N.04
Luglio/Agosto 2020

Piccole Gigantesche Cose

Sui Generis Esercizi Spirituali sul Lasciar Andare

Contestualmente all’articolo Lasciare andare, voce del verbo fecondare di Antonia Chiara Scardicchio e Tony Drazza, pubblichiamo alcuni esercizi che gli stessi autori propongono sul medesimo tema.

 

La proposta che segue può corrispondere a un Lavoro personale di lettura, meditazione, contemplazione (e, volendo, scrittura) da compiere con ritmo settimanale o, anche, quindicinale.

 

 

ESERCIZIO I
LASCIARE ANDARE IL GIUDIZIO SUGLI ALTRI

 

Introduzione

A volte la forma manichea del ragionamento – che scompone l’anima in pezzi – si esprime non vista: accade quando abbiamo necessità di inquadrare, stereotipizzare, de-finire una volta per tutte l’altro come se fossimo noi i de-finitoriassoluti, come se noi fossimo la vista di Dio.

A volte lo facciamo vedendo di qualcuno solo il terribile.

Altre volte vedendo solo il buono.

E spesso usiamo la stessa forma scissa anche nelle valutazioni di noi stessi.

Lasciare andare la tentazione di sostituirci al giudizio di Dio è cosa assai difficile, richiede molto esercizio e costante allenamento: si impara e si re-impara sempre di nuovo a non cedere alla tentazione di non aver più nulla dell’altro da vedere perché riteniamo di aver già visto tutto.

Questo compito di accesso alla sfumatura dunque non corrisponde al relativismo, ma al non scambiare per giudizi universali i nostri giudizi particolari: e dunque riposizionarci, togliendoci dal centro. Il che significa ritrovarci creatura e non Creatore, e dunque aperti a vedere dell’umano, di ogni umano, tanto le ombre quanto le luci, le stesse nostre.

La scrittura di Daniele Bellasio arriva potente: ridiamo e ci commuoviamo leggendo del suo ricordo di uomo che osserva un altro uomo, suo nonno. E dopo averlo osservato lo tiene tutto: non lo spezza, non tiene una parte gettando via l’altra, nonostante questa operazione del taglio sia la più comoda, lui non riduce: accoglie, r-accoglie il mistero del nonno e dell’umano integro.

E leggere la sua narrazione – che è campo e controcampo, regia che si muove su più inquadrature non da piano fisso – è prezioso esercizio epistemico e prezioso esercizio spirituale: leggendolo si osserva e si impara il moto della misericordia, quella vera, quella che muta il modo di pensiero, quella che è scheletro del nostro ragionamento non solo nastro emotivo.

 

Il testo per la riflessione

Mi manchi, stronzissimo eroe

 

Il piccolo Compito gigantesco

Proviamo a ripensare ad alcune persone importanti nella nostra biografia.

E compiamo un gioco che ci viene facile, quello manicheo: inscatoliamo/inquadriamo tutti in due sole categorie, i buoni e i cattivi.

E li lasciamo lì. E li osserviamo. Restiamo al cospetto dei nostri giudizi.

E poi scegliamo una persona, una tra quelli della categoria dove abbiamo messo i nostri misteri dolorosi.

E proviamo a ri-leggere, ri-vedere, ri-narrare.

Proviamo lo stesso gioco – assai meno facile ma assai più generoso – di Daniele Bellasio: e scriviamo. Anche solo dieci righe, proviamo ad arrivarci: proviamo a disegnare dell’altro anche un piccolo quadro, purché sia nuovo. E purché tenga insieme, con misericordia, le ombre e le luci, astenendoci dal giudizio di salvezza o perdizione, che non ci spetta.

Non ci è chiesto di passare da una polarità a un’altra, da “è un mostro” a “non avevo capito nulla: è un santo”.  Le sentenze finali sono impegno di Dio, solleviamoci dal peso della inquisizione, che ci viene facile, ma lo paghiamo a caro prezzo: perdendoci appresso l’anima.

