N.02
Marzo/Aprile 2002

Vocazione e vocazioni nei nuovi contesti di interculturalità e di fronte al dinamismo culturale

“A volte sento la mia comunità come una realizzazione della Pentecoste, e mi appassiona; altre volte mi pare che si stia progettando e tentando di costruire la Torre di Babele, e mi spaventa…”. Così, pochi anni fa, il giovane Rettore di una comunità formativa a livello teologico concludeva la presentazione della sua esperienza, ad un incontro dei Superiori Generali delle Società Missionarie di Vita Apostolica sul tema della formazione all’interculturalità.

L’alternativa tra Pentecoste e Torre di Babele lascia intravedere da un lato le prospettive nuove, positive che si stanno profilando, con frutti che in parte già maturano, dall’altro le difficoltà spesso pesanti che s’incontrano, specie quando si è impreparati o si vuole semplificare troppo. Indica anche lo spirito con cui va accostata la realtà nuova che ci sta davanti: la vediamo come dono di Dio, da accogliere con umiltà, discernimento attento che ci permetta di capirne il significato e le conseguenze e di cambiare tutto ciò che c’è da cambiare? Oppure è una strada che inventiamo noi proprio per non cambiare, e per realizzare senza troppa fatica i nostri obiettivi – magari la salvezza di un istituto dall’estinzione, o la copertura, con preti raccolti qua e là, di tutte le parrocchie e parrocchiette di una diocesi…– ? È Dio che parla al suo popolo con questo avvenimento, o è il suo popolo che le inventa tutte per andare avanti come crede, e per sentirsi forte arrivando fino al cielo? (cfr. Gn 11, 1-9).

Posso dire di avere sperimentato la Pentecoste molte volte, quando ho avuto la grazia di conoscere persone consacrate lontanissime da me per cultura, lingua, tradizioni ecclesiali, con le quali ho condiviso in modo facile e profondo la stessa passione per il Vangelo, la Chiesa, una vita di fede trasformante. Nel mio girare il mondo come vicario e poi superiore di un Istituto missionario, questi incontri sono stati uno degli aspetti più gratificanti. Ho sperimentato Babele quando ho dovuto prendere atto di chiusure radicali, spesso motivate dal pretesto che è impossibile capirsi a causa delle differenze di nazionalità e cultura, oppure ho incontrato giovani completamente smarriti a causa di forzature e faciloneria nell’accompagnare (o non accompagnare affatto!) il loro cammino vocazionale dentro un ambiente culturale diverso dal loro.

Queste esperienze mi portano ad essere favorevole a cammini vocazionali e formativi interculturali, e allo stesso tempo molto, molto sospettoso di decisioni affrettate ed entusiasmi superficiali.

 

Il deserto dei Tartari…

Parlare di interculturalità in Italia, in passato poteva sembrare un esercizio di benevola attenzione a problemi altrui, lontani ed esotici. Ho provato a farlo, meno di vent’anni fa, sentendomi quasi come il capitano del bellissimo romanzo di Buzzati “Il deserto dei Tartari”, posto di sentinella al margine di un deserto da cui potevano arrivare i mitici Tartari che non arrivavano mai…

Oggi però il tema è all’ordine del giorno in molti istituti, e probabilmente lo sarà presto anche in molte diocesi, in termini non solo di “extracomunitari” da accogliere, ma di parrocchie formate da gruppi nazionali e culturali diversi, di matrimoni interculturali, di vocazioni alla vita consacrata. Ci sono, in altri paesi, esperienze che sarebbe interessante studiare.

Il mio breve servizio nel seminario maggiore del Bangladesh, ad esempio, mi ha fatto toccare con mano alcune difficoltà presenti in una comunità formata da persone che hanno la stessa nazionalità, la stessa fede e la stessa vocazione, ma appartengono alcune alla cultura di maggioranza (bengalese), altre a culture di minoranza (santal, orao, garo…), generalmente considerate marginali e inferiori.

