N.06
Novembre/Dicembre 2003

È la testimonianza della comunità cristiana che sveglia le vocazioni!

Come rappresentante della Conferenza Istituti Missionari Italiani (CIMI), a questa breve riflessione vorrei proprio dare un taglio missionario, vorrei tentare di offrire una piccola testimonianza di vita missionaria. D’altra parte siamo nel mese missionario. Il passo del Vangelo di Giovanni che ha ispirato la nostra Adorazione ci presenta la chiamata di alcuni apostoli. Gesù è il protagonista assoluto in questa pericope: è Lui che parla e che invita. Chiaramente non ci viene presentata “una idea” su Gesù, ma un Gesù vivo, che parla, scruta, si confronta a livello di vita, “vieni e vedi”.

Questa esperienza di un Gesù vivo ci porta a pensare all’esperienza di Maria, piena di Grazia e di Spirito Santo, che ha in comune con Gesù sentimenti, progetti, ideali e persino il sangue. Ma anche l’esperienza della comunità di Luca negli Atti degli Apostoli, quando cioè Gesù nasce aggregando a sé fratelli e sorelle il giorno di Pentecoste, offre una esperienza simile a quella di Maria: i fedeli, illuminati e rafforzati dallo Spirito di Gesù sono assidui all’insegnamento degli apostoli (Bibbia), allo spezzare del pane (Eucaristia), alla fraternità e alla preghiera. È un Gesù che esperimentano nel cuore, nella mente, nell’azione! In altre parole facevano esperienza non di una idea, ma di una persona nella condivisione di mente (la sua Parola), di vita (Sacramenti), attività (fraternità=amore) e comunione (la preghiera come unione che trasforma in Cristo). La stessa “esperienza” di Cristo viene riproposta nella Prima lettera di Giovanni: ciò che ho visto, udito, toccato… questo annuncio.

Quanto al brano che viene proposto alla nostra riflessione-preghiera, tante volte è stato pregato anche in Sierra Leone e in Liberia dove ho potuto trascorrere tredici anni, sempre impegnato nella promozione vocazionale, sia maschile che femminile, nel Seminario diocesano di Makeni e in un Seminario internazionale in Liberia (che ho dovuto lasciare a causa della guerra civile). Ebbene gli incontri di animazione vocazionale partivano proprio da questo Vangelo e si chiamavano “come and see program”. Erano incontri centrati su di Lui, il Cristo. Erano centrati sulla esperienza di Cristo. La parola chiave era proprio “esperienza”. Sto parlando di ambiente di primo annuncio, di Chiesa agli inizi. Ragazzi e ragazze provenivano dalla esperienza del catecumenato e negli incontri vocazionali si partiva proprio da questa loro esperienza di incontro-conversione a Cristo.

Il catecumenato era, ed è, una esperienza coinvolgente della durata minima di due anni, i cui capisaldi erano fondati sulla esperienza della prima comunità cristiana, come sopra ricordati, che rimanda non ad una “idea” di Cristo, ma a un Cristo “sentito”. Del resto noi Consacrati, ma anche tutti i missionari, non siamo forse chiamati ad essere “memoria vivente” del modo di vivere di Cristo (VC 22)? Gli apostoli, e i consacrati, devono essere testimoni di Cristo, devono annunciare il piano di Dio realizzato in Cristo, le ansie e i sentimenti di Cristo, devono dire: così pensava Cristo, così viveva Cristo. Questo vuol dire dimorare presso Gesù. Gli apostoli rimangono un giorno con Gesù, nella redazione del brano di Vangelo letto, pregustano la vita con Gesù: rimangono un giorno con Gesù, ma poi sceglieranno Gesù per sempre, per tutta la loro vita.