Proviamo come nell’articolo che abbiamo letto a con-tenere il paradosso dell’umano che tutti abita 8anche noi stessi).

Misericordia, coraggio.

 

Il brano musicale

Jovanotti, Il resto va da sé

 

Il libro

Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri)

 

 

Esercizio II
LASCIARE ANDARE IL GIUDIZIO SULLA VITA

 

Introduzione

Questa è una narrazione coraggiosa. Dice di faccia-a-faccia con la morte.

E dice di finestre: tra le immagini/fotografie interiori che continuamente scattiamo, alcune scompaiono come non viste, altre restano e diventano filtri.

In questa scrittura c’è la vita, la vita nuda: quella che si interroga su di sé e su sua sorella morte.

E leggere qui ti spoglia.

 

Il testo per la riflessione

Il virus visto da dentro

 

Il piccolo Compito gigantesco

Proviamo a scrivere partendo dalla domanda finale.

Cerchiamo una risposta che non sia una buona frase, né da romanzo Harmony, né da testo di retorica.

Cerchiamo una risposta partendo dal silenzio, dall’abisso, dalla tortura di chi, come noi, come tutti, quella domanda di senso e speranza la conosce assai bene.

A volte la svicoliamo, ma lei torna davanti alla faccia.

E dopo che questa risposta l’abbiamo scritta, possibilmente a mano, lasciamola.

La nostra risposta non è un totem. Lasciamola andare.

Mettiamola in un libro e usciamo.

Fuori dalla finestra, andiamo a guardare. Fuori dalle risposte che ci diamo.

Fuori: puntiamo qualcosa che viene dalla vita, pura, nuda. Va bene un albero, ma va bene anche solo una foglia, una fila di formiche da osservare piano. E stiamo così. In silenzio, senza cercare risposta.

Teniamo tutto: il rumore e il silenzio, i pieni e i vuoti di quel racconto, i pieni e i vuoti nostri.

L’esercizio è adesso: da fuori e da dentro guardare l’ecatombe – nelle mille forme che appartengono alla nostra personale finestra interiore – senza chiedere che passi.

Stare così, davanti all’abisso. E a quella formica. A quell’ignaro (ma sarà davvero così ignaro?) albero.

 

Il brano musicale

Vinicio Capossela, Non c’è disaccordo nel cielo

 

Il libro

Christiane Singer, Dove corri?

 

Il testo poetico

Caro piccolo merlo,

avrei voluto scriverti nell’istante della tua apparizione ma non sono padrone di niente: il telefono ha suonato, e poi ho dovuto uscire a far spese. Nessuno è del tutto padrone del proprio tempo, vero? Anche i re s’inchinano davanti a un trattato da firmare, a un’emicrania, a una messa di precetto.

Mi hanno detto che l’imperatore del Giappone, ancor più sua moglie, erano i più celebri prigionieri del paese. Un incontro con loro viene cronometrato. Se si prolunga di un minuto le guardie che sono in fondo alla sala delle udienze, come soldatini di piombo, fanno un passo in avanti. Un minuto in più e avanzano ancora un poco.

I re e gli imperatori sono le bambole che un paese si fabbrica per indorare i propri sogni. A volte, stanchi di giocare, tagliano loro la testa. La tua dolcezza piccolo merlo, la tua maniera così graziosa di reclinare il capo leggermente di lato, era quella di un re irreprensibile nell’etichetta.

Senza dubbio non ti rivedrò mai più. Tu non mi hai mai visto –anche se non ne sono proprio sicuro. Voi animali, voi avete un modo singolare di vedere – con i nervi, i muscoli, il dorso, oltre che coi vostri occhi. Eri appena atterrato dall’altro lato della finestra, sull’erba verde del prato. Nero su verde, la pasta aranciata del tuo becco luminosa come una lampada Emile Gallé. Ecco, mi sono detto vedendoti, c’è posta. Una parola del cielo che non dimentica i suoi esuli. Sei rimasto dieci secondo davanti alla finestra. Più del necessario. Dio faceva la sua pagina di scrittura, una goccia d’inchiostro nero cadeva sul prato. Tu eri la macchia nera con un nulla d’arancio, il grande sacerdote della spensieratezza, portatore distratto della buonissima novella: la vita va vissuta senza paura poiché è l’insperata che arriva, la grande morbidezza che nulla infrange. Dieci secondi e sei filato via sfiorando l’erba fino al bosco, all’altra estremità dei miei occhi.

