N.04
Luglio/Agosto 2023

Quello sguardo tra reale e fantastico

Con The Fabelmans Steven Spielberg firma il suo film più personale: il racconto della sua famiglia e della "vocazione" per il cinema. Candidato a sette Premi Oscar

Steven Spielberg è uno dei registi di riferimento della Nuova Hollywood, che ha permesso all’industria “a stelle e strisce” di rinnovarsi nel linguaggio e nelle linee di racconto. Vincitore di quattro Premi Oscar, si è imposto come uno dei più visionari, capaci di abitare con maestria il reale e il fantastico: nel corso della sua carriera ha saputo raccontare la società attraverso suggestive metafore (E.T. L’extra-terrestre) e dare voce a storie di denuncia (Schindler’s ListThe Post). Complice la pandemia, l’autore ha deciso di confrontarsi con il proprio vissuto dirigendo The Fabelmans.

La storia. New Jersey anni ’50, Sammy (Gabriel LaBelle) è un bambino di sette anni che i genitori Burt (Paul Dano) e Mitzi (Michelle Williams) portano per la prima volta al cinema: emozione e sconvolgimento davanti a Il più grande spettacolo del mondo (1952) di Cecil B. DeMille. Dai genitori riceve poi in regalo la prima cinepresa, che usa per raccontare la vita in casa e fuori con gli amici. Tempo dopo la famiglia si sposta prima in Arizona e poi in California. Sammy si mette in gioco con piccoli film, imparando a cogliere anche i segnali di dolorose fratture tra i genitori. Se a casa la situazione si fa claustrofobica, le cose a scuola non vanno meglio: nel nuovo liceo a Los Angeles sperimenta bullismo e rigurgiti di antisemitismo…

Con The Fabelmans Spielberg ci mostra la genesi del suo rapporto con il cinema, il momento in cui percepisce l’urgenza di convogliare, attraverso le immagini, tutto il suo tessuto creativo ed emotivo. Immagini con cui mette in racconto anche il tormento per lo squilibrio familiare, l’assistere all’allontanamento dei genitori, due figure dolci e fragili. Un esempio: quando Sammy non riesce a parlare con la madre, a comunicarle tutta la sua frustrazione, la prende per mano e la fa entrare in un armadio (che ricorda quello dove Gertie ed Elliot nascondono E.T.), accende la cinepresa e svela così la vertigine del proprio dolore, del suo disorientamento. La cinepresa, dunque, come forma di espressione, come urgenza comunicativa, che aiuta a supplire l’assenza di parole e a dare forma alle vorticose costellazioni interiori. È la stessa suggestione di Paolo Sorrentino nel suo personale, bellissimo, È stata la mano di Dio (2021). Cinema che salva e apre all’idea di futuro. 

The Fabelmans è un’opera delicata e di diffusa eleganza; un racconto sussurrato, quasi tutto in sottrazione, che ammalia e conquista. Consigliabile, poetico e adatto per dibattiti (Cf.  Commissione film CEI, www.cnvf.it).

 

 

 

Schermi paralleli. Come Spielberg, anche Nanni Moretti rilegge se stesso con Il sol dell’avvenire: un’opera giocata tra passato e presente, che sottolinea il valore del cinema nonostante le difficoltà produttive esistenti. Un film che si muove su più piani, schiudendo in ultimo una poetica immagine felliniana: sul tracciato di  (1963), Moretti ripercorre la sua carriera e guarda con ritrovata fiducia al domani. Consigliabile, problematico, per dibattiti.