luca: Credo che il discorso della scelta sia legato – come è stato detto – alla testimonianza. Ognuno di noi è stato colpito da una testimonianza. La testimonianza è fondamentale. È importante che noi sposi – a volte siamo i primi ad ostacolare altre vocazioni con le nostre paure – impariamo ad amare e a riconoscere la vocazione degli altri. Possiamo, così, lasciare più libertà di scegliere ai nostri figli. Dall’altra parte anche preti, religiosi e religiose, se amano e imparano a conoscere meglio la vocazione al Matrimonio possono aiutare i giovani anche in un cammino serio rispetto all’affettività e li aiuterebbero a diventare più liberi nella loro scelta vocazionale.

Per i giovani che si preparano al Matrimonio, su quali valori bisognerebbepuntare?

Luca: Io credo che in un rapporto di coppia si giochi tutto – ma questo vale anche per qualsiasi scelta vocazionale – sulla fedeltà, cioè sul rimanere fedeli ad un impegno. La fedeltà a quell’amore che è immagine dell’amore di Cristo. Questa fedeltà per gli sposi te la giochi nell’ordinario. Te la giochi nella fedeltà a quel sì che hai detto. Vuol dire che quando io penso a Ileana, l’accompagno, faccio da mangiare, quando vado a prendere i bambini a scuola, cambio i pannolini, vado a lavorare… lì sono fedele a mia moglie. I tradimenti iniziano lì, la volta in cui lei ha bisogno di una cosa e io non l’aiuto, la volta in cui lei ha bisogno di una parola e io non gliela dono… Questo è il tradimento: quando mi accorgo che mia moglie ha bisogno di qualcosa e io non le sono vicino.

Ileana: Concordo sul puntare sulla fedeltà, sull’impegno per sempre, e penso sia facilmente proponibile a differenza di quanto possiamo pensare oggi. Amarsi per sempre, amare il Signore e la comunità a cui sono stato chiamato per sempre è possibile solo se pensiamo che questa nostra vocazione, questa chiamata, può rinnovarsi giorno dopo giorno. C’è sempre da coltivare uno stupore di qualcosa che può ancora venire. E quando ci sentiamo stufi di qualcosa non dobbiamo rassegnarci. Dobbiamo lasciare che questo essere stufi ci stimoli a farci delle domande, a prendere delle direzioni, a rinnovarci, a guardarci in modo diverso, a prenderci dei tempi diversi, per esempio, per noi.

Non è impossibile amarsi per sempre. È possibile se ci si continua a rinnovare e a rilanciare il proprio sì, che cambia insieme a noi.

Non è dirlo una volta per tutte e poi vivere di rendita. Amarsi per sempre ed essere felici per sempre insieme, pur negli alti e bassi, coltivando una storia dinamica, una storia che a noi piace pensare come di una tenda (la tenda di Abramo e Sara) ben radicata, ma che al momento opportuno la si può prendere e spostare. Questa è la nostra esperienza di coppia che fino ad ora ci ha veramente arricchito tanto. Noi diciamo sempre ai giovani che non è assolutamente vero che il Matrimonio è la tomba dell’Amore. Ma anche il “ti amo come il primo giorno” è un’assurdità. Ti amo molto di più del primo giorno. Il primo giorno non avevo ancora capito niente di quello che avrei dovuto fare!

È quindi possibile, in ogni vocazione, continuare ad amarsi sempre e meglio.

Luca: È importante educarci ed educare al fatto che le crisi, le difficoltà, siano una opportunità per crescere. Se noi non educhiamo i giovani e le giovani coppie a guardare come opportunità il momento della crisi, abbiamo fallito in partenza. Se non insegniamo loro che la crisi ci sarà, non professiamo neanche la nostra fede.

In fondo, se non si passa il venerdì della croce, non ci sarà mai la risurrezione. A volte ce lo dimentichiamo. Diciamo che celebriamo la Pasqua, ma non vogliamo viverla.

Le nostre vocazioni sono un continuo rinnovarsi di questo venerdì, sabato e domenica di Pasqua. Noi sappiamo che c’è la domenica di Pasqua e lì ci giochiamo tutto! Se ci dimentichiamo anche noi, nella vita quotidiana, che c’è la domenica della risurrezione, non possiamo fare né dire nulla ai fidanzati!

 

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Vogliamo concludere richiamando il titolo del Convegno, citazione del Vangelo di Marco 6,38:

– «Quanti pani avete?»: è la parola del Signore che afferma l’esistenza di una realtà, di una ricchezza già presente in ciascuna persona. Anche oggi Gesù continua a domandarci non se abbiamo dei pani, ma quanti ne abbiamo. Questi pani sono una ricchezza che ci è stata donata, un dono che ci caratterizza, una caratteristica che ci appartiene e definisce la verità che ognuno di noi è nel più profondo di se stesso. Una verità ricca che non sempre siamo capaci di riconoscere, di apprezzare e di esprimere in una vita che è risposta al Padre e dono ai fratelli.

– «Andate a vedere»: è l’invito di Gesù a conoscerci, a scoprirci ricchi di pani-doni ricevuti (anche dalla comunità parrocchiale), pani che vanno condivisi (anche nella comunità parrocchiale): dono ricevuto-bene donato è il movimento vocazionale che appartiene alla vita in quanto tale.

Le interviste sono state una bella testimonianza a queste parole del Signore Gesù!