Il passaggio davanti alla finestra di un angelo in abito nero non mi avrebbe acquietato di più.

E ora è notte. Ti penso.

Come dormi, cosa sogni? Un giorno sarai solo calcare. Il cranio degli uccelli è una così piccola cosa, severa e commovente. Quando straordinariamente ne troviamo uno mummificato su un sentiero, vediamo qualcosa che sa della fragile reliquia dei santi. Cosa saranno diventati i canti che attraversavano la piccola porta di corno arancione del tuo becco? Continueranno a ruotare all’infinito, perduti nel gran fiume dell’aria. La tua gioia – spensierata – piccolo merco, è passata dai miei occhi al mio sangue e dal mio sangue alla carta che mi serve per scriverti questa lettera. L’indirizzo? Qualcuno lo troverà, di sicuro. Qualcuno o qualcosa ti dirà che ho scritto questa lettera per te.

Addio compagno. Ti auguro la vita bella e avventurosa. I tuoi dieci secondi hanno riassunto tutta la mia vita.

Christian Bobin

 

 

ESERCIZIO III
LASCIARE ANDARE IL GIUDIZIO SU NOI STESSI

 

Introduzione

Le parole creano mondi. E, anche, li circoscrivono.

Siamo noi a possedere loro

o loro a possedere noi?

Prenderle, lasciarle:

l’esercizio sano delle parole e dei silenzi che non s’irretiscono, non si mummificano. Ma si sciolgono, come pianto.

 

Il testo per la riflessione

Le parole sono muscoli

 

Il piccolo Compito gigantesco

Immaginiamo di avere il coraggio di Felice: di salire su un treno e concederci il lusso di abbandonare le nostre parole e scegliere quella altrui. E poi il lusso estremo di quel pianto pubblico.

Per quelli di noi più ardimentosi, l’immaginazione può farsi vera.

Ma va bene anche solo ipotizzarla come immagine questa pratica di purificazione e nudità.

E poi possiamo scegliere un quaderno e scrivere a mano: quello che vogliamo.

Anche una riga solo, ma con la musica a suo sfondo, una musica particolare che valga per noi come preghiera e possa così trasformare questo esercizio in una liturgia domestica.

A volte bastano un po’ di musica, un quaderno e una penna per conoscersi, curarsi, re-impararsi. O per pregare.

Il che, forse, è la stessa cosa.

 

Il brano musicale

Brunori SAS, Il mondo si divide

 

Il libro

Felice Di Lernia, Eppure il vento soffia ancora

 