Negli Stati Uniti, dove si è a lungo parlato di “crogiuolo” di fusione delle diverse culture di immigrazione, ora si vede l’importanza di dare a ciascuna il suo spazio, perché solo così i singoli individui possono crescere e realizzarsi adeguatamente; allo stesso tempo però si cerca di fare in modo che ciò diventi ricchezza per tutti. Da qualche parte l’esperienza è già fallita, sfociando in amari conflitti e divisioni… Cercherò soltanto di porre alcuni termini del problema che, ripeto, a mio avviso costituisce per la Chiesa una splendida opportunità, e tuttavia presenta rischi seri.

 

Le differenze esistono

È vero che l’umanità è una e che nei suoi tratti fondamentali ogni essere umano soffre, gioisce, spera, teme per le stesse cose. È anche vero però che questa comune identità si educa, si esprime e passa attraverso culture diverse, e questo non è un aspetto secondario. Quando, nel mio istituto, si decise di realizzare parte della “formazione iniziale” in comunità internazionali (per i seminaristi il quadriennio teologico, per i missionari laici il biennio di base) ci fu chi pensò che i superiori si preoccupavano troppo. “Il seminario c’è e funziona – si diceva –; se entrano seminaristi di altri paesi, benvenuti: siamo tutti uguali!”. “Siamo tutti uguali”, certo, in dignità ed esigenze fondamentali, ma siamo tutti diversi come persone e come gruppi umani. Ignorare la diversità significa non riuscire a realizzare una comunicazione autentica e chiara. Il risultato educativo di una comunicazione distorta (perché non capita o capita male) è diverso da quello che ci si proponeva, e in qualche caso è un’amarissima sorpresa. Ci può essere anche qualche giovane che capisce, e rifiuta, però senza darlo a vedere, perché ritiene che valga la pena di sacrificarsi pur di arrivare alla meta e poi, una volta giunti, si potrà essere se stessi.

La meta – è chiaro – in questo caso è il diventare prete o membro di un istituto, e l’“essere se stessi” può riguardare la propria persona o il proprio gruppo culturale. Negli anni sessanta e settanta parecchie comunità educative hanno visto passare giovani che avevano idee “rivoluzionarie” e contestavano un po’ tutto, ma a volte non più di tanto, perché erano convinti che l’importante era entrare, poi si sarebbero aperti gli spazi per cambiare tutto. Con questo atteggiamento si sono resi “impermeabili” al periodo formativo, ponendo le basi per successive dolorose delusioni e fallimenti. Oggi non c’è una posizione così esplicita, ma ho l’impressione che qua e là serpeggi, più o meno consapevolmente, lo stesso sentire, che nasce dall’incapacità di capirsi, di interagire in modo educativo, e questa incapacità a sua volta nasce spesso dalla non comprensione delle differenze.

Per parlare chiaro: il gruppetto di ragazze raccolto chissà come nelle Filippine e portato a vivere la formazione in Italia in una congregazione finora solo regionale, dove nessuno parla il tagalog, nessuno sa che i Filippini hanno varie lingue e che l’inglese (peraltro ignoto a tutte in comunità…) non è la loro lingua madre, dove l’accoglienza è piena di entusiasmo e buona volontà ma priva di qualsiasi strumento per capire e adattarsi, farà una fatica terribile. Quelle che riusciranno a non andarsene, probabilmente avranno il sincero desiderio di vivere il carisma dell’istituto, ma anche la percezione che – emessi i voti – potranno finalmente esprimere idee e modi di vita che ora sono inspiegabilmente e arbitrariamente repressi. Adesso, loro hanno bisogno dell’Istituto, presto l’Istituto avrà bisogno di loro…

 

“Il Vangelo però è uno solo!”

Purtroppo siamo in molti a pensare così. Anzitutto i Vangeli sono quattro, e ciò significa almeno quattro modi differenti di accogliere e vivere l’unico mistero di Cristo e della Chiesa; senza calcolare altre modalità che emergono chiaramente dagli altri scritti del Nuovo Testamento. Inoltre, il travaglio della Chiesa dei primi decenni ha portato a scelte fondanti che non possiamo dimenticare. Sono nate Chiese unite sì, ma differenti.