Notiamo che la conoscenza di Gesù non può essere solamente intellettuale, o solamente “celebrata” nei Sacramenti, sarebbe troppo riduttiva: Cristo va ascoltato nella sua Parola, va celebrato come vivo e datore di Vita nei Sacramenti, ma anche testimoniato nella fraternità del suo Corpo mistico, annunciato a tutti, come un dono che abbiamo ricevuto e che vogliamo condividere, innanzitutto perché Gesù stesso a tutti voleva arrivare, a tutti voleva parlare dell’amore del Padre e della famiglia umana. Gli incontri vocazionali, nella mia esperienza missionaria in Sierra Leone e Liberia, partono dalla esperienza di Gesù per essere continuati nell’approfondimento di tale esperienza nella vita della propria comunità cristiana. Il Codice di Diritto Canonico fa una sintesi meravigliosa del cammino catecumenale (o di iniziazione cristiana): “I catecumeni, per mezzo dell’istruzione e del tirocinio della vita cristiana, siano adeguatamente iniziati al mistero della salvezza e vengono introdotti a vivere la fede, la liturgia, la carità del popolo di Dio e l’apostolato”.

Ma queste indicazioni “canoniche” non riguardano solo il cammino catecumenale, è il cammino a cui è chiamata la comunità cristiana. L’iniziazione cristiana non è qualcosa che riguarda solo i catecumeni, è un cammino che coinvolge tutta la comunità, che accoglie catecumeni. L’iniziazione più che “alla comunità” è “nella comunità”. Il catecumenato di più anni (da due a quattro) è un apprendistato, una novità di vita, uno stile di vita basato sulla Parola vissuta. Se uno entra in una famiglia deve assumere tutti gli atteggiamenti di quella famiglia, deve essere “attivo”, coinvolto. Non si è solo nella famiglia per “mangiare” (vedi Eucaristia settimanale), ma per partecipare pienamente a tutti i progetti della famiglia. Quando viene fatto l’esame per l’ammissione alla iniziazione “sacramentale”, uno deve aver provato con sicurezza di essere fedele alla Parola, alla liturgia, alla testimonianza (carità fraterna) e all’apostolato, altrimenti si rimanda l’iniziazione.

Mi sono fermato un poco a lungo sulla comunità “iniziatica”, perché proprio la comunità diventa parte integrante della promozione vocazionale. È nell’assumersi le proprie responsabilità di “mimistero”-servizio e di cooperazione nella comunità, che uno desidera affidarsi al Signore a tempo pieno, accogliendo l’invito ad una vocazione di speciale consacrazione. Se una donna va a visitare gli ammalati a nome della comunità, facilmente desidera dedicarsi totalmente a questo servizio-carisma che nasce nella comunità. Il ruolo del padrino-madrina non è nominale, ma effettivo. Il padrino (madrina) deve partecipare-accompagnare con/il catecumeno all’ascolto della Parola in gruppi o ad una opera caritativa-fraterna. È in questo ministero di accompagnamento di coloro che vengono iniziati nella comunità che nascono le vocazioni per un totale servizio alla comunità nei ministri presbiterali o nella consacrazione religiosa.

“Vieni e vedi” non è quindi solo un “motto” riservato per incontri vocazionali, ma è soprattutto un motto relativo alla comunità cristiana: “vieni” nella comunità cristiana e “vedi” come i cristiani pregano, si aiutano, si sopportano, si vogliono bene, si perdonano. È colla testimonianza della comunità che i fedeli aumentano e con loro anche le vocazioni nascono!

In missione, parlo della mia esperienza in un mondo di primo annuncio, non è concepibile una promozione vocazionale senza la comunità o al di fuori della comunità. La comunità cristiana è quindi il grembo delle vocazioni di speciale consacrazione. Dato che sono stato personalmente coinvolto sia nella fondazione di comunità cristiane, che nella promozione vocazionale sia maschile che femminile, posso testimoniare che una tale “animazione” vocazionale porta frutti abbondanti.

Non sarà questo un metodo valido anche per noi in Italia, per promuove le Vocazioni di speciale consacrazione? Le giovani Chiese forse hanno qualcosa da suggerirci, che è dono dello Spirito. Non potrebbe essere questo un invito per coinvolgere non solo i giovani ma l’intera comunità cristiana nella promozione vocazionale? Devo testimoniare che questo cammino di iniziazione cristiana, cioè di conversione a Cristo, è stata per me l’esperienza più bella e nuova, che ha rivoluzionato la mia vita e mi ha fatto riflettere sul rinnovamento della pastorale anche in Italia. In missione ho dato poco, ma ho ricevuto molto!

D’altra parte molti documenti della Chiesa Italiana indicano in questa pastorale delle giovani Chiese una specie di paradigma anche per la pastorale delle Chiese di antica tradizione.