N.01
Gennaio/Febbraio 2021

Che cosa devo fare?

Questo articolo è il proseguimento degli articoli di Michela Conte Che cosa posso sapere? e Post-umano, troppo post-umano.

 

 

Questa seconda domanda è insidiosa, perché rischia di farci saltare il prezioso passaggio dell’osservazione. Ecco, la prima cosa da fare è osservare, senza cedere alla tentazione di dover subito rispondere, o di categorizzare i fenomeni secondo scale valoriali e paradigmi concettuali che, come abbiamo già accennato, non funzionano più. Non è più possibile partire dall’idea; la realtà è troppo complessa e la si può incastrare in modelli precostituiti solo a prezzo di pericolose mutilazioni o insani livellamenti, come accade nella sfera, in cui ogni punto è equidistante dal centro. La realtà, invece, è un poliedro ed esso «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità», come ci ricorda Evangelii gaudium al numero 236, dopo aver già ribadito chiaramente al numero 231 la superiorità del reale all’ideale. Non è più possibile addomesticare la poliedricità del reale e incanalarla verso modelli di riferimento certi, immutabili, non negoziabili, perché in questo modo l’anteposizione dell’idea alla realtà è assicurata. E la seconda, giudicata perché incapace di adeguarsi alla prima e scoraggiata dalle sue presunte lacune, finisce col rivoltarsi contro il modello stesso e contro ogni ideale che pretende di andarle incontro solo per convertirla a una verità assoluta.

Ci è allora offerta una preziosa opportunità: cambiare lo sguardo, mutare il paradigma, per stare meglio nel presente ed allenarsi a portare in superficie insospettabili, sommerse perle di bene. Che è poi un esercizio di squisita cristianità la quale, fin dalle origini, si è messa in ascolto di esigenze sempre nuove, si è interrogata, si è inculturata. Il mondo post-moderno registra questa esigenza in misura maggiorata: esso non risponde più ad un’evangelizzazione (e ad un’educazione in generale) basate su principi generali da applicare, ispirati a un iperuranio ordinato di idee eleganti, apparentemente affidabili per la confortevole promessa di un bene granitico, in grado di gestire i disagi del cambiamento e livellare la diversità, eppure disadattati dalla loro stessa, sconfortante inabilità nel cogliere i semi del bene possibile dischiusi nella concretezza, come suggerisce Francesco al numero 308 di Amoris laetitia. Il possibile non implica qui un gioco a ribasso, in cui ci si accontenta del minimo sindacale e si smette di cercare soluzioni culturali, abitative, sociali, economiche, politiche, pastorali migliori. Essa invita, piuttosto, a prediligere un paradigma fenomenologico nella lettura del pluriforme fenomeno umano: anteponendo l’osservazione alla valutazione, esso si dimostra disinteressato all’ammaestramento immediato e più attento alla valorizzazione in toto della carne delle situazioni particolari, in vista di un’elaborazione di progetti e prassi intelligente, poiché originata dalle autentiche esigenze e inclinazioni delle persone coinvolte.

Vale la pena richiamare qui l’interpretazione della morte di Dio di Jean-Luc Marion, il quale ne Il visibile e il rivelato (pp. 67-88) inquadra la questione come dichiarazione di insofferenza nei confronti non del divino in sé, quanto piuttosto della sua immagine risultante dalla metafisica classica. In essa Dio, causa extra-mondana dei fenomeni, resta drammaticamente separato dalla realtà: è solo origine e ritorno, exitus e reditus e ogni cosa, dovendo forzatamente rientrare in questo movimento di mero adeguamento, si arrangia alla meglio. L’approccio fenomenologico, certo più lento e meno immediato, si impegna invece a restituire a Dio un posto tra gli uomini, nel basso della terra, lì dove la sete di senso permette di nominarlo apertamente, ma anche dove ciò non è possibile. Il nome di Dio ha un retroterra confessionale e dottrinale forte e non ci si deve né meravigliare né scandalizzare quando si incontrano contesti disponibili all’edificazione di una società più giusta e più umana, ma insofferenti all’annuncio diretto del Vangelo. Del resto «chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9.40): ciò significa che non è più possibile considerare le realtà ecclesiali le uniche dispensatrici di tutto il bene, di tutta la cultura, di tutta l’educazione; occorre lavorare in rete con tutte le agenzie formative di un territorio, senza interpretare la condivisione degli spazi come perdita di influenza, ma allenandosi ad offrire una testimonianza cristiana nella forma della disponibilità al dialogo, dell’umiltà nel fare un passo indietro, nella rinuncia ad avere sempre l’ultima parole, nella ricchezza della formazione culturale personale, nel rispetto delle leggi civili. Il Regno non può essere annunciato come un universo parallelo alla società civile, della quale il credente è cittadino. Restituirgli centralità non significa invocare dall’alto un ordine metafisico omologante, ma partecipare all’auto-organizzazione e all’auto-decifrazione della convivenza politica, alla base della quale vi è quello che Christoph Theobald chiama l’atto di fede elementare, il quale istituisce la convivenza sin dagli albori di homo sapiens, senza rimandi immediati al trascendente. Del resto, scrive proprio Theobald in Spirito di santità, «nei racconti evangelici, il Regno non viene a cose fatte per tamponare le falle di una società già perfettamente costituita, ma si apre la strada in ciò che, all’interno di essa, è in attesa di una novità inaudita e nello stesso tempo vi oppone resistenza; in modo tale che società e Regno si conoscono ogni volta che essi co-nascono. Quando la chiesa si prende cura di tale co-nascita e si mette al suo servizio, nel nome di Gesù e nella forza dello Spirito del Padre, allora nasce essa stessa» (p. 401).