Troppo complesso è chiedersi qui perché poi abbiano prevalso il rito e il diritto latino, fino al punto che noi lo identifichiamo (erroneamente) con la Chiesa cattolica; ma anche lasciando da parte questa importante riflessione e prendendo il dato di fatto attuale, bisogna sapere che esistono modi diversi, e a volte molto diversi di vivere l’esperienza cristiana anche all’interno della Chiesa cattolica latina. Le parrocchie negli Stati Uniti, in Italia, in Giappone e in India hanno tutte i tratti giuridici delineati dal Codice di Diritto Canonico, tuttavia l’esperienza che in esse vivono i credenti non è identica. Lo sanno bene i missionari e i preti Fidei donum, sempre tentati di riprodurre i modelli a cui sono abituati o almeno di fare riferimento soltanto al proprio modello. Ciascuno penserà che quello che conosce è unico, o il migliore, ma non è affatto detto che sia così.

Se un giovane accosta una realtà ecclesiale “straniera”, deve essere disposto a scoprire cose nuove e diverse, però non può iniziare azzerando tutto, né l’educatore può ignorare sensibilità, valori, storie personali ed ecclesiali che hanno condotto il giovane a bussare alla porta dell’Istituto o della diocesi. Spesso, infatti, la scala di valori interiorizzata è diversa. Anche nell’evolversi della cultura occidentale a cui appartiene l’Italia vediamo cambiamenti di queste “scale di valori”. Il “sociale” era al primo posto pochi decenni fa, oggi mi pare lo sia molto meno; in un passato non ancora lontano la sessualità era un tabù, o almeno un argomento delicato da trattare con una riservatezza che oggi fa sorridere.

Niente da stupirsi dunque se giovani di origini e culture diverse, anche se appartengono alla stessa epoca storica, hanno scale di valori diverse. Se questa diversità non è tenuta presente, si farà una valutazione sbagliata che renderà inefficace il rapporto educativo. Per parlare chiaro: il giovane brasiliano che va in Africa si scandalizza per il modo di porsi del Vescovo davanti ai preti e alla gente, lo ritiene autoritario e non evangelico; il giovane birmano che viene in Italia si scandalizza per la libertà di rapporti fra uomini e donne, anche fra preti e religiose; l’italiano che va in India, rimane sconcertato perché le caste hanno ancora un influsso anche nei rapporti fra credenti e fra consacrati… il rapporto con l’autorità (in famiglia o nella vita religiosa) è sentito diversamente; e così i legami familiari, il rapporto con i beni, l’ospitalità, il senso del tempo…

Eppure non è detto che in ciascuna di queste cose ci sia un modello da considerarsi evangelico mentre altri non lo sono. A me, che appartengo a questo tempo, piace la scioltezza che caratterizza i rapporti fra uomo e donna oggi in occidente, però… non posso dire che sia priva di difetti, e meno ancora mi sento di dire che la riservatezza che caratterizzò i rapporti fra mio padre e mia madre quando erano giovani fosse meno evangelica!

 

Allora bisogna “inculturarsi”?

“Inculturazione” è oggi come il prezzemolo, parola magica che va bene ovunque, perché in realtà viene usata con mille significati differenti. Ci si “incultura” mangiando il riso al curry, usando una preghiera africana o festeggiando la Madonna di Guadalupe… È proprio così?

Mi preme dire due cose importanti. Primo. Giustamente il tema di questo articolo parla di “interculturalità” e non di “inculturazione”. Non è questione solo di termini, ma di comprensione del problema: non esiste da una parte “qualcosa” (il Vangelo, la spiritualità presbiterale, il carisma dell’istituto…) allo stato puro che va messa dentro una cultura con gli opportuni adattamenti, benevola concessione che si fa per permettere a questo “qualcosa” di venire capito e vissuto anche a chi finora ne mancava. In realtà il Vangelo, (e così le diverse spiritualità, i carismi) sono tutti interpretati dentro una cultura la quale, anche se evangelizzata da secoli non è mai autorizzata a considerarsi definitivamente evangelica, e meno ancora unica interprete del Vangelo.

