N.01
Gennaio/Febbraio 2021

Post-umano, troppo post-umano

La persona umana tra coerenza dei cambiamenti e sviluppi paradossali

Più di un secolo fa, il più controverso dei protagonisti della storia della filosofia moderna proclamava la morte di Dio, per bocca di Zarathustra, mentre il mondo si lasciava traghettare da grossi cambiamenti storici, sociali e culturali alle sponde del Novecento. Si è fatto presto ad azzardare conclusioni sulla morte di Dio di Nietzsche, il quale è scomparso, tra l’altro, proprio allo scoccare del secolo breve. Essa è diventata un cavallo di battaglia per l’ateismo e un grattacapo per il mondo credente, il quale a sua volta si è diviso tra chi ha condannato Nietzsche senza pensarci due volte e chi lo ha applaudito come un profeta, giustificando la sua intuizione come logico risultato di una storia ecclesiale oscurantista e bigotta, osando addirittura interpretazioni che salverebbero le sue intenzioni e rintraccerebbero la sua presunta fede, nella convinzione che, in fondo, l’ateo non esiste.

La virtù, come diceva Aristotele, sta nel mezzo. E forse è il caso di smetterla di trattare Nietzsche e tutti i grandi filosofi come avamposti di battaglie ideologiche, perché alla fine l’esito è quello di chi vuole dividersi una coperta troppo corta. E se tutti tirano dalla propria parte, nessuno è sereno e nessuno è al caldo, anzi la coperta si strappa e poi non vale la pena nemmeno ripararla: le toppe sugli strappi sono peggiori degli strappi stessi, almeno così ha detto qualcuno nel Vangelo.

Le parole hanno un peso, sempre. Possono essere interpretate, certo. Ma non è più il caso di prendersela con Nietzsche. Occorre accostarlo nella complessa globalità del suo pensiero, senza intenzioni belligeranti e senza ansia da conversione. Occorre accostarlo per quello che è: non c’è sempre bisogno di risposte, non c’è sempre bisogno di interpretazioni, almeno non subito. Non è la stessa cosa da fare anche con le persone? Quando alla parte si preferisce il tutto (per citare subito la profezia di Evangelii gaudium, al numero 222), si evitano i riduzionismi, si evitano le eresie che, come suggerisce il termine greco haìresis, sono da intendersi come mutilazioni dell’insieme, assolutizzazioni di scelte sempre parziali, separazioni indebite con il globale. Peccato, davvero peccato che il termine continui a designare il marchio da affibbiare a chiunque, scostandosi da luoghi comuni scambiati per interpretazioni ufficiali e autorevoli, agli occhi dei più si mette sull’autostrada per l’inferno.

Ecco, per evitare di accusare Nietzsche di eresia, diventando a nostra volta eretici in senso letterale, possiamo spaziare nella sua produzione per riflettere su alcune connotazioni del tempo attuale, recuperando un’altra delle sue pungenti invettive, forse meno nota: «dove voi vedete cose ideali, io vedo cose umane, ah! Troppo umane…troppo disumane, forse!». Umano, troppo umano è l’opera in questione: il tono è sempre quello della denuncia, della polemica, della provocazione, perché Nietzsche non è un tipo facile. Fa pensare, ancora oggi, l’oggi del post-umano e della post-modernità. Un odierno Nietzsche, chissà, direbbe così: «dove voi vedete cose ideali, io vedo cose post-umane, ah! Troppo post-umane…troppo disumane, forse!». E magari frequenterebbe pure la piazza social-virtuale, invadendola di post a riguardo, certamente a suon di migliaia di like.

Avete notato la ridondanza del suffisso post? Non è un caso. È il segno di un cambiamento forte ed inequivocabile, di un processo in corso, velocizzato dalla potenza di mass e social media e globalizzato dal loro raggio d’azione. Mariangela Petricola, in Teologia e spazio pubblico. Cristianesimo e nuove narrazioni, descrive con acume questa condizione mutevole: «nel post si annuncia un cambiamento di orizzonte simbolico e la conseguente inadeguatezza della strumentazione categoriale con cui si interpreta ciò che accade. Ci troviamo di fronte a una trasformazione di sensibilità, di immagini e luoghi consueti del narrare l’esperienza di Dio, per cui diventa legittimo parlare di metamorfosi di alcune forme concettuali con cui nel tempo si è pensata la relazione Dio-uomo-mondo, di tramonto di alcune figure di mediazione tra fede e cultura. Assistiamo, infatti, a una modulazione della ricerca spirituale che disegna nuove traiettorie dell’esperienza del sacro, unitamente ad un pensiero che nel segno del postmoderno incrina il monopolio della ragione sulla verità» (p. 26).

Il post-umanesimo, insomma, obbliga ad una sosta, forse lunga, forse scomoda, certo dovuta. Una tappa per pensare, per trovare parole nuove o per riscoprire quelle vecchie, per narrare, da capo e ancora. Perché dai tempi dei tempi l’uomo sperimenta salvezza in forma narrativa, sugellando il valore terapeutico e trasformativo delle storie tramandate. Perché il Dio in cui professiamo la nostra fede, narrando comunitariamente ogni domenica la sua vicenda terrena, ci chiede un radicamento intelligente e profondo (intus-legente, appunto!) nei solchi della storia, affinché lo scrutare i segni dei tempi si apra ad un annuncio sempre attuale del Vangelo della vita.

Allora scomodiamo un altro grande filosofo, le cui tre famose domande strutturano quella che vuole essere una riflessione critica, forse povera di risposte, ma sinceramente desiderosa di offrire piste di approfondimento utili per chiunque, soprattutto per chi a vario titolo si trova ad affrontare il complicato universo di bambini, adolescenti e giovani.

 

 

 

Prosegui la lettura di questo articolo in Che cosa posso sapere?