L’approccio fenomenologico alla realtà ha un’altra caratteristica: è sereno e pacificato nei confronti del fenomeno, ma quando si scontra con le contraddizioni, con il male fino al sangue, non chiude gli occhi. Esso, semplicemente, lo affronta in maniera diversa. Il suo viso rivolto al mondo (per richiamare la celebre intuizione di Johann Baptist Metz, contenuta in Mistica degli occhi aperti), consapevole nella misura in cui resta empaticamente coinvolto in esso, permette di non rifugiarsi in soluzioni extramondane, di concentrarsi meglio nelle cose di quaggiù, di lavorare e lottare con passione, per sperimentare, infine, il miracolo dell’eccedenza. Il rischio della fuga è insito, invece, nell’approccio metafisico il quale, distratto dalla prospettiva irenica di un paradiso ontologico ed etico, si limita ad interpretare la condizione terrena solo come passaggio. E così facilmente chiude gli occhi sul male, sull’ingiustizia, sull’infelicità, magari con le interpretazioni sbrigative della prova da superare o della sofferenza che purifica, secondo un linguaggio saturo e ormai non più comunicativo, il quale continua solo a dare adito a pericolosi fraintendimenti sul kerygma stesso, che non è la sofferenza, ma la pienezza di vita secondo un radicamento storico in cui ci si fa carico, senza fughe e senza visioni, di quello che accade giorno per giorno.

Possiamo dire, allora, che la fenomenologia ci immette sulla strada di un olismo, ossia di una visione d’insieme dei fenomeni, in grado di congedare aut-aut pericolosi per la crescita globale della persona. È proprio la realtà, in effetti, a chiedere una lettura olistica, ragionando per inclusione e non per contrapposizione delle diversità, come già Romano Guardini aveva suggerito nella teoria dell’opposizione polare (pp. 100-107 degli Scritti di metodologia tratti dell’Opera Omnia I – Morcelliana -). Secondo quest’ultimo la paradossalità della vita è dimostrata dalla convivenza di diversi opposti, il movimento e la quiete, il mutamento e la fissità, la lentezza e la velocità, sperimentabili nel quotidiano e tipici della processualità dell’esistenza. «L’intensità di questa forma rivela l’intensità della vita stessa (…) e la vita cresce molto più forte là dove essa si realizza come totalità». La tesi è chiara: per evitare la sclerotizzazione di una scelta innaturale o il relativismo di un adattamento alla meglio, occorre imparare a tenere insieme tutte le facce di una realtà, senza fonderle in una nuova sintesi, semplicemente affinando la capacità di vivere la tensione e l’apertura giusta per considerare di ogni cosa l’esistenza del suo contrario.

Non è anche questa ecologia integrale? Suona strano, certo: davvero non ho più a disposizione l’arsenale dei concetti? Davvero non posso più affidarmi alla definizione assertiva? No. Certamente, posso e devo, ancora e sempre, condannare il male e incoraggiare il bene, perché se non posso più dire con certezza chi è l’uomo, di sicuro devo sempre urlare ciò che mai deve diventare. A patto sempre di farlo nella globalità delle storie prima ascoltate e osservate, a patto di salvare sempre, sempre la persona, che è di più dei suoi atti, li eccede. Perché è questo il sommo bene. Perché il male non ha essenza, è banale, inconsistente, dettato da falle emotive che inibiscono il pensiero critico, come magistralmente insegna Hannah Arendt ne La banalità del male.

In questo contesto urge più che mai l’educazione della coscienza, affinché recuperi il suo ruolo cardine nell’applicazione del bene, da esercitare con quella creatività in grado di tenere insieme le esigenze della legge morale e le peculiarità delle circostanze di volta in volta vissute. Per questo occorre allenare e allenarsi nel discernimento che, caso per caso, punta a quel bene possibile e trae il massimo dalla situazione del momento, rispettandone particolarità, desideri, aspettative, ferite. Sicuramente un piccolo, pratico, tascabile, economico e veloce prontuario di precetti validi per tutti e per tutto rappresenta un notevole risparmio in termini di tempo, senza contare quanta potenza conferisca possedere le risposte in tasca. Troppe volte, però, questo modo di fare ha caricato gli altri di pesi che noi, invece, non abbiamo toccato nemmeno con un dito (cf Lc 11.46). Oppure ci ha autorizzato a sostituirci completamento a loro, scegliendo e agendo al loro posto, in virtù di un bene astratto, disincarnato, disumano e disumanizzante.

In questo cambio di prospettiva il mondo emotivo e sentimentale diventa l’habitat delle scelte. Se la post-umana post-modernità si caratterizza come rifiuto delle classiche autorità, significa che la trasmissione dei valori è interrotta o quantomeno danneggiata. La convinzione che basti conoscere razionalmente il bene (magari a suon di sermoni) per compierlo è figlia di un razionalismo che ovunque esalta la cognizione come avamposto di civiltà e va assolutamente rivista. Per compiere il bene, occorre sentirlo nella sua effettiva capacità di apportare qualità alla vita, una qualità che assume la forma di relazioni sane e coinvolgenti, nelle quali le emozioni e i sentimenti lasciano l’intimità chiusa e si riversano nel pubblico, adempiendo finalmente la loro vocazione politica e sociale. Finché il bene avrà sempre il volto triste della rinuncia sterile, di un Dio punitore e giustiziere, di un’ascesi solitaria e di una salvezza individuale, attecchirà poco, quasi niente. Allo stesso modo, finché il male avrà le ombre del proibito, desterà sempre curiosità e fascino; mentre il suo inquadramento come chiaro ed evidente impoverimento di umanità e depauperamento della gioia, potrebbe sortire altri effetti. L’ortodossia, insomma, non può più essere trasmessa come dato; l’ortoprassi non può più contare sulla semplice conoscenza intellettiva del bene; occorre un’ortopatia in grado di partire dal confuso e sconfinato mondo emotivo, per coinvolgerlo e sfruttarne le energie e il fuoco acceso. Anche questo è un cammino lungo, pericoloso e stagliato su selciati abbastanza precari. Ma le neuroscienze affettive hanno dimostrato che l’inibizione del vissuto morale di una persona è strettamente connessa a danni cerebrali che interessano le risposte emotive. Quindi vale la pena provarci, se non altro perché è solo il pericolo che affina la perizia del viaggio ed è solo chi si sente precario che può davvero pregare.

Cosa devo fare, allora? È la domanda non solo di Kant, ma pure di quel tale del Vangelo di Marco desideroso di ereditare la vita eterna. «Una cosa ti manca: va’, vendi quello che hai…» (Mc 10.17) gli risponde Gesù. Ecco, occorre coraggiosamente dare via il superfluo sterile, antico, controproducente, se non vogliamo essere noi quelli che se ne vanno tristi perché hanno molti beni.

 

 

SPUNTI DI LAVORO

 

Proposte pedagogiche di alcuni autori

De Vecchi, Educazione morale. Morale dell’educazione, in Teologia e Vita 4(2010), 47-72;

D’Onghia – R. Massaro, Il sé tra ragione ed emozione. Come le neuroscienze interrogano la teologia, Ecumenica Editrice, Bari 2020;

Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Milano 2014;

Monda, Buongiorno professore!, Elledici, Torino 2017;

Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, tr. di S. Lazzari, Raffaello, Milano 2001.

Lolli – S. Massironi – S. Petrosino, La sfida dell’unicità. Come diventare ciò che si è, San Paolo, Milano 2018;

Salmann, Passi e passaggi nel cristianesimo. Piccola mistagogia verso il mondo della fede, Cittadella, Assisi 2011;

Metz J. B., Mistica degli occhi aperti. Per una spiritualità concreta e responsabile, Queriniana, Brescia 2013.

 

 

Film sulla relazione pedagogica

The freedom writers, 2007.

Le regole della casa del sidro, 1999.

Inside out, 2015.

Will Hunting, Genio ribelle, 1997.

 

 

  • L’educatore raccontato con l’arte…

 

…incoraggiare e accogliere, vedi I primi passi di Vincent Van Gogh

 

…erranza, viaggio, cambiamento, vedi I clandestini che eravamo di Marcella Brancaforte

 

…accompagnamento, vedi I discepoli di Emmaus di Janet Brooks-Gerloff

 

…custodia dei labirinti esistenziali, vedi Labirinto della Cattedrale di Chartres

 

 

 

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