A maggior ragione, se parliamo di vocazioni nell’ambito della Chiesa cattolica, nessuno può ignorare che le esperienze di fede delle diverse comunità hanno la stessa dignità e lo stesso diritto-dovere di confrontarsi con le altre, di operare un discernimento fra ciò che è autenticamente evangelico, ciò che è elemento culturale “indifferente”, e ciò che non è affatto evangelico. Pregare con il Rosario è ad esempio un elemento “indifferente”, mentre non è evangelico che io mi consideri superiore solo perché appartengo ad una cultura tecnologicamente più avanzata ed economicamente più ricca.

Secondo. Bisogna prendere atto che quasi sempre, in un incontro fra culture diverse, una è di fatto dominante, per ragioni storiche. Una senegalese che vuole entrare in un istituto religioso di origine italiana ha diritto di essere rispettata nel suo modo di essere, ma deve accettare il fatto che l’istituto sia profondamente impastato di cultura italiana. A sua volta però la cultura dominante non può pensare che l’incontro avvenga semplicemente “concedendo” qualche spazio a “usi e costumi” folcloristici. Danze, canti e qualche piatto tipico sono generalmente gli spazi che tutti sono disposti a dare al nuovo che entra. Benissimo, ma non si riduca il problema a questo, perché sarebbe una presa in giro…

Considerare le culture solo nei loro aspetti più immediatamente visibili è un errore. Chi di noi sarebbe soddisfatto se vedesse che si pretende di esprimere la cultura italiana cucinando spaghetti, cantando un pezzo di musica operistica e magari realizzando una processione a qualche santo?

 

Dal noto all’ignoto

Un altro errore comune è di considerare le culture come una realtà statica, e quindi pensare che l’attenzione ad una cultura sia più o meno un processo di recupero di tradizioni, un salvare il passato. In realtà tutte le culture evolvono continuamente, si incontrano, scontrano, influenzano reciprocamente, mutano. Se non lo fanno sono destinate ad estinguersi. Ciò è sempre avvenuto, e ancor più avviene oggi, tempo in cui tutte le culture sono confrontate dalla modernità e dalla “globalizzazione”, cioè dal diffondersi di elementi culturali e di strutture economiche comuni. Il computer è uguale e funziona sostanzialmente alla stessa maniera ovunque, e ogni società ne è già stata (…?) e ancor più lo sarà in futuro. Non è detto però che tutte lo saranno allo stesso modo; al contrario è probabile che ci siano reazioni e rapporti differenti fra culture e questo strumento universale. Che significa ciò?

Significa che se ci si pone davanti alla vocazione di un giovane occorre, per capire, cogliere le radici della sua cultura, discernere come il suo cammino di fede è maturato; allo stesso tempo però occorre guardare avanti, alle sue attese non soltanto personali ma anche culturali. Quasi sempre un giovane è espressione del desiderio di cambiamento di una società, anche di quelle che appaiono più statiche e tradizionali. Sarebbe dunque errato se, ad esempio, l’attenzione alle diverse culture di appartenenza di un noviziato internazionale desse l’impressione di fare riferimento solo ad elementi statici delle culture di provenienza, come se ciascuno dovesse portarsi dietro il fagotto del proprio passato (e guai se lo abbandoni – si dice –: non saresti fedele alla tua cultura di origine!) ma dovesse trovare altrove gli elementi con cui costruire il proprio futuro.

In realtà la sfida consiste nell’innestare il futuro sul passato, nel portare elementi nuovi che non vengono imposti ma assimilati e rielaborati, nel creare – insomma – qualcosa di nuovo sia per la persona che per l’istituzione di cui essa fa parte. D’altra parte, il realismo vuole che si stia in guardia anche da un possibile alibi per giovani in ricerca vocazionale e in formazione, quello di attribuire alle differenze culturali ogni difficoltà a mettersi in discussione, ogni limite e difetto che l’educatore mette in evidenza. Alla distanza dovuta alla differenza di età si aggiunge la distanza dovuta alle origini e alla storia degli educatori e dei giovani. Se i primi tendono a sottovalutare l’importanza delle differenze, gli altri tendono a farle diventare spiegazione di tutto.