Il testo poetico

Dunque si può. Dire mi dispiace
dire perdonate e ottenere il perdono,
subito. Essere del tutto ripuliti.
Nuovi. Si può. Allora perdonate.
Se ho sempre favorito me
la mia persona. Se ho pensato
d’essere migliore d’ogni altro animale.
d’ogni altro organismo vegetale.
Se ho messo me. Se ho messo me
per prima. Il capriccio di me, l’estetica di me.
Il sollievo di me.
Perdonate se non ho guardato
con la dovuta attenzione tutte le meraviglie
quotidiane. I passaggi di luce. Le stagioni.
Certe facce. O musi. Se non ho adorato
la varietà mutevole del mondo,
se non l’ho servita, protetta da me stessa,
non abbastanza cantata, fatta entrare,
appoggiata sul fondo mio a farmi
più intonata e vigile. Perdonate
Se ho riso troppo poco. Se poco ho ringraziato
per le camminate nel bosco, per quell’ebbrezza
di gambe nell’andare, accordo delle mani in ogni semplice fare. Se non ho ringraziato
per il dolce dormire e tenerci abbracciati
sulla sponda del buio spaventoso.
Se mai ho ringraziato perché c’erano gli altri
e anzi ne ho patito la presenza e spesso
ho preferito la voce scritta dei morti.
Perdonate ogni omissione mia, la cecità
che mi ha fatto sentire ad essere buona, l’ipocrisia
con cui mi sono assolta, la misura
del mio volere bene. E se il cane
Che festeggia al mattino la mia entrata in cucina
se è per mia consolazione inviato
affinché sia alleggerita, come del resto il sole,
le arance sul tavolino, il cioccolato, il vino.
Se tutto questo è disposto e animato perché io sia migliore, più lieta-
Perdonate le mattine scure
e l’umore nero – la testa chiusa murata
nelle sue tortuose galere, la prigionia
interiore in cui mi relego, muta e scontrosa
dimentica dei doni.
Se non sono del tutto e sempre
innamorata del mondo, della vita,
sedotta e vinta dalla rivelazione
d’esserci d’ogni cosa, e d’altro
non troppo ben nascosto – dietro l’evidenza.
Questo più d’ogni altra cosa perdonate.
La mia disattenzione.

Mariangela Gualtieri

 

 

ESERCIZIO IV
LASCIARE ANDARE IL GIUDIZIO SU DIO/1

 

Introduzione

Dire Dio è tra le nostre tentazioni più antiche.

E forse è per questo che lui si diverte a sparigliare le carte.

Qui Bobin si azzarda a dirlo, ma non a de-finirlo. Anzi, è proprio nella rottura degli argini che lo vede, lo trova, si lascia prendere, portare: è lui che descrive Dio ma si vede che è Dio a portarlo come il vento conduce una foglia e quella, sebbene senza potersi lei dare direzione, felice sta al gioco, sta alla danza, fino al punto di diventare tutt’uno con chi la sta muovendo.

 

Il testo per la riflessione

 

L’incompiuto, l’incompiutezza sarebbero essenziali ad ogni perfezione[1].

Dio è il nome di qualcuno che ha migliaia di nomi. Lo chiamano silenzio, aurora, nessuno, lillà, e moltissimi altri nomi, impossibile esprimerli tutti, non basterebbe una vita intera: hanno inventato un nome così, Dio, per andare più veloce, un nome per esprimere tutti i nomi, un nome per esprimere qualcuno che è dappertutto, eccetto che nelle chiese, nei municipi, nelle scuole e in tutto ciò che assomiglia, da vicino o da lontano, a una casa. Perché Dio è fuori, tutto il tempo, da qualsiasi tempo, anche in inverno, e si addormenta nella neve e la neve per lui si fa soffice, gli dona solo il suo biancore con alcune stelle cucite sopra, serbando per sé la ferita del freddo.

Dio non ha casa, non ne ha bisogno e d’altra parte quando vede una casa, apre le porte, squarcia i muri, brucia le finestre e tutto entra con lui, il giorno, la notte, il rosso, il nero, tutto e in qualunque ordine, e allora, e allora soltanto, le case divengono sopportabili, allora soltanto possono essere abitate, poiché in esse c’è tutto, il sole, la luna, la vita estremamente folle, la grandissima dolcezza della follia, gli occhi pervinca della follia.

E Dio riparte per altrove, sempre altrove, a forza di indugiare per le strade, di addormentarsi in ogni luogo, nelle sorgenti, nelle felci, nel nido delle cinciallegre o negli occhi dei più piccoli, i passi di Dio diventano bizzarri, davvero.

