N.04
Luglio/Agosto 2026

Il giardino dell’anima

Un anonimo camaldolese del XIX secolo

Alcune leggi dello Stato italiano nella seconda metà del XIX secolo soppressero gli Ordini religiosi appropriandosi di tutti i loro beni. Una delle tante vittime di queste leggi magnifiche e progressive fu un monaco camaldolese, il quale, per mitigare il dolore di essere stato strappato alla sua vita di silenzio e contemplazione, scrisse per sé e per gli altri suoi confratelli un piccolo opuscolo dal titolo L’eremo interno del cuore[1]. Questa immagine è classica nella letteratura monastica: la cella interiore, la cella vinaria (Ct 2,4), la stanza nuziale, il luogo più profondo dove ci si incontra con lo Sposo celeste. Anche in tempi recenti, Pavel Evdokimov ha proposto il monachesimo interiorizzato, che è come una variante di questo tema, ovvero la possibilità di essere monaci anche senza vivere in un monastero, anzi una vocazione specificamente laicale per permeare il mondo della spiritualità cristiana, che in Oriente è quella monastica tout court, adattata secondo il proprio stato di vita.

Ma quello che vorrei far emergere a partire dal nostro anonimo monaco è il legame profondo tra la coltivazione del giardino e quella della propria anima. Bisognerebbe risalire, con un piccolo viaggio etimologico, alla comunanza di radice tra coltivare, culto e cultura, e pensare a una sorta di analogia che vede il coltivare la terra (nel senso di ordinare le realtà temporali a Dio; così, nella Genesi, il creato è affidato all’uomo, immagine di Dio  ― «Hai creato l’uomo a tua immagine, alle sue mani hai affidato la cura del mondo intero perché nell’obbedienza a te, unico creatore, esercitasse la signoria su tutte le creature», come si prega nel post Sanctus della IV preghiera eucaristica, MR III ed.) come ciò che la liturgia compie per il corpo che è la Chiesa, grazie al quale il popolo di Dio può indiarsi (per dirla con Dante). Se leggiamo il coltivare in questa prospettiva, allora il “coltivare il giardino interiore” (oltre al suo legame con cultura in senso vero, ovvero prendersi cura della propria vita interiore anche con la cultura) di cui parla il nostro camaldolese assume una valenza molto più profonda di una semplice immagine letteraria o metaforica. L’analogia è qualcosa di molto più forte.

Veniamo al testo. Il nostro autore si sta lamentando con Gesù del suo eremo perduto e del fatto che non ha più un giardino di cui prendersi cura così che, il contemplarlo, fosse l’occasione di lodare Dio. E immagina Gesù che gli risponde[2].

 

Il tuo piccolo giardino sarà per te l’anima tua, che devi tenere ricca e fragrante grazie al profumo d’ogni fiore di virtù. Dunque, è bene che ti dedichi, almeno con la mente, a coltivare la tua anima, ed ecco che io sono con te, con la mia grazia, per consolarti, e coi miei favori per benedirti. [p.128] […] Il giardino delle tue delizie, o figlio, è l’anima tua, sei tu medesimo e, mentre ti raccogli in te stesso, sempre sei giardino solitario e di quiete[3]. Ma io per disporre e agevolare in esso la fecondità dei frutti ho gettato di mia mano i semi delle virtù e le inclinazioni alle opere virtuose; e seminando in te pensieri celesti e casti consigli, ho rivolto la tua mente al cielo. Ma perché nel giardino della tua anima non mancano ortiche, né spine, né triboli, né voglie contrarie a virtù, è necessario che tu ti metta al lavoro con impegno. Purifica dunque il tuo povero giardinetto, ripuliscilo, coltivalo per mezzo della santa mortificazione, affinché i tuoi sensi, liberi da desideri importuni, non impediscano i fiori e i frutti delle sue piante, e i miei semi non cadano sulla via e vadano calpestati, o sopra i sassi ed inariditi non germoglino, o nella siepe e restino soffocati tra le spine (cf. Lc 8, 5-7). […]. Dunque, dedicati al tuo lavoro, veglia sulla custodia del cuore[4] (134-135) […]. Non mancheranno al tuo lavoro ineffabili gioie e giubili di spirito, perché nei tuoi combattimenti e vittorie godrai di una pace che passa ogni intendere (Fil 4,7). Il lavoro sarà leggero, breve la fatica, il frutto copioso ed eterno (136). Fa’ quello che fai: lavora fedelmente il tuo giardino: io sarò la tua ricompensa; scrivi, leggi, canta, sospira, taci, prega, sostieni da forte le avversità: di tutte queste e di maggiori battaglie è degna la vita eterna. Verrà il giorno dell’eterna pace e allora coglierai i frutti de’ tuoi sudori e non sarà più, come adesso, giorno e notte, ma luce perpetua, chiarezza infinita, ferma e sempiterna quiete (137-138).

 

[1] L’eremo interno del cuore. Aspirazioni di un eremita camaldolese, Bologna, 1874.

[2] Ho leggermente modificato alcune espressioni per renderle comprensibili al lettore moderno che magari non è più avvezzo a comprendere latinismi e costruzioni ormai desuete, come Orto per Giardino oppure esplicitare frasi come Su dunque vaca al tuo lavoro ecc. e ho esplicitato alcune allusioni della Scrittura.

[3] Ricordiamo che per i Padri del deserto l’hesychia è ciò che deve cercare il monaco.

[4] Anche questo è tradizionale e, notiamo, un’analogia di coltivazione: «Domandarono una volta ad Agatone: “Cosa vale di più, la fatica del corpo o la custodia del cuore?”. L’anziano rispose: “L’uomo è come un albero: la fatica del corpo sono le foglie, la custodia del cuore il frutto. Ora, poiché com’è scritto: Ogni albero che non produce buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco èchiaro che tutto il nostro impegno deve tendere al frutto, cioè a custodire il nostro spirito. Ma è necessaria anche la protezione e l’ornamento delle foglie, cioè la fatica del corpo”» (Vita e detti dei Padri del Deserto, v.1, a cura di L. Mortari, Roma, 19862, 117).