Bisogna invece credere che il messaggio del Vangelo e il carisma vanno alla persona, e cercare ostinatamente le vie per “toccare” la parte più vera di ciascuno così come si esprime e cresce nella propria cultura e si evolve nel cammino formativo interculturale. Gesù, profondamente ebreo, ha contestato elementi fondamentali della tradizione ebraica del suo tempo. Un rapporto educativo in ambito interculturale si dimostrerà valido nel momento in cui coloro che lo compiono (educatori compresi) saranno capaci di amare la propria cultura e proprio per questo di guardarla con occhio critico, e di considerare le altre culture come stimolo per il loro cammino, senza sentirsene succubi e senza rifiuti a priori.

 

Che ne sarà del nostro futuro?

Con il trascorrere del tempo e il mutare della cultura un’istituzione deve trovare il modo di essere fedele alle sue origini cambiando o, se preferite, di cambiare nella fedeltà alle sue origini. Il Concilio Vaticano II ha posto il problema agli istituti chiedendo loro di tenere i “capitoli di aggiornamento” che erano una rilettura del proprio carisma alla luce della storia e della realtà attuale. Analogamente ai mutamenti resi necessari dal tempo, ci sono e ci saranno mutamenti resi necessari dall’incontro fra culture. Quando in un istituto entrano persone di culture diverse non si può pensare che tutto resterà come prima. Si apre invece un difficile discorso di evoluzione, che è l’unico modo per restare fedeli alle origini, offrendo ai membri un carisma vivo e una spiritualità capace di alimentare il loro cammino di santità e la loro missione.

Molti istituti missionari si sono aperti all’internazionalità in questi ultimi anni, o hanno visto diventare “intercontinentalità” la loro internazionalità, finora limitata alla presenza di membri di nazionalità europee. Quasi tutti considerano questa novità una ricchezza non solo dal punto di vista del numero, ma dal punto di vista missionario: se all’interno stesso dell’istituto, uniti da una comune vocazione, si sperimenta e vive l’apertura all’altro che è diverso per cultura ed esperienza ecclesiale, ciò crea una capacità nuova e più ampia di accostare i popoli a cui si è inviati come missionari. Le comunità in missione saranno formate da membri di culture diverse, e ciò sarà pure una testimonianza della forza del Vangelo, che ci fa superare ogni barriera.

Non solo, ma si sta sperimentando che la stessa percezione della missione viene rimessa in discussione. Due esempi. Spesso si identifica la missione con il problema del rapporto fra paesi ricchi e paesi poveri, perché istintivamente si pensa che il missionario viene dal paese ricco e va a quello povero. Ma questa impostazione non funziona quando il missionario viene da un paese povero e va ad un altro altrettanto povero, o ad uno ricco. Bisogna rivedere i luoghi comuni, e ciò a tutto vantaggio di una comprensione più esatta di che cosa sia la missione a cui il Signore ci chiama!

Oggi, si sente spesso contestare la partenza di un missionario, perché “ormai la missione è anche qui”. L’idea che ancora abbiamo è infatti che si fa missione a partire da una cristianità stabilita e che ha abbondanza di vocazioni e mezzi; ma poiché questo non si può più dire della nostra condizione, ecco che allora la missione all’estero non è più capita. Che dire allora di un missionario indiano (e in India i cristiani non sono certo maggioranza!) che va in Africa o di un Africano che va in Giappone? Hanno sbagliato indirizzo, oppure ci aiutano a rivedere il nostro modo di pensare alla missionarietà della Chiesa?

Siamo dunque davanti ad un cammino che richiede attenzione, prudenza e creatività. Non ci sono formule che fissino che cosa conservare e che cosa cambiare, per essere fedeli al carisma. Una comunità internazionale è un modello nuovo, nel senso che essa ha alcuni dati fondamentali che vanno elaborati tenendo conto di elementi sempre in evoluzione, relativi alla provenienza culturale dei suoi membri. Un istituto italiano che accoglie vocazioni dall’Africa farà un cammino diverso da un analogo istituto italiano che le accoglie dall’India, o dalla Colombia, o da molte diverse nazioni.

Ecco perché può nascere davvero una Babele, e non si tratta di un pericolo soltanto teorico. Ma può essere una nuova Pentecoste, se entriamo in questo cammino con fiducia, libertà di spirito e intelligente disponibilità.