Quando non spalanca le porte, Dio non fa nulla, Sarebbe questo il suo mestiere: non fare nulla. È un mestiere difficilissimo, ci sono pochissime persone che saprebbero farlo bene, che saprebbero non fare nulla. Dio invece lo fa benissimo. Ogni tanto, per riposarsi, smette di non fare nulla: allora fa dei mazzi di fiori, raccoglie tutte le luci del mondo, persino quelle dei temporali e dei calamai, ne fa delle composizioni ma non sa a chi offrile. Oppure appoggia una conchiglia vicino all’orecchio e ascolta delle musiche, tutte le musiche del mondo, le ascolta a lungo: è come uno spruzzo nel cuore, un tormento di schiuma, la prima età del mare, l’immensità del mare dentro al suo cuore e Dio si mette a ridere e Dio si mette a piangere, perché ridere o piangere, per Dio, è uguale, perché Dio è un po’ folle, un po’ strano. E se gli chiediamo cos’ha, dice che non sa, che non sa nulla, che ha dimenticato tutto lungo le strade e che ha perduto la testa, perduto la sua ombra, che non sa più il suo nome. E poi ride, e poi piange, e va e viene, ed è giorno e poi è la notte, e poi ecco, è sempre così, sempre, ogni giorno[2].

Tutto è donato, offerto. Ogni grado dell’abisso viene contato. Pura contemplazione. puro dolore[3]

Ovunque gli occhi si posino, è sempre la stessa luce, buia, quella del giorno nella sua pienezza.[4].

Luce danzante, luce vitale, luce non visibile, luce da dentro- (…).

Molte onde. Molti alberi. Stare in questa stanza come in una foresta, come in fondo al mare.

Molte stanze in questa stanza.

Stare ovunque come in una stanza, come in una foresta, come in fondo al mare. Ovunque così, a non fare nulla. A guardare, tutto. Non sarei fatto per il nulla. Sarei fatto per questo: il tutto. L’Amore. Le cose mi vengono incontro, tutte le cose.[5]

 

Il piccolo Compito gigantesco

E se Dio facesse il gioco contrario? E se fosse Lui a descrivere me?

Parole d’amore per me.

Scriviamo una lettera segretissima.

Non da noi a Dio: quella è letteratura assai nota.

Osiamo il contrario: scriviamo da Lui a noi, così metteremo a fuoco come amiamo essere amati. E sarà solo vedendolo così chiaramente, messi per iscritto, che potremo nelle relazioni vivere la castità: intesa non come slegatura né autocentrata singletudine ma come legatura senza laccio.

Così, se qualche volta ci scapperà di chiedere a qualcuno di colmare il nostro vuoto, di rispondere alle nostre aspettative, ci farà bene rileggere questa lettera e ricordare che l’altro … non è Dio.

Naturalmente potremo anche trasformare questa lettera in un diario: e non smettere mai di comporla.

 

Il brano musicale

Finardi, E se Dio fosse uno di noi

 

I libri

Marco Guzzi, Il cuore a nudo

Raphaël Buyse, Un Dio diverso

 

Il testo poetico

“Lloyd, mi sento fragile”
“Per quale motivo, sir?”

“Non lo so, ma ho l’impressione di poter
andare in mille pezzi da un momento all’altro”

“Sir, anche l’oceano, divenendo pioggia, si separa in mille gocce.
Eppure nessuno pensa che sia fragile.”

“Questo cosa significa, Lloyd?”
-“Che la fragilità, sir, non è perdere la propria forma.
Ma… non accettare di averne altre”

“Grazie mille, Lloyd”
“Prego, sir”

Simone Tempia

 

 

ESERCIZIO V
LASCIARE ANDARE IL GIUDIZIO SU DIO/2

 

Introduzione

La letteratura psicologica descrive Dio come un bisogno dell’essere umano. Il richiamarsi a una dimensione ultraterrena è vocazione nata con l’uomo e la donna, insieme al bisogno di senso. Ri-chiamarlo, chiamarlo, evocarlo è quid umano che nasce sovente come invocazione de profundis, come richiesta di aiuto, richiesta di sollevamento, di grazia che ci rimuova dall’abisso. Gli chiediamo grazia, scampo. A volte come se la trascendenza fosse un ansiolitico. Ed effettivamente molta letteratura medica e neuroscientifica descrive la preghiera stessa come terapeutica, ma in virtù dell’effetto autosuggestivo che essa crea.

