N.01
Gennaio/Febbraio 2021

Fratelli o fraterni?

Dal bisogno al desiderio di fraternità

Il tre Agosto 1492, alle sei del mattino, dal porto di Palos in Andalusia salpavano tre navi, al cui comando c’era un genovese di nome Cristoforo Colombo. Venerdì dodici ottobre del medesimo anno, due delle tre navi, partite da Palos, intravidero la terra del nuovo mondo, ci erano voluti circa settanta giorni – quaranta se togliamo i trenta di riparazione delle navi alle Canarie – per attraversare l’Atlantico. Ad inizio novecento, grazie al motore a vapore, attraversare l’Atlantico significava navigare per circa otto giorni. Oggi il volo Madrid – New York impiega poco più di otto ore per giungere a destinazione. Il progresso tecnologico ed economico ha accorciato le distanze, “ci ha resi più vicini ma non ci ha resi più fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità” [1]. Chi dice “Dio” – come ci ricorda J.B. Metz, – si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dalla infelicità degli altri [2], per cui non è possibile vivere la propria fede in Dio Padre mettendo da parte il fratello.

In Cristo l’uomo non cerca Dio, ma il figlio di Dio. L’evangelista Giovanni chiede spesso di credere non a Gesù, ma che Gesù viene dal Padre (cf. Gv 14,20). Egli è il figlio del Padre, e in Lui anche noi siamo figli nel Figlio. In questa esperienza di figliolanza, gli uomini si scoprono fratelli. «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società» [3], rompendo in questa maniera i legami fraterni. Riconoscendo il Figlio e la nostra fraternità, scopriamo la paternità di Dio e ci sentiamo figli e fratelli amati. Così il credente sperimenta che Dio non è in cielo, ma qui sulla terra. Chi non riconosce questa divina filiazione non riceve lo Spirito (cf. Gv 14,16-17): tra noi e il Cristo si crea la stessa relazione tra il Figlio e il Padre. Siamo suoi, gli apparteniamo. Questa appartenenza non si gioca sulla fede, ma sulla comunione con il Figlio che ha come prima conseguenza la vita fraterna. L’unione con Cristo non è spirituale: la vita divina è nell’esperienza della fraternità (cf. Gv 13,34).

L’individualismo moderno ci rinchiude in un atteggiamento di indifferenza che, come il sacerdote ed il levita della parabola lucana, vedono senza vedere, la loro religiosità non ha occhi per l’uomo ferito ai margini della strada: la globalizzazione dell’indifferenza [4].

«Dio può essere il mio Dio solo se io lo posso adorare anche come il Dio degli altri» [5]. La mentalità dello scarto, non si coniuga affatto con il Padre che ci è stato rivelato nel nostro Signore Gesù Cristo. Nel vedere gli ultimi che normalmente restano non visti, inizia la visibilità del “Dio tra noi”.

Riscoprire la nostra origine comune vuol dire innanzitutto vigilare. Nel Vangelo è un imperativo categorico. È l’attenzione a quelli che normalmente restano invisibili nell’orizzonte che ci è familiare. Spesso ci riferiamo a Dio basandoci troppo soltanto sull’invisibile. C’è da sempre la tentazione per l’uomo di un pensiero puro non impastato dentro la materia del mondo sensibile, sognando un altrove rispetto al mondo dove si è. La fede non è alienazione dalla realtà, né dalla materialità, non rende ciechi; l’odio ci rende ciechi. L’odio per l’altro è proiezione dell’odio per se stessi, perché in noi si annida una naturale paura di essere visti (cf. Gen 3,8-10).

Si ci riscopre fratelli superando la tentazione dell’idolatria. Nel libro del Deuteronomio, al capitolo quarto, versetto sedici, troviamo il divieto di costruirsi immagini di alcun tipo. Corriamo il rischio di non incontrare l’altro, ma la nostra immagine di lui. Incontriamo il nostro vero nemico: noi, non l’altro.

L’origine comune – che è il modo cristiano di dire la fraternità – si nutre della cura e della compassione. Dove c’è cura, c’è anche fraternità, dove essa è assente, i legami fraterni si deteriorano e con essi si deteriora anche il rapporto con il creato. «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e viceversa» [6]. Il fondamento della cura sta in una visione della realtà che superi il dualismo cartesiano che tende a separare ciò che invece va tenuto insieme, riducendo il corpo ad una macchina, ad un meccanismo. Noi siamo corpo ed anima insieme, non come sostanze distinte e solo temporalmente annodate, ma inestricabilmente mischiate l’una con l’altra. Edith Stein invita a pensare all’uomo come a un tutto, composto di un corpo che vive di un respiro spirituale e di un’anima incarnata [7]. In questa prospettiva, cambia il nostro modo di stare in relazione con l’altro: toccare il corpo del malato è tutt’uno con il toccare l’anima, perché così come il dolore del corpo penetra l’anima, così la forza dell’anima tracima nel corpo.

Solo le lacrime possono guarire la nostra indifferenza. «Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!» [8].

L’origine comune è anche cura delle cose, del creato. Nel rapporto con il creato emerge la nostra fragilità umana che si traduce a volte in inquietudine e paura, che possono portare ad accumulare con frenesia quelle cose che pare ci mettano al riparo rispetto alla nostra fragilità Questa angoscia che si tramuta in accaparramento, distrugge la fraternità, rinnega l’origine comune e la destinazione universale dei beni. Inizia un morire che svilisce le cose di valore, come i legami di amicizia e le relazioni di amore. D’altro canto la cura delle cose è la nostra cura della vita. La cura delle cose per soddisfare i bisogni,  è il modo che ci appartiene in quanto esseri incarnati in un corpo che abita il mondo.

Paolo VI chiedeva uomini di pensiero capaci di ricercare «un umanesimo nuovo, che permettesse all’uomo moderno di ritrovare se stesso» [9]. Viviamo un tempo di cambiamento, la nostra fede ci chiama ad accorciare le distanze relazionali, riscoprendo la nostra origine comune, che si radica nell’esperienza dei figli nel Figlio.  È possibile vivere questa fraternità attraverso la via della cura che supera il dualismo spirito/carne e della compassione che apre gli occhi sul dolore altrui, che riconcilia il rapporto dell’uomo con se stesso. La fraternità non è più un bisogno sociale, ma è uno stile di vita scelto e sostenuto da una scala valoriale. È una scelta inopinabile di fede.

 

 

 

 

[1] Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 19.

[2] Cf. J.B. Metz, La mistica dagli occhi aperti, Queriniana, Brescia 2013, 63.

[3] Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 34.

[4] Cf. Francesco, Omelia al campo sportivo “Arena” in Località Salina – Lampedusa, 8 luglio 2013.

[5] J.B. Metz, La mistica dagli occhi aperti, 62.

[6] Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 51.

[7] Cf. E. Stein, Il problema dell’empatia, a cura di E. Costantini – E. Schulze Costantini, Studium, Roma 2016, 35-42.

[8] Francesco, Omelia, 8 luglio 2013.

[9] Paolo VI, Populorum Progressio, 20.