La casa scoperchiata
Essere Chiesa in mezzo agli uomini
I vangeli descrivono la vocazione e l’identità della Chiesa attraverso esperienze e immagini che esplicitano la relazione tra Cristo e i suoi discepoli in ordine – contemporaneamente – alla dinamicità della sequela e alla stabilità del dimorare in Lui. La lettura dell’episodio della guarigione del paralitico (Mc 2,1-12) offre l’opportunità di misurare la nostra esperienza ecclesiale intorno alla figura della casa che esprime universalmente la necessità di radicamento e di appartenenza degli esseri umani. Nella dinamica della casa si inserisce ulteriormente il rapporto tra interno ed esterno, la tensione generativa con il mondo e con gli altri (entrare e uscire, ripararsi e offrire ospitalità, accogliere e rifiutare, coinvolgersi ed escludere). Nell’esperienza della casa, della domus ecclesiae, prende forma l’identità della chiesa, della prima comunità cristiana. Primanon soltanto in senso cronologico (agli inizi del cristianesimo, l’assemblea dei credenti si radunava nelle case per celebrare il giorno del Signore), ma nell’orizzonte del prototipo, del modello cui costantemente tornare.
Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola (Mc 2,1-2). Densa ed eloquente l’immagine della chiesa che emerge dal racconto marciano: la chiesa è l’assemblea, la fraternità che si raccoglie intorno al Signore, la comunità costituita dall’ascolto della Parola. La chiesa è la casa della con-vocazione, esperienza di relazione e correlazione al Fratello che ci fa fratelli e sorelle, familiari di Dio. La chiesa non può che essere estroversa, aperta sul mondo, appartenenza attrattiva e inclusiva; non club elitario, ma casa dal tetto scoperchiato: Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico (Mc 2,3).
Il contributo di questi quattro amici andrebbe inteso come espressione di vera cura ecclesiale: sono manutentori affidabili nella misura in cui fanno respirare la casa, aprendo e custodendo vie d’accesso. Normalmente si intende la manutenzione di un tetto in senso conservativo per difendere la casa da perturbazioni e disagi. È suggestione eloquente invece considerare sano lo sforzo di questi credenti che, per ispirazione caritativa e creativa, aprono una via altra rispetto all’ingresso ufficiale, fanno calare davanti al Signore un uomo paralizzato dal suo disagio, senza preoccuparsi di perturbare, di introdurre il caos tra la gente radunata in casa. Oggi le nostre chiese-case (intendendo tutte le declinazioni comunitarie dell’esperienza cristiana) non presentano normalmente il problema di essere così affollate da rendere complicata la possibilità di incontrare il Cristo, ma altre barriere, altre complicazioni possono disattendere o nascondere la sua Presenza in mezzo agli uomini, per cui l’ingresso ufficiale (le consuetudini relazionali e le pratiche pastorali dei nostri ambienti) risulta ad alcuni non praticabile o poco promettente, talvolta affatto desiderabile. Occorre interrogarsi sullo stato delle nostre chiese-case, sui linguaggi e le forme delle nostre comunità, sulla qualità della fede e delle relazioni dei suoi membri intorno al Signore. E comunque riconoscere la necessità di scoperchiare, di smontare alcuni modelli e di osare nuove vie di accesso per corrispondere alla novità che mai sfiorisce, a Colui che ieri, oggi e sempre dona salvezza. Peraltro, oggi le nostre comunità si trovano spesso a constatare falle e fallimenti, scoperchiamenti e vulnerabilità. È necessario sottoporre a discernimento alcuni insuccessi, senza lasciarsi intossicare dalla lamentela o dalla sfiducia, per valutare in quale misura alcune frane possano diventare varchi, distinguendo ciò che è essenziale da ciò che è transeunte, accogliendo le necessarie potature, senza sclerotizzarci su ciò che non merita futuro.
Spesso parliamo di crisi vocazionale senza constatare che alla base di essa sussistono crisi di spiritualità, di modelli storici e di vita comunitaria. Per riprendere un’espressione di San Giovanni Paolo II occorre fare della chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo (NMI 43). In forza della comune fede in Gesù, quattro persone si sono mosse nello stesso senso: questa comunione è in effetti la barella su cui ospitare l’uomo paralizzato.
Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati” (Mc 2,5). Dà da pensare – nel racconto marciano – la densità e l’incisività di questo versetto in relazione al tempo speso da queste quattro persone per affrontare il viaggio (di cui non sappiamo), per farsi carico di un uomo paralitico (di cui non sappiamo nient’altro, neppure la disposizione interiore), per scoperchiare il tetto e calare un uomo (quanto deve essere stata macchinosa l’operazione? Quali sentimenti hanno abitato il proprietario della casa e gli astanti? Come tollerare l’intrusione che “ha interrotto” l’annuncio del Signore?) e tutto per condensare narrativamente l’essenziale: l’azione salvifica del Signore. L’evangelista riserva a questo passaggio del testo l’uso del nome di Gesù (Dio salva) che vede la fede, gode dello spettacolo messo in scena dai quattro amici e scoperchia a sua volta il cielo perché discenda su quell’uomo la Misericordia che guarisce l’identità filiale: «Figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati». L’irruzione di questa parola urta le sensibilità e le certezze degli scribi, di chi crede di possedere l’interpretazione giusta del modo di operare di Dio, senza riconoscerne l’azione in Gesù. Così la casa è appesantita dalla mormorazione dei cuori: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo? (Mc 2,7). Nella chiesa-casa sono riconoscibili frammentazioni e posture diverse, nei vissuti delle comunità e nel cuore dei credenti si esplicitano atti di fede e legami di comunione accanto ad atti di miscredenza e pratiche disperanti. È necessario guardare con realismo a questa complessità perché la casa della con-vocazione continui a lasciarsi rigenerare da quella misericordia che a sua volta deve annunciare: «L’azione misericordiosa del Signore perdona i nostri peccati e ci apre alla vita nuova che si concretizza nella chiamata alla sequela e alla missione. Ogni vocazione nella Chiesa ha la sua origine nello sguardo compassionevole di Gesù. La conversione e la vocazione sono come due facce della stessa medaglia e si richiamano continuamente in tutta la vita del discepolo missionario»[1]. La fede dei quattro funziona da detonatore dell’azione di Cristo e la guarigione del paralitico innesca il desiderio del Signore di convertire e appassionare tutti i presenti allo stile della misericordia perché lo stupore e la gratitudine siano il clima della casa della con-vocazione: perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua (Mc 2,10-11). Nella meraviglia e nella lode generale, l’uomo risanato riceve una sorta di invio missionario: chissà che insieme ad altri amici non possa usare in futuro quella stessa barella su cui era adagiato per portare a Gesù altri figli da risanare…
[1] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Vocazioni, 17 aprile 2016.