Nostro Signore è talmente rivoluzionario che, per liberarci dal bisogno di un Dio magico, si è incarnato in forma fragile, vulnerabile, e persino mortale: è così facendo che ha sconvolto tutte le logiche umane a proposito di divinità, religiosità, spiritualità.

Per la stessa sua prodigiosa scelta di rottura, anche nelle nostre biografie personali la sua venuta, la sua presenza, la sua rivoluzione assumono forme atipiche rispetto all’attesa umana in ordine a un Dio risolutore.

E così, a volte, il non-senso ci fa impazzire. Non soltanto il dolore, ma anche, e persino soprattutto, la sua indecifrabilità, il suo sembrarci abbandono o, peggio ancora, ingiusta punizione, mandano in tilt circuiti cerebrali settati solo su percorsi in linea retta.

“La vita non è in ordine alfabetico” ha scritto Bajani anni fa: sì, la forma della vita rompe i nostri argini cognitivi, emotivi.

Anche Dio non è in ordine alfabetico.

Sicché solo una logica aperta all’Assurdo – assurdo non assoluto: assurdo per noi, per la nostra capacità di comprensione così steccata dentro i nostri confini biopsicosociali – può consentirci l’esercizio più impegnativo rispetto al lasciar andare.

Proviamo ad attraversarlo con la a-logica della poesia: che non è rinuncia alla ragione, ma sua amplificazione.

 

I testi per la riflessione

 

TI PREGO MORTE, NON LASCIARTI ADDOMESTICARE

Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove,
ma è nel dolore la soluzione al dolore […]
Oggi vorrei che la morte restasse uno scandalo […]
La morte scandalizza la nostra visione autocentrata,
il nostro tutto bene sempre, il nostro controllo.
Ti prego morte, non lasciarti addomesticare, non diventare turistica,
continua a farmi un assoluto male
e dammi il mistero di te, di me,
della non separatezza […]

Chandra Livia Candiani[6]

 

CARO MALE, NON TI CHIEDO RAGIONI

Caro male,
non ti chiedo ragioni
è questa la legge di ospitalità,
ti tengo come una piuma
anche quando sei montagna scottante,
ti sfioro con la tenerezza
dell’assenza di medicina
nell’urgenza della vita
che si sfoglia.
Ti do riparo
proprio a te che mi scoperchi.
Non ti voglio bene male
ti so sapiente, ti tengo d’occhio
e nido sono
di te che mi assapori
e poi sputi il nocciolo,
levigata smemorata
nasco da te
delicata come un sorso
feroce come un numero
in attesa
come la lavagna
a scuola.
Scrivimi.

Chandra Lidia Candiani[7]

 

Il piccolo Compito gigantesco

E adesso resto al cospetto della mia finestra interiore, affacciato alla parte di vita, di mondo, di senso, che corrisponde alla mia biografia, alla mia incarnazione: e guardo.

Guardo, Signore, un quadro che spesso non comprendo, che è più simile alle creazioni di Kandiskij o alle forme sformate di Picasso, che alla natura morta – ma tanto ordinata – dell’arte classica che avrei sognato.

Guardo, Signore.

Senza dire.

Mi lascio guardare. Mi lascio, persino, dire.

E partecipo a una composizione musicale. Silenziosa.

 

Il brano musicale

Angelo Branduardi, Tema di Leonetta

John Cage, 4’33

 

I libri

Andrea Bajani (2016) Un bene al mondo. Torino: Einaudi.

Chandra Livia Candiani (2017a). Tenerezza. Firenze: Edizioni Romena.

Chandra Livia Candiani (2017a). Fatti vivo. Torino: Einaudi.

Chandra Livia Candiani (2018) Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione. Torino: Einaudi

 

 

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[1] Bobin, C. (2019). Abitare poeticamente il mondo. Otranto: Anima Mundi, p. 49

[2] Ibid, p. 51

[3] Ibid, p. 53

[4] Ibid, p. 59

[5] Ibid, p. 37

[6] Candiani, C.L. (2018). p. 8

[7] Candiani, (2017